Cervello e neuro-manie: BrainFactor intervista Carlo Umiltà

Prof. Carlo UmiltàMedico e psicologo, Carlo Arrigo Umiltà è professore ordinario di Neuropsicologia all’Università di Padova. Nell’ambito della psicologia e della neuropsicologia dei processi cognitivi, i suoi principali interessi di ricerca vertono attualmente sullo studio delle basi nervose dei processi cognitivi, in particolare dell’attenzione selettiva, dell’attenzione spaziale, della cognizione numerica, delle funzioni esecutive e dell’integrazione visivo-motoria. 

In precedenza, ha insegnato alla facoltà di medicina dell’Università di Parma, ove è stato dal 1983 al 1989 direttore dell’Istituto di Fisiologia Umana, ed è stato visiting professor in prestigiose università in Europa, USA, Australia. Già presidente del Comitato Scientifico dell’Istituto di Psicologia del CNR di Roma (1997-2001) e membro del Comitato Scientifico del Max Planck Institute for Psychological Research di Monaco (2000-2004), oggi fa parte dell’advisory board scientifico del Max Planck Institute for Cognitive and Brain Sciences di Lipsia e Monaco ed è direttore della Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova. E’ stato inoltre presidente della Associazione Italiana di Psicologia, della Società Italiana di Neuropsicologia e della European Society for Cognitive Psychology. I suoi numerosi studi sono stati pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche internazionali (bibliografia). Fra i volumi pubblicati in Italia: “Manuale di Neuroscienze” (1999), “Il Cervello” (2007), “Neuro-Mania. Il cervello non spiega chi siamo” (2009).

Marco Mozzoni l’ha intervistato sul tema “cervello e neuro-manie”.

Professor Umiltà, Lei è stato uno dei primi in Italia a scrivere, nel “lontano” 1999, un Manuale di Neuroscienze e solo due anni fa, nell’introduzione a un prezioso volumetto (Il Cervello, 2007) sosteneva l’importanza – anzi, l’indiscutibile necessità – della neuroanatomia e della neuroimmagine anche nel contesto dello studio psicologico. Oggi pubblica, insieme a un altro illustre cognitivista italiano, Paolo Legrenzi, un libro che già in copertina afferma: “Il cervello non spiega chi siamo” (Neuro-mania, 2009). Che cosa è cambiato da allora?

E’ cambiato ben poco. Ero e resto un riduzionista e (con una certa cautela) un localizzazionista. Penso però che, se le neuroscienze cognitive si limiteranno a cercare di individuare le strutture cerebrali che sottendono i processi mentali, spiegheranno poco. “Localizzare” non spiega, per spiegare è necessario comprendere i meccanismi neuronali. Le ricerche di neuroimmagine perciò, permettendo solo di localizzare, promettono molto di più di ciò che possono mantenere. Una situazione simile si era creata alla fine del XIX secolo, quando studiosi come Lichteim, Lissauer, Wernicke, sulla scia di Broca, cercarono di spiegare la mente localizzando i processi mentali nel cervello. Quando divenne chiara la fragilità delle basi del loro tentativo, la reazione fu devastante e dovettero trascorrere circa 80 anni perché le neuroscienze cognitive rinascessero. Non vorrei che la delusione, che inevitabilmente seguirà l’entusiasmo per le neuroimmagini, faccia sì che la storia si ripeta.

Ritiene spropositato l’attuale interesse generalizzato per le neuroscienze? Tale attenzione diffusa si rivelerà presto una moda passeggera?

L’interesse generalizzato riguarda le neuroscienze cognitive, cioè quella branca delle neuroscienze che si occupa delle basi nervose dei processi mentali (cognitivi, affettivi ed emotivi) e le neuroimmagini in particolare. Questo interesse è prezioso. Non va sperperato promettendo ciò che non possiamo mantenere. Dobbiamo spiegare con chiarezza quanto incerte siano le assunzioni sulle quali si basa l’inferenza dalla circolazione sanguigna cerebrale regionale alle supposte attivazioni selettive di aree del cervello. In caso contrario rischiamo la reazione negativa della quale ho appena parlato.

Pensa che stiamo assistendo a reciproci sconfinamenti di campo, pericolosi per una prevedibile confusione di metodi e “stili” di ricerca?

Non credo che gli sconfinamenti di campo disciplinare siano pericolosi. L’importante è che ciascuno affronti problemi per i quali possiede una competenza specifica. Purtroppo ciò accade raramente nelle nuove discipline “neuro+”. Prendiamo, come esempio, la neuroeconomia. Lo scopo di questa disciplina è di individuare le strutture nervose che sottendono i processi mentali rilevanti per i comportamenti economici. In genere, gli economisti ed i neuroscienziati non possiedono competenze specifiche nel campo dei processi mentali. D’altra parte, non c’è nulla di speciale nei processi mentali rilevanti per l’economia: sono gli stessi che intervengono in qualsiasi attività umana. Si pensi che negli ultimi 30 anni il premio Nobel per l’economia è stato assegnato due volte a psicologi (Simon e Kahneman). Perciò, piuttosto che inventare una nuova disciplina, che si rivelerà poi un guscio vuoto, è preferibile ricorrere alla classica psicologia / neuropsicologia dei processi cognitivi (dei processi decisionali, in particolare). Di fatto, è ciò che accade, ma il nome, del tipo “neuro+”, è lì a creare confusione (e illusioni).

Qual è precisamente l’oggetto di indagine delle neuroscienze, della psicologia, rispetto alle nuove discipline “neuro-maniache”, come Lei le definisce?

L’oggetto della psicologia è lo studio dei processi mentali. L’oggetto delle neuroscienze cognitive è l’individuazione delle basi nervose di quei processi mentali. Le altre discipline si occupano di altro, non dei processi mentali.

La ricerca neuroscientifica deve essere necessariamente “riduzionista”?

Direi che la ricerca neuroscientifica è di necessità riduzionista. Il neuroscienziato, qualsiasi siano le sue convinzioni, sa benissimo che nessuna rivista scientifica accetterebbe mai, e con ragione, un contributo che non abbia un’impostazione rigidamente riduzionista.

Qual è o dovrebbe essere, a suo parere, l’utilizzo ottimale degli strumenti di neuroimmagine da parte di chi si occupa di ricerca cognitiva?

Le neuroimmagini sono attualmente utilizzate in modo corretto. I neuroscienziati cognitivi che le utilizzano dovrebbero, però, abbandonare gli atteggiamenti miracolistici, volti a stupire gli ignari, e concentrarsi invece sui molti problemi, concettuali e tecnici, che ancora rimangono.

In effetti, anche un non addetto ai lavori potrebbe obiettare ai ricercatori: “scoperta questa (nuova) attivazione, dunque?” In altri termini, una volta localizzata la regione del cervello che si attiva in una determinata condizione mentale o comportamentale, che vantaggi ne otteniamo?

Come minimo, otteniamo dei vantaggi conoscitivi, e la scienza spesso non si è domandata che vantaggi pratici poteva produrre. L’importante, come ho già detto, è  non confondere “localizzazione” con “spiegazione”.

Il metodo della ricerca in voga è quello della correlazione, che non significa rapporto causa effetto; per cui – per assurdo – se fosse avallata da significatività statistica, potrebbe anche stare in piedi una correlazione fra condizioni meteorologiche e attivazione delle regioni X e Y in un campione di soggetti sottoposti a risonanza magnetica funzionale…

Le correlazioni, se statisticamente significative, sono certamente un primo, importante passo verso una spiegazione. Una correlazione non indica di necessità un rapporto di causa ed effetto ma invita certamente ad una più approfondita esplorazione. Se osservassi una correlazione significativa fra un tipo di condizione atmosferica e attivazione di un’area cerebrale, giudicherei certamente necessario un approfondimento.

Lei parla di una diffusa neuro-mania: a parte qualche “neuro-neologismo” veramente fuori luogo, non pensa che il filone di ricerca della cd. “neurofenomenologia” – a partire dalle riflessioni di Francisco Varela su autopoiesi, enazione, embodiment, emergenza, ecc. – possa rappresentare una “terza via” accettabile?

No, non lo credo. Mi sembra che Varela non abbia dato, in questo campo, contributi utili. Li conosco poco, però; non li trovo mai citati nella letteratura che seguo.

In apertura di un recente convegno a Pavia sul tema “neuroimmagine e coscienza”, Elio Franzini, fenomenologo e ordinario di estetica alla Statale di Milano, ha sottolineato che “le discipline e i saperi debbono dialogare, ma il dialogo deve avvenire su piani ben precisi, consapevoli delle differenze metodologiche e delle specificità degli orizzonti fenomenici presi in esame”. Qual è la sua posizione al riguardo?

Ripeto, il dialogo più fruttuoso è quello classico fra chi si occupa di processi mentali e chi si occupa di basi nervose dei processi mentali (il dialogo fra psicologia e neuroscienze cognitive, dunque). Va avanti da circa 150 anni con ottimi risultati. Non si vede che contributo possa dare una disciplina, come, per esempio, l’economia, che non si occupa di processi mentali e neppure di processi nervosi.

Solo qualche mese fa, uno studio di Edward Vul, sino allora sconosciuto dottorando al MIT, ha messo in luce errori statistici di analisi dei dati di neuroimmagine commessi – a suo dire – da gran parte dei cd. “neuroscienziati sociali”, notando peraltro che parecchi lavori di costoro erano stati pubblicati su prestigiose riviste quali Nature e Science. Parlando di “correlazioni voodoo”,  ha scatenato un dibattito da resa dei conti nella comunità neuroscientifica…

Ho sulla mia scrivania il lavoro di Vul, assieme a diversi altri, alcuni a favore, altri contrari, ma non ho ancora avuto il tempo di leggerli. E’ chiaro, però, che Vul affronta un altro problema: l’uso improprio, evento non infrequente negli studi di neuroimmagine, dell’inferenza statistica. E’ un problema grave, ma non tocca aspetti concettuali.

Dunque, secondo Lei non siamo così prossimi a una crisi di metodo della ricerca neuroscientifica…

No, non mi aspetto una crisi entro breve termine (entro i prossimi 10 anni), se si recupera la parsimonia e la prudenza nell’interpretazione dei risultati. Non bisogna dimenticare che diventano disponibili sempre nuove tecniche, più precise, meno invasive e, ciò che non guasta, meno costose.

A chi sarà riservato in futuro lo studio della mente umana? Alle attuali discipline, così come  oggi le conosciamo, o a una disciplina nuova, ancora tutta da costruire?

Sono convinto che la tendenza attuale sia irreversibile: lo studio della mente sarà riservato alle neuroscienze cognitive; non necessariamente, però, come sviluppo dei concetti e delle tecniche attuali. Questa mia convinzione non si estende, però, ai prodotti della mente umana, che continueranno ad essere l’oggetto di studio di altre discipline (economia, etica, estetica….) senza che ci sia alcun bisogno di aggiungere il suffisso “neuro”.

Veniamo all’Italia: nel nostro Paese, di cosa si occupano e/o di cosa si dovrebbero occupare oggi, sia in ambito clinico sia in ambito di ricerca, gli psicologi? E i neuropsicologi?

Gli psicologi e i neuropsicologi si devono occupare (e, di fatto, si occupano) dei processi mentali e delle basi nervose dei processi mentali. Sul piano applicativo, la grande sfida è quella di mettere a punto procedure efficaci per la riabilitazione dei deficit cognitivi, nelle demenze e nei traumi cranici, soprattutto. Quello delle neuroscienze cognitive è un settore di ricerca nel quale l’Italia ha un’ottima tradizione, che ancora prosegue. Direi che, se si tiene conto del numero di ricercatori attivi, il solo paese che ci supera nettamente è il Regno Unito.

Cosa ne pensa della divulgazione neuroscientifica in Italia?

Non la conosco a sufficienza per dare un giudizio attendibile. Quella che leggo sui quotidiani mi sembra manchi di sufficiente senso critico. Vengono riferite scoperte sempre sensazionali, senza che il lettore sia mai informato dei limiti delle ricerche che le hanno prodotte.

In una battura, per concludere: se dice che “il cervello non spiega chi siamo”, ritiene davvero che ci sia qualcosa d’altro che possa “spiegarlo”? O il “chi siamo” in fin dei conti è quel “mistero” che deve rimanere tale, per renderci (e farci sentire) proprio così “umani”?

Il cervello non spiega chi siamo, se ci si limita a localizzare le basi nervose dei processi mentali. Il cervello spiegherà chi siamo quando riusciremo a chiarire i meccanismi neuronali.

Intervista realizzata da Marco Mozzoni il 31/3/2009

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