Chi ha paura dei neuroni specchio?

Chi ha paura dei neuroni specchio?Mi è capitato spesso negli ultimi anni, impegnati ad analizzare scritti utili alla tesi di dottorato (il ruolo del meccanismo mirror nella comprensione del testo), di incontrare titoli riportanti il suffisso “neuro” su articoli e libri degli ambiti di studio più disparati, nel tentativo, suppongo, di riconfigurare temi ritenuti troppo complessi per essere trattati in termini puramente neuroscientifici.

“Dubitare di tutto o credere a tutto sono due strategie altrettanto comode. Con entrambe eliminiamo la necessità di riflettere” (H. Poincarè)

Penso all’educazione, all’apprendimento, all’arte, alla morale, all’economia e a tanto altro. Allo stesso tempo, ho incrociato parecchi commenti (soprattutto italiani) tesi a sottolineare la “leggerezza” con cui, sia le neuroscienze cognitive che le scienze umane, avrebbero teorizzato sui risultati delle ultime scoperte, considerate da molti alla stregua di “acqua calda” o di una semplice “moda”, quindi, non in grado di aggiungere alcunché alla conoscenza già disponibile da anni.

Ma quali sono le perplessità e le critiche più frequenti che vengono rivolte all’espandersi della prospettiva neuroscientifica ormai in ogni campo del sapere? In sintesi, esse possono essere così declinate: la tendenza riduzionistica, ovvero la pretesa di spiegare il mentale in termini fisici; l’ambizione unificante, ossia credere di aver scoperto il principio di tutte le spiegazioni, la spiegazione che inghiotte tutte le altre; l’assomigliare più a una moda che a un nuovo paradigma, grazie anche al potere seduttivo delle parole, delle tecniche e delle immagini che utilizzano; l’accusa di non tener conto della conoscenza accumulata dalle scienze umane in questi anni; l’ambizione di spiegare in termini corporei anche quei fenomeni da sempre considerati misteriosi e inspiegabili, come la coscienza, la capacità di scelta, la motivazione, la memoria.

In questo contributo cercherò, attraverso le risposte di alcuni dei rappresentanti più significativi delle neuroscienze cognitive, di far emergere quanto tali interpretazioni risultino quantomeno discutibili, spesso non trovando riscontro nelle parole, negli scritti e nelle intenzioni dichiarate dagli esperti in questo ambito. La natura delle critiche sembra invece, a volte, fornirci un’interessante esempio di “rispecchiamento”, compatibile anche con il timore di perdere le posizioni conquistate…

Naturalmente anche il punto di vista qui espresso è puramente soggettivo, gratuito e velleitario, anche se mi impegnerò a renderlo il più coerente possibile.

Introduzione

Una delle frasi che ritengo emblematiche del destino a cui solitamente vanno incontro le teorie più innovative, è quella di John B.S. Haldane (biologo e genetista inglese; 1892-1964). Secondo lo scienziato britannico, le teorie attraversano quattro stadi di accettazione (1963):

  1. è una sciocchezza priva di valore;
  2. è un punto di vista interessante, ma erroneo;
  3. è vera, ma del tutto irrilevante;
  4. l’ho sempre detto.

Mi sono chiesta, allora: a quale di questi stadi di accettazione appartiene una delle ultime e più straordinarie scoperte per la conoscenza del funzionamento cerebrale e della nostra capacità di comprendere e interagire con gli altri? Parlo naturalmente della scoperta dei “neuroni specchio” da parte del gruppo di Parma guidato da Giacomo Rizzolatti, a quasi vent’anni dalla scoperta.

Nonostante le riflessioni e le teorizzazioni sulle straordinarie implicazioni del meccanismo mirror, a livello epistemologico e antropologico, abbiano avuto bisogno di un lungo periodo di gestazione prima di essere divulgate (cosa che avvalora la saggezza, piuttosto che la leggerezza rispetto all’utilizzo dei risultati), nell’ultimo decennio si è assistito ad un moltiplicarsi di ricerche tese ad approfondire le relazioni e gli effetti connessi a questa scoperta, e alla conseguente diffusione di  pubblicazioni sul tema a livello internazionale. Ciononostante, in Italia, molti studiosi si trovano ancora al primo stadio (É una sciocchezza priva di valore), una minoranza oscilla tra il secondo e il terzo stadio, e qualcuno è già arrivato al quarto (L’ho sempre detto).

Se  da un lato è evidente che è in atto  una tentazione forte di abbinare il suffisso “neuro” ad ogni disciplina (neuroeconomia, neuroestetica, neuroetica, neuropedagogia, neurodidattica, neurofenomenologia, …), è altrettanto evidente che la responsabilità di questa tendenza non può essere addebitata alle neuroscienze, ma a chi utilizza i risultati delle loro ricerche trasferendoli ai più svariati settori disciplinari, e non sempre facendone un buon uso. Il problema che ravviso sta proprio in questa operazione di traducibilità.

Il fascino che può esercitare la scoperta di un meccanismo che permette di svelare il farsi della conoscenza, allo stesso modo in cui si compie un’azione o si osserva qualcosa, è facilmente comprensibile e appetibile per ogni studioso, considerato che, come ci fa notare Davide Chalmers (australiano, filosofo della mente) parlando del hard problem (1996): lo studio di un fenomeno mentale è alla fine sempre quello di una persona che ne fa esperienza. Oltretutto, poiché questi fenomeni appartengono all’esperienza di tutti, nessuna meraviglia di fronte alla necessità, avvertita in diversi ambiti disciplinari, di assumere e confrontare il loro orizzonte conoscitivo e di analisi incorporando nuove e più esplicative chiavi di lettura.

Il fattore di criticità sembra invece risiedere nell’interpretazione dei risultati divulgati dai neuroscienziati, da parte di studiosi di altre discipline, nell’uso che quest’ultimi ne fanno (più o meno coerentemente con le proprie interpretazioni) e nel fatto che alle interpretazioni molto spesso non seguano, a parte qualche rara esperienza, appropriate linea di ricerca, approcci metodologici, o proposte di intervento conformi al cambio di paradigma che sembrano assumere. Nella maggior parte dei casi ci si limita invece: a “narrare i risultati” delle neuroscienze; a declamare la loro natura paradigmatica per il futuro della ricerca in ogni campo; a introdurre qua e là, nel proprio repertorio linguistico, parole nuove per semplice giustapposizione; a cercare di carpire termini di vecchia conoscenza (come empatia, motorio, imitazione, azione, …) con la sottesa intenzione di marcare il fatto che in fondo non si tratta proprio di una grande novità.

A parere di chi scrive, non cogliere le inedite e straordinarie potenzialità euristiche che le neuroscienze cognitive degli ultimi quindici anni ci stanno restituendo, significa farsi interprete di una disarmante mancanza di coraggio di cambiare prospettive, tipica più del senso comune che dell’uomo di scienza; significa, in buona sostanza, non afferrare il capovolgimento radicale che una tale scoperta comporta a livello della (ri)strutturazione della conoscenza e dell’intera architettura del sapere accumulato sino ad oggi.

Vediamo ora come alcuni studiosi di neuroscienze cognitive hanno risposto alle critiche che frequentemente vengono rivolte ai loro lavori e conseguenti teorizzazioni. Naturalmente qui mi limiterò a riportare solo alcune delle più significative risposte rese, allo scopo di evidenziare come la maggior parte dei rischi epistemologici attribuiti ai neuroscienziati, trovino pochi riscontri alla fonte. Lo scienziato a cui farò più riferimento è Vittorio Gallese (neurofisiologo del gruppo di Parma, a cui dobbiamo la scoperta dei neuroni specchio), avendo, per esigenze di ricerca, approfondito maggiormente il suo pensiero e le sue pubblicazioni, peraltro numerose e dense di riferimenti agli aspetti qui presi in considerazione.

La critica di riduzionismo

Chi rimprovera i neuroscienziati cognitivi di riduzionismo attribuisce a questi ultimi l’intenzione, o la convinzione, di poter spiegare il funzionamento mentale esclusivamente in termini di funzionamento cerebrale o attraverso il comportamento, tralasciando quindi qualsiasi altra assunzione su aspetti che vanno oltre all’osservabile o al fisico. Di seguito, alcune delle risposte e sottolineature che i neuroscienziati restituiscono per contrastare l’inesatta concezione del mentale a loro attribuita.

Giorgio Vallortigara (ordinario di neuroscienze del Centro interdipartimentale mente/cervello dell’Università degli Studi di Trento) risponde così al rischio riduzionista: “Se per riduzionista si intende uno che crede che l’attività mentale sia il risultato dei processi che avvengono in un sistema fisico, io lo sono. Se invece per riduzionismo si intende dire che l’attività mentale è nient’altro che l’attività del sistema nervoso, allora no. Perché quel che accade dentro un sistema nervoso dipende dai rapporti con gli altri sistemi nervosi, ovvero, per noi, la storia, la società, la cultura”.

Vittorio Gallese, nel saggio dal titolo Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia (2006) si esprime così nelle conclusioni: “La ricerca neuroscientifica futura dovrà sempre più concentrarsi sugli aspetti in prima persona dell’esperienza umana e cercare di studiare meglio le caratteristiche personali dei singoli soggetti di esperienza. A renderci chi siamo non è solo il possesso di meccanismi nervosi condivisi, ma anche un percorso storico individuale fatto di esperienze soggettive uniche e particolari … Una delle sfide future sarà quella di passare dalla ‘medietà normativa’ delle caratteristiche d’attivazione di un supposto livello medio … un approfondito studio di come le caratteristiche individuali dell’esperienza di vita si traducano in caratteristici … profili di attivazione corticale, e come questi meccanismi siano alla base del peculiare modo di esperire il mondo degli altri proprio di ognuno di noi. Dovremo passare cioè dallo studio della mente umana allo studio delle menti umane.”

Gerald Edelman (neuroscienziato americano, premio Nobel nel 1972), nella sua epistemologia basata sul cervello, pur descrivendo le conseguenze positive che una spiegazione scientifica della nostra “Seconda Natura” (la mente cosciente) comporterebbe a livello epistemologico, precisa più volte che “una spiegazione scientifica esclusivamente riduzionistica di questa seconda natura, della sua etica e della sua estetica non è desiderabile né probabile né imminente” (2006). Inutile far notare che sembrano tutte risposte che con il riduzionismo hanno ben poco a che fare.

La critica alle spiegazioni unificanti

Le teorizzazioni che hanno fatto seguito alle evidenze empiriche fornite dalle neuroscienze sono state spesso associate all’intento ambizioso di fornire una spiegazione globalizzante della cognizione umana. Ma è davvero questo l’intento delle attuali neuroscienze cognitive? Cercare la spiegazione delle spiegazioni,  il principio o il meccanismo in grado di fagocitare tutte le interpretazioni fornite  dalle altre discipline fino ad oggi? O una tale interpretazione “riflette” il bisogno tipicamente umano (e non quindi solo degli scienziati) di cercare la soluzione ultima dei misteri che ancora ci circondano, identificandola nelle situazioni, o nei fenomeni, che di volta in volta più si prestano a tal fine? E la classe di neuroni specchio sembra ben prestarsi a spiegazioni globalizzanti, anche se i neurofisiologici sono i primi a mettere un freno a tale tentazione.

È vero che Giacomo Rizzolatti (neurofisiologo a guida del gruppo di Parma) ad una conferenza del 2008 ha parlato di una “visione unificante delle basi di una conoscenza sociale” e che Vittorio Gallese, intervistato da Marco Mozzoni per BrainFactor (2009), parla della presenza nel cervello umano di un meccanismo che rappresenta “la spiegazione unificante più parsimoniosa di una serie di diversi dati comportamentali e clinici”, ma è altrettanto vero che, a più riprese, sottolineano che la ricerca è solo agli inizi e che il gigantesco panorama di indagine e di studio che si è aperto dopo la scoperta dei mirror dovrà necessariamente basarsi sull’unificazione e integrazione delle discipline che da tempo si occupano dei processi che sembrano implicati dal sistema mirror, e cioè i processi cognitivi, emotivi, sociali, creativi, etici…

E Gallese, al Convegno dal titolo “Le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività” (2010), risponde così alla critica di uniformità: “Le neuroscienze oggi sono molto discusse. Sono spesso presentate per quello che non sono, e cioè lo strumento che ci darà le risposte ultimative a quesiti rimasti tutt’ora irrisolti dopo millenni di speculazioni di natura filosofica. Questo tipo di atteggiamento non è sicuramente condiviso, almeno dalla gran parte dei miei colleghi, ma è, nel nostro paese, spesso il risultato di un modo sensazionalistico e banale di presentare i risultati della ricerca scientifica”.

Anche Antonio Damasio (professore di neurologia alla University of Southern California) ribadisce più volte ne L’errore di Cartesio (1995) che tutti i problemi che hanno a che fare con la relazione tra mente e cervello possono essere affrontati a molti livelli, dalle molecole ai micro e grandi circuiti, fino ai livelli sociali e culturali,  senza i quali non potremo pervenire a ragionevoli spiegazioni dei fenomeni mentali (quali la coscienza, le opinioni, la decisione, la memoria).

Dal mio punto di vista, se il meccanismo specchio ha destato così tanto interesse in ogni ambito, qualcosa di unificante dovrà pure averlo! Infatti, tralasciando la poco probabile eventualità che possa trattarsi di una nuova forma di mania collettiva o di una moda passeggera, un sistema che racchiuda in sé la memoria delle nostre percezioni, azioni, cognizioni, emozioni, provocando la straordinaria varietà dei comportamenti umani e i suoi prodotti, può ben essere considerato un valido candidato per spiegare fenomeni così diversi (almeno fino ad oggi) come la performance teatrale, la categorizzazione percettiva, la comprensione emozionale, il giudizio estetico, l’apprendimento, l’economia… Inoltre, l’idea di un meccanismo unificante non dovrebbe spaventarci affatto, dati i risultati generati dalle infinite, e il più delle volte puramente speculative, separazioni e frammentazioni che le discipline hanno da sempre prodotto per sopravvivere.

Non è nel marcare ossessivamente i propri confini che si acquista specificità e riconoscimento scientifico, ma nel contributo che si offre, da un particolare punto di vista, alla crescita comune della conoscenza e alla ricerca di quella “struttura che connette” i processi cognitivi e biologici (G. Bateson).

È solo una moda?

Ogni volta che m’imbatto in questa affermazione provo una sorta di imbarazzo disarmante, per la  banalità e superficialità a cui simili commenti possono essere assimilati, e che poco hanno a che fare con l’atteggiamento di curiosità e di indagine conoscitiva che dovrebbe essere alla base di ogni valutazione scientifica, propria e altrui. Per classificare un fenomeno come una moda non serve nessuna preparazione scientifica. Chi decide, e sulla base di quali evidenze, che cosa è moda e cosa non lo è? Diventa “moda” (parlando di costrutti teorici) quello che non ci convince o che non ci piace? Quello che non concorda con la nostra visione del mondo o la nostra architettura cognitiva? Quello che non capisco o verso cui provo un’istintiva avversione?

Insomma, quali sono i criteri in base ai quali una teoria, un approccio o un autore vengono considerati “una moda”? Potrebbero anche attenere alla facilità con cui, effettivamente e il più delle volte, ci lasciamo trascinare da “frasi ad effetto” che facciamo nostre all’istante, dalle parole-chiave più in uso che ripetiamo automaticamente, o dalle teorie o autori più citati in un determinato periodo che finiscono per essere al centro dei nostri interessi. E magari questo ha probabilmente a che a fare con quel potente meccanismo basale che chiamiamo imitazione, e che non agisce solo nell’apprendimento e nell’intersoggettività dei primi anni di vita. Inoltre, ci sono buone possibilità a mio parere, che l’uomo sia pre-disposto per vedere o “ri-trovare” negli altri quello che i nostri schemi, percettivo-motori-cognitivi, ci fanno vedere, e che questa possibilità possa essere assunta come una delle molteplici tracce attraverso cui il funzionamento mirror si manifesta a livello fenomenico.

Seguendo questo ragionamento, non possiamo liberarci della nostra soggettività neanche quando formuliamo un giudizio, nel quale pertanto confluisce tutta la nostra storia. Nonostante il rispetto che nutro nei confronti della soggettività, che considero l’unica fonte di verità di cui disponiamo, penso tuttavia che dobbiamo riservarle il posto che le spetta nell’orizzonte conoscitivo, e penso che questo non possa ergersi a statuto ontologico, per quanto autorevole sia la fonte soggettiva in questione. In altre parole, dovremo sempre tener presente che non è perché definiamo  “moda”,  o qualcos’altro, l’interesse per i risultati delle neuroscienze, che questi lo siano o lo diventino.

Vittorio Gallese (nella citata intervista a BrainFactor) interpreta così l’interesse diffuso per le neuroscienze: “Il grande pubblico, grazie anche alla divulgazione operata da mezzi di comunicazione come questa testata, si sta rendendo conto di quanto sia importante il ruolo delle neuroscienze cognitive nel farci scoprire chi siamo e come funzioniamo. Ciò detto, sicuramente i neuroni specchio attirano l’attenzione di un pubblico fatto di non specialisti anche perché dimostrano come una delle principali modalità con cui ci mettiamo in contatto con gli altri e ne comprendiamo l’agire sia quella empatica, qualcosa che sentiamo vicino e che comprendiamo più e meglio delle inferenze logiche e delle sofisticate operazioni metarappresentazionali che, secondo una lunga tradizione di pensiero in psicologia, sole spiegherebbero in cosa consista l’intersoggettività.” E ancora Gallese (ibidem): “Nel tempo presente, caratterizzato dalla veemente recrudescenza del particolarismo etnico-religioso… Stabilire che lo status universale dell’essere umano è prodotto dalla identificazione sociale e dal riconoscimento reciproco e che è fondato biologicamente, dimostra la potenziale rilevanza etica della ricerca neuro scientifica”. Allora, se è una moda, speriamo che duri.

L’accusa di non tener conto della conoscenza accumulata dalle “scienze umane”

Rispetto a questa critica, apro con il pensiero di Damasio al riguardo: lo scienziato è convinto che  non si possa escludere dall’indagine tutta  la conoscenza raccolta a diversi livelli, e che nessuno, da solo, possa investigare tutti i livelli “che insieme danno vita a quei meravigliosi fenomeni mentali di cui tutti abbiamo coscienza e che oggi, grazie alle potenzialità delle nuove tecniche, possono essere indagate”.

E Marco Iacoboni (neurofisiologo dell’università della California a Los Angeles) precisa: “Chi fa neuroscienze integra sempre i dati neurali con quelli psicologici: non c’è nessuna contrapposizione”. Gallese in Il Corpo Teatrale: Mimetismo, Neuroni Specchio, Simulazione incarnata (2008), fa notare che “nonostante sia ancora lunga la strada per arrivare ad una piena spiegazione neurofisiologica dei processi alla base dell’intersoggettività, i risultati sinora raccolti sembrano indicare che è stata imboccata la strada giusta. Il dibattito tra neuroscienze cognitive e scienze umane dovrebbe  procedere di pari passo, senza pretese di dominare gli uni sugli altri. È auspicabile e necessario un dialogo costante tra queste discipline per far crescere la conoscenza sul funzionamento della mente”.

Il fatto stesso che  il primo libro pubblicato sui neuroni specchio sia stato scritto da Giacomo Rizzolatti e da un filosofo della scienza, Corrado Sinigaglia, è un esempio della possibilità e dell’importanza di questo dialogo. Con le parole di Gallese in “Le due facce della mimesi…” (2009): “… per mezzo di un’attenta analisi empirica dei meccanismi sub-personali indagati dalle neuroscienze siamo in grado di scoprire il carattere a più livelli dell’esperienza che facciamo del mondo. Anche se questi livelli, come chiarito dalle neuroscienze, non esauriscono pienamente questa esperienza, permettono una descrizione della sua genesi e struttura. Questi dati, a loro volta, possono alimentare e promuovere una rinnovata analisi filosofica. Questo è uno dei motivi principali per cui credo che un dialogo tra neuroscienze cognitive e filosofia non sia solamente auspicabile, ma anche indispensabile”.

Dello stesso autore (dall’intervista BrainFactor): “Penso che il tema dell’intersoggettività non possa essere affrontato e risolto in modo univoco né dalla sola filosofia né dalle neuroscienze o dalla psicologia, ma richieda invece un approccio multidisciplinare. Da anni mi impegno per creare tra queste discipline occasioni di dialogo, volto soprattutto a sviluppare per quanto possibile un linguaggio comune. Credo che questo dialogo non solo continuerà, ma si svilupperà ulteriormente.” Mi chiedo: se questo è ciò che pensano i neuroscienziati che hanno scoperto i mirror  (e quelli che non hanno dubbi sulla loro esistenza e sul ruolo che i mirror hanno nella cognizione e nella socialità umana), perché li si accusa di non tener conto dei contributi delle altre scienze?

La pretesa di spiegare tutto in termini “fisici”

Vittorio Gallese (ibidem) risponde così: “Personalmente non ho mai sostenuto che i neuroni specchio spieghino tutto quello che c’è da spiegare circa la cognizione sociale. I neuroni specchio consentono, questa almeno è la mia ipotesi, di comprendere aspetti di base dell’intersoggettività, sia da un punto di vista filogenetico che ontogenetico. La comprensione di questi aspetti di base dell’intersoggettività può avere importanti ricadute anche sulla comprensione dei meccanismi alla base delle forme più sofisticate di cognizione sociale. E’ un problema empirico capire fino a che punto ci si possa spingere utilizzando il meccanismo dei neuroni specchio come chiave di lettura della cognizione sociale. Fortunatamente questo non è un argomento di fede, ma qualcosa di verificabile in modo empirico”.

Edoardo Boncinelli (fisico genetista che insegna Fondamenti biologici della conoscenza all’Università Vita Salute S. Raffaele di Milano) si esprime invece così: “Il mondo umano circostante non si stampa in sostanza nel suo genoma, ma nel suo corpo e nel suo cervello… Con la specie umana l’evoluzione biologica ha superato se stessa e ha condotto a una sorta di paradosso. Nel nostro caso, infatti, il patrimonio genetico, signore quasi assoluto della vita e del comportamento degli animali inferiori, ha per così dire volontariamente abdicato, lasciando ampi spazi all’azione dell’ambiente circostante, all’apprendimento e all’educazione. Ci possiamo considerare svincolati dalla nostra biologia, ma non dobbiamo dimenticare che la libertà di cui godiamo è una conquista e un grazioso regalo dei nostri stessi geni, regalo che non è toccato, tanto per dirne una, né ai calamari, né ai ranocchi” (2001; 2005).

Il futuro: condividere la conoscenza

Questa breve e sommaria panoramica aveva lo scopo di mettere in evidenza la concreta possibilità, che il significato attribuito ai risultati di qualsivoglia ricerca non appartenga ai risultati in quanto tali, né dipenda solo da chi li legge e né da chi li fornisce. La ricerca scientifica e teoretica, da più parti ormai ci insegna, che il significato di ogni “dato di realtà” appartiene all’incontro tra chi percepisce e la cosa percepita, all’intreccio dinamico che si crea tra configurazioni della mente del percipiente e le configurazioni esterne che riceve. La cosa diventa ancora più interessante se si pensa che tale costrutto, non è solo alla base dell’approccio costruttivista alla conoscenza, rinforzato recentemente dalla scoperta dei neuroni specchio, ma è altresì uno degli assunti di base della fenomenologia husserliana, secondo cui non esiste una realtà oggettiva uguale per tutti, in quanto la realtà è solo ciò che noi possiamo o vogliamo vedere in essa; la realtà è solo ciò che si dà alla coscienza e, attualmente, abbiamo più di un evidenza che ci conferma che la “nostra coscienza” è radicata nella “nostra relazione” fra il mondo e le “nostre azioni”.

Ciò di cui la scienza ha più bisogno è, a parere di chi scrive, della “azione conoscitiva e congiunta” di ogni ricercatore desideroso di esplorare qualsivoglia orizzonte in grado di gettar luce sul proprio campo di studio, e non di ricercatori interessati a tracciare solchi di demarcazione e di distinzione tra i rispettivi ambiti disciplinari, convinti che questo sia l’unico modo per esistere.

Daniela Mario
Dottorato in Scienze della cognizione e della formazione
Università Ca’ Foscari, Venezia

Riferimenti bibliografici

  1. Bateson G., Mente e Natura, Adelphi, Milano, 1984.
  2. Boncinelli E. Perché non possiamo non dirci darwinisti, Rizzoli, Milano, 2009.
  3. Chalmers D., La mente cosciente, McGraw-Hill Companies, Milano, 1999.
  4. Edelman G.M., Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.
  5. Edelman G.M., Più grande del cielo, Einaudi, Torino, 2004.
  6. R. Damasio, L’errore di Cartesio,emozioni,ragione e cervello umano; Adelphi, 1995.
  7. Gallese V., Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia (a cura di Massimiliano Cappuccio), Milano, Bruno Mondadori Editore, 2006.
  8. Gallese V., Il corpo teatrale: Mimetismo, Neuroni Specchio, Simulazione incarnata, 2008.
  9. Gallese V., Le due facce della mimesi… in Psicobiettivo_2_(2009).
  10. Gallese V., La molteplice natura delle relazioni interpersonali: la ricerca di un comune meccanismo neurofisiologico, Networks 1:24-47, 2003.
  11. Haldane J.B.S e Russel B., Dedalo la scienza del futuro. Icaro o il futuro della scienza; Bollati Boringhieri, Torino,1991.
  12. Husserl E., La cosa e lo spazio. Lineamenti fondamentali di fenomenologia e teoria della ragione, Rubbettino 2009, (1907).
  13. Jacoboni M., I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.
  14. Mozzoni M., Neuroscienze controverse: il caso dei neuroni specchio; BrainFactor intervista Vittorio Gallese, BrainFactor, 29/05/2009
  15. Rizzolati G., Sinigaglia C., So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.
  16. Rizzolati G ., Vozza L., Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale. Zanichelli, Bologna 2008.
  17. Vallortigara G., Cervello di gallina. Visite guidate tra etologia e neuroscienze, Bollati Boringhieri, Torino, 2005.

Be the first to comment on "Chi ha paura dei neuroni specchio?"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.