Che cosa ci distingue dagli (altri) animali?

PrimatiGeorge Bernard Shaw diceva: “Gli uomini sono gli unici animali di cui ho veramente paura”. Ma che cosa ci distingue, esattamente, dagli altri animali? Prova a rispondervi, alla luce delle più recenti acquisizioni, Research Eu, la rivista dell’Unione Europea dedicata alla ricerca di base, con una monografia da ieri online (AAVV, Humanity Animality, Research Eu, Nov 2008, Apr 14, 2009).

“La ricerca recente, in particolare quella europea, sembra suggerire che la cultura, il ragionamento e la capacità di concettualizzare non sono specifici degli umani”… Così Michel Claessens, direttore di Research Eu, apre l’editoriale di Humanity Animality. E prosegue: “ma, mentre la parte animale dell’uomo non viene più messa in discussione, l’umanità degli animali manca ancora di una precisa definizione”. Poco dopo, a scanso di ogni equivoco, Claessens sottolinea: “Le pagine di questo speciale non sono però da leggere come un’ode all’emancipazione animale; tale approccio sarebbe altrettanto fuorviante quanto il negare ogni forma di intelligenza ai non umani”. In ogni modo, “se non possono essere considerati pari grado (per la precisione Claessens usa il termine fellow creatures), gli umani e gli altri animali risultano partner sullo stesso pianeta”.

Fra gli articoli, quello di Didier Buysse ripercorre il dibattito sulla natura del “gap percepito fra le specie”, che nei secoli ha visto contrapporsi schiere di filosofi e di scienziati, sino ai più vicini orientamenti propensi a riconoscere una “inquietante prossimità fra umani e animali, dotati anch’essi di intelligenza e cultura”.

Mikhail Stein illustra come il sequenziamento dei geni dell’uomo e dello scimpanzè e la conseguente possibilità di comparare i DNA delle due specie “ci porti a un passo dalla comprensione dei fondamenti genetici della divergenza delle linee, avvenuta circa 10 milioni di anni fa, dotandoci inoltre di nuovi strumenti per la ricerca delle chiavi del formidabile sviluppo delle capacità cognitive umane rispetto agli altri animali”.

Patrick Philipon mette in evidenza come, a partire dagli anni 70 del secolo scorso, l’approccio cognitivista abbia progressivamente messo in dubbio l’antico convincimento che considerava intelligenza e astrazione caratteristiche esclusive degli umani, “essendo gli animali concepiti alla stregua di robot che agiscono senza pensiero”.

Yves Sciama spiega invece come, “allo stesso modo di quella umana, la cultura animale si fondi sulle relazioni fra i membri della specie, per attrarre un compagno, riprodursi, fornire protezione, cercare cibo ecc.” E, proprio come quelle umane, anche le relazioni fra gli animali sarebbero caratterizzate da una ambivalenza di fondo, che li fa stare sempre in bilico fra cooperazione e rivalità.

Kirstine de Caritat approfondisce il tema del cd. apprendimento per imitazione, modalità comportamentale condivisa da animali e uomo, vista dalla gran parte dei ricercatori americani, contrariamente agli europei, come qualità innata.

Ancora Mikhail Stein sottolinea quanto sia fragile la cosiddetta “barriera fra le specie”, proprio alla luce dei recenti casi (1990 e 2003) di trasmissione dagli animali all’uomo di nuove forme del morbo di Creutzfeldt – Jakob (encefalopatia spongiforme), ricordando che “più del 60% dei circa 1.400 microbi responsabili di malattie infettive nell’uomo potrebbero avere origine animale”.

La monografia si conclude con qualche riflessione sull’uso degli animali nella ricerca. Secondo Research Eu, ogni anno nel mondo verrebbero utilizzati a fini di ricerca 100 milioni di animali, di cui 12 milioni solo in Europa; in prevalenza roditori e conigli (78%), più del 60% nell’ambito biomedico. “Fra il 1901 e il 2002, il Nobel in fisiologia e medicina è stato assegnato ben 68 volte a ricercatori che hanno utilizzato animali nei loro esperimenti; è difficile negare che tali pratiche abbiano fatto progredire la scienza, ma è ancora necessario utilizzare sistematicamente gli animali nella ricerca, quando vi è disponibilità di metodi alternativi?”

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