Covid-19: e ai giornalisti chi ci pensa?

Almeno il 70% dei giornalisti che in questi mesi si sono occupati di Coronavirus, lockdown e relative misure “risentirebbe di qualche problema psicologico”. Il 26% presenterebbe “livelli clinicamente significativi di ansia compatibili con la diagnosi di disturbo ansioso generalizzato”.

Lo dice il Reuters Institute for the Study of Journalism presso l’Università di Toronto in Canada, presentando i primi risultati di una indagine su un campione di giornalisti internazionali. Preoccupazione, insonnia, scarsa concentrazione, stanchezza, cioè “sentirsi al limite”, sarebbero i sintomi più comuni.

Dai dati emerge anche che “l’11% dei giornalisti intervistati riporta sintomi di disturbo da stress post-traumatico, che include pensieri intrusivi ricorrenti e memorie traumatiche legate agli eventi pandemici”, oltre a “sensi di colpa, paura, rabbia, vergogna, orrore” e forte desiderio di “evitare il ricordo degli eventi”.

Sono solo anticipazioni di un lavoro in corso, dicono i ricercatori, specificando che i partecipanti sono tutti colleghi di esperienza, con almeno 18 anni di attività alle spalle, occupati in redazioni di testate importanti. “La situazione potrebbe essere ancora peggiore in contesti meno privilegiati della professione”.

“Anche questo studio – commenta Marco Mozzoni, direttore del gruppo di ricerca indipendente Brainfactor Research – conferma la bontà del nostro screening condotto a maggio, da cui emergeva che l’80% degli Italiani aveva riscontrato almeno un disturbo, tra stati di confusione, immobilismo tonico, insonnia, perdita di appetito, stress addominale”.

“In particolare – prosegue – avevamo scoperto, grazie all’utilizzo di un test clinico specifico di misurazione quale la Coronavirus Anxiety Scale (qui la versione italiana liberamente utilizzabile per diagnosi e ricerche – NdR), che almeno il 22% della popolazione censita soffriva di un disordine specifico di natura ansiosa collegato alla pandemia”.

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“I reporter – conclude il direttore, neuropsicologo e giornalista lui stesso – pur essendo abituati a vivere nell’incertezza e nella confusione del succedersi di eventi drammatici, specialmente in casi come l’11 settembre, la guerra in Iraq, il terrorismo, operano quasi sempre in prima linea, riportando spesso conseguenze meritevoli di attenzione clinica”.

Il rapporto tra giornalismo e trauma è così frequente che la Columbia University Graduate School of Journalism ha istituito il DART Center for Journalism and Trauma, progetto di respiro mondiale per promuovere la ricerca e la formazione dei giornalisti chiamati a occuparsi di violenze e tragedie nella loro quotidianità lavorativa.

Da febbraio il DART ha attivato una sezione del suo sito web dedicata esclusivamente a risorse per giornalisti che si occupano di Covid-19, disponibili a libero accesso in lingua inglese e cinese.

Photo by Étienne Godiard on Unsplash

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