A dangerous method

Espungere accogliendo? Ancora non lo so mentre scrivo oggi. Sto preparando con fatica caparbia un pezzo di storia della psichiatria in parte scientifico in parte a modo mio. La sostanza potrebbe essere “cosa ha fatto la psichiatria per meritarsi questo?” Spesso leggo la Rivista on line “Brainfactor” con la quale collaboro da esterna. Ed ecco maggio e vi trovo un cosa ed il suo contrario: La Creatura. Resto basita. Espungere accogliendo: ora scorrono le dita per l’incipit giusto per me che scopro in forme inconsuete. Ma forse anche la conclusione di un bel rapporto. Si lavora intensamente per La Creatura nella piattaforma coi sistemisti. Lavoro mastodontico. Sarà la testata su una linea più mirata rispetto a prima, è chiaro persino a me che non ne so nulla.

Ho scritto in passato di Campigli che racconta da sempre le sue storie di bambine e di bambole … e con la fatica e la pazienza del giocatore di scacchi dispone le sue figure secondo un ritmo preciso, lento, cadenzato, in costante equilibrio fra rigore e simmetria, stupore infantile e innocenza ironia ed autoanalisi … Ma la Creatura mi affascina.

Non si cura, Lei, che come in una partita a scacchi, così in Università, così nel mondo scientifico in generale, da temere sono le Regine; imprevedibili scattano in difesa di un sapere e di un potere da sempre detenuto, un potere immenso: valutare, relazionare, decidere. Ora siamo a buon punto e posso riprendere il filo… Per il mio articolo, mi fanno sapere, come sempre lo trovano ricco di stimoli, lasciare ancora qualche giorno di tempo, perché… No, eccolo. E il titolo sarà per donne di gesti quotidiani e di scale e metrò donne da tutti i giorni ma sempre sospese fra cielo e terra “A Dangerous Method” (così un film di Cronenberg).

Principio di uguaglianza nelle “relazioni sbilanciate”

Come esplicitare il contenuto del principio di uguaglianza nelle “relazioni sbilanciate”: a questa immane fatica a questo metodo rischioso, è dedicato questo scritto. Non posso non iniziare dal processo. Uno dei concetti pregnanti del dibattimento, nel processo penale, è quello di “agenda nascosta” (così P. Bellucci, “A onor del vero”, Einaudi).

Ma tale concetto è stato messo a punto in realtà in letteratura, soprattutto in relazione all’interazione medico-paziente (così Frankler, 1984; Misheler, 1984; Todd, 1984). È in questo rapporto che si celebra uno dei riti più consolidati della relazione asimmetrica. Il paziente si alza dalla sua sedia nella sala d’aspetto con la sua “agenda” nascosta che è nei suoi pensieri, nella sua vita, insomma, della quale la malattia fa pur parte. Entra nello studio del medico e… Zac! Preso nel Cerchio della sua patologia. Lì il medico, controllato solo da se stesso, distribuisce il sapere che possiede.

“…il corpo viene sottratto all’ ambivalenza simbolica che la malattia esalta, per esser collocato in quella bivalenza polare che conosce solo la differenza fra ‘normale’ e ‘patologico’ dove sottesa non c’è una riflessione sulla vita in generale, ma solo una riflessione sulla malattia come entità clinica che ha un decorso, un esito, ma mai un senso” (così Galimberti).

Eccola qui una bella relazione asimmetrica dove la dominanza dal solo punto di vista quantitativo conta ben poco: per esempio è proprio il debole quello che parla di più ma per rispondere alle domande del medico. Che non sono ovviamente quelle che lui si aspettava. Solo il medico, in realtà, conosce il contenuto “dell’agenda nascosta” dell’evento. Solo lui condurrà il gioco da allora in poi e solo lui conosce il limite di tolleranza per comportamenti nella norma e non nella norma  nelle singole fasi. C’è da meravigliarsi se il paziente viene preso dall’ansia? Che talora finisce per non seguire le prescrizioni del medico? Ma di norma, nelle malattie più pesanti, si adatterà pure alla scarna struttura partecipativa consentita  dall’evento: lascerà a casa la “sua agenda” ed apporrà, ove richiesto, la sua firma. Lcs.

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Nel tremore che caratterizza la modernità, nel terremoto quotidiano, è la fede nel punto fisso a prevalere. “Altrimenti c’è la crisi, l’immedicabile crisi, come se la crisi non fosse l’essenza stessa della modernità” (così Galimberti).

Distanze di sicurezza

Io ti interdico! L’interdizione del paziente che psichicamente sta così-così ed abbia qualche difficoltà, magari temporanea, a dare il consenso al trattamento sanitario che si sia reso necessario sarà solo un ricordo? Diventerà un cult? Pazienza, si dirà “l’amatore”. Ma adesso c’è, prevista, usata, e ri-proposta. In malattia, dominanza interazionale, semantica e strategica, saranno garantite come sempre, anche se talora con qualche complicazione in più e cioè con il supporto dei “diversi registi”  nei vari strati della Piramide alla sommità della quale c’è il peritus-peritorum (così Bellucci, cit.).

At home

In un film-commedia di Woody Allen, “io ti interdico!” lo grida il padre avvocato democratico alla figlia che si è invaghita di un ex detenuto che lui che si stesso, tanto democraticamente quanto incautamente, ha invitato a pranzo.
E fuori della commedia? Che succede in realtà in coincidenza con la “sceneggiata isterica” familiare (sin-tomo è la parola greca che significa coincidenza)?

Rifarsi a “un metodo pericoloso” come scelta di titolo è forse idea significativa anche se non brillante ripresa in realtà dal film di Cronenberg, cosa che farà certo sorridere gli addetti ai lavori, ma che ha il merito di rendere fruibile al grande pubblico (con non poche licenze poetiche) l’età d’oro, la nascita della psicoanalisi. Freud e Gustav Jung, di vent’anni più giovane, si cercano e si avvicinano sulle domande ultime sulle quali si rischia l’intera personalità intellettuale e dove niente è ancora certo e tanto meno riconosciuto dalla comunità scientifica: l’uno scopre l’altro ed è una emozione totale.

Perchè Sabina? Il triangolo relazionale che si crea: Sabina Spielrein, ebrea russa, il dottor Carl Gustav Jung, che su questa paziente gravemente isterica sperimenta quella “cura delle parole” che ha reso Sigmund Freud celebre in Europa e del quale Jung chiede la supervisione. Sabina sarà paziente – impaziente amante di Jung da Freud che diventerà per Jung il Maestro lei Sabina, paziente, farà suo il freudiano “pragmatismo”. Sarà una donna libera, sarà medico.

Cosa ha fatto la psichiatria per meritarsi questo? 

Tanto tempo è passato. Negli anni ’60 del secolo scorso la psicanalisi (soprattutto quella freudiana) era la scuola di pensiero dominante, nel bene e nel male. Paradossalmente, all’inizio la psicanalisi era pensiero forte per i suoi lati, diciamo così, negativi:

  • il training, che era una specie di arruolamento costoso e lungo, ma che, alla fine, garantiva l’accesso ad una professione remunerativa;
  • la capacità della psicanalisi di dare motivazioni –e assoluzioni- ad una borghesia emergente, che non era più credente, e però aveva bisogno di riferimenti etici, ma, possibilmente, abbastanza elastici, almeno quanto quelli proposti dalla vecchia religione cattolica, che aveva saputo mitigare la sua intransigenza morale con il pentimento e la confessione: non necessariamente atto individuale in quanto scelta, ma spesso sacramento cui accedere in maniera rituale;
  • l’immutabilità delle motivazioni del disagio psichico: che, se non faceva della psicanalisi una scienza, secondo i principi di Popper, pure dava certezze, riferimenti e speranze, rimuoveva i sensi di colpa ed i dubbi esistenziali, a chi ad essa si rivolgeva, oltre, ovviamente, a chi la praticava;
  • l’americanizzazione dell’occidente che, tra le sue forme emblematiche più significative, diffondeva l’immagine del lettino dell’analista: spesso uno status simbol da pop art, più che una risorsa terapeutica.
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Nella tempesta del ’68 la psicanalisi viene messa pesantemente in discussione, ma trova poi il modo di sopravvivere e, addirittura, di rilanciarsi, con il linguaggio libertario ed ermetico di Lacan e dei suoi epigoni. Ma assai presto, proprio in quegli anni, si affaccia prepotentemente alla ribalta il nuovo modello egemone: quello della psichiatria sociale, o alternativa (al manicomio, ai modelli preesistenti), o umanistica.

Dalle intuizioni e dalle pratiche basagliane fino al fiorire delle esperienze antimanicomiali, fino alla grande conquista della legge 180, per tutti gli anni ’70, e fino agli inizi degli anni ’80, quello della psichiatria sociale, o umanistica, è veramente il modello egemone. E lo diventa in una stagione in cui cultura e politica divengono un tutt’uno: perfetto terreno di coltura per una forma di pensiero che pone la politica (intesa come analisi degli errori del sistema, ma anche come consapevolezza e partecipazione) al primo posto nei suoi valori.

Ed oggi?

Mi rifaccio ancora all’Editoriale di F.Tornesello con il quale ho da sempre collaborato ed al quale devo molti degli argomenti fondanti della mia costruzione che non è, non sarà mai “una Torre”:

Viviamo in una strana società, in cui le disuguaglianza reali crescono a dismisura, ma tutti pretendono una eguaglianza fittizia, che metta al riparo dalle frustrazioni e consenta di tenere lontani gli incubi quotidiani: dal precariato alla perdita di lavoro, dalla disgregazione delle relazioni al degrado ambientale. E in questa ricerca di uguaglianza fasulla, di protagonismo consolatorio, di affermazioni auto rassicuranti, si cerca costantemente il nemico da abbattere, per costruirsi una identità, per quanto precaria essa sia. E, se la medicina ed il medico sono i nemici più diffusi, un po’ per colpe e limiti tutti loro, molto per una campagna di screditamento ottusa e violenta, lo psichiatra e la psichiatria sono, nel mucchio, i nemici più visibili e più combattuti. Anche perché, in realtà, sono i più deboli. Ma la debolezza della psichiatria e degli psichiatri non può essere accettata come un dato aprioristico ed immutabile: andrebbe, invece, analizzata, per poi cercare di modificare tale condizione. Un motivo di debolezza sta nell’appiattimento della psichiatria dei Servizi sul problema della lungodegenza. È evidente che, nel momento in cui la psichiatria italiana decideva di fare a meno dei manicomi, il problema dell’assistenza dei malati gravi e “cronici” diventava prioritario. Ma occuparsi quasi esclusivamente, in molte realtà, dei problemi e dei bisogni dei pazienti più deboli – e, quindi, in qualche modo più “poveri” – contribuiva a dare all’opinione pubblica l’impressione di una psichiatria più vicina all’assistenza sociale che non alla medicina. Noi sappiamo che non è vero, che così non doveva essere inteso il principio della presa in carico, ma, alla fine, questa è stata la percezione dei più.E quando questa percezione si è fatta strada anche nelle menti di chi aveva il compito di sostenere quel modello sanitario ed assistenziale (ad esempio, gli amministratori regionali, più che mai quelli delle regioni dove ben si operava) il cerchio si è chiuso, e la debolezza della psichiatria è esplosa in maniera eclatante: debolezza economica, politica, contrattuale.

Un secondo problema è stato l’aver accettato la semplificazione riduzionistica – ma, paradossalmente, dilatativa – dei vari manuali DSM, in sostituzione delle vecchie nosografie. Laddove era in corso il dibattito sulla diagnosi – come si dovrebbe fare, a chi serve, come liberarla dallo stigma, per evitare l’assurdo di una diagnosi che abbia un valore predittivo superiore alla prognosi – la mannaia del DSM è calata pesantemente a troncare il dibattito e ad incentivare la pigrizia mentale –quando non la sopravvenuta ignoranza- degli psichiatri.

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Ma è evidente che una scienza che rinuncia spontaneamente alle sue colonne portanti (cent’anni di psicopatologia fenomenologica, dinamica, cognitiva) è una scienza che fa harakiri, che è destinata prima ad implodere, poi a scomparire.L’altro grave problema è stato quello che, sin dal primo convegno de La Torre e l’Arca (1998), ho definito il problema delle Torri. Ovvero dei saperi arcignamente arroccati nel loro ambiti, chiusi alle realtà circostanti: anzi, ostili ad esse, e sempre pronti a scatenare guerre ideologiche e di conquista.

Ma, se un tempo le varie forme di sapere avevano lunghi tempi di incubazione – e quindi lunghi tempi di permanenza – l’accavallarsi tumultuoso di diversi nuovi – o semi nuovi – saperi, nell’arco degli ultimi trent’anni, ha contribuito notevolmente a indebolire la psichiatria nel contesto culturale coevo.Insomma, troppe torri sono state innalzate, troppo in fretta, e senza alcuna modifica, rispetto al passato, nel modo di costruirle. Quindi, non solo la psichiatria non è riuscita ad identificare un modello globale (quello che io chiamo l’Arca) ma, in ogni sua componente, ha continuato a lanciare anatemi e a screditare sul piano scientifico i saperi diversi.

Nulla di nuovo rispetto al passato: abbiamo ancora memoria delle stucchevoli e defatiganti querelles tra organicisti e psicologisti degli anni passati; ma c’era bisogno di unità culturale –o, almeno, di spirito di lobby- per adeguarsi ad un mondo che, nel frattempo, stava profondamente cambiando.Più di vent’anni fa avevo cominciato a lavorare sull’ipotesi delle “due linee”, che aveva in qualche modo coinvolto anche Sergio Piro, che ne aveva parlato, sia pure in maniera ancora embrionale. Sostenevo, allora, che ogni teoria psichiatrica ha in sé due linee: una “avanzata” e una “arretrata” (così F. Tornesello “che ha fatto la Psichiatria per meritarsi questi?”).

Il concetto di avanzamento o di retroguardia non va, però, inteso come un giudizio di valore e/o di merito, ma solo in senso spazio-temporale e devo dirlo. La linea arretrata rappresenta, infatti, il legame che la nuova teoria ha con quelle preesistenti; quella avanzata rappresenta gli elementi di discontinuità, di contemporaneità, quindi di innovazione…

Mi devo alzare, interrompere, suonano alla porta…

Una vicina di pianerottolo francese gentile sottile più di una modella arriva con un sacchetto di croissants caldi di forno da dividere:”mangiali ora domani mattina digiuno”. Ha visto nel caos della scrivania gli appunti appena digitati sullo schermo del Mac poi “La Creatura” e ha sorriso :

“Il faut se lever, se laver, se vêtir. Et ne plus chanter si l’on n’a plus rien à dire”.

Ma tu hai qualcosa da dire, oggi. Siamo tutte anoressiche o bulimiche ben temperate lo siamo nel corpo, più spesso nella mente. Tu sei bulimica con questa scrittura nella tua situazione fisica che richiederebbe relax, riposo, ritorni… Perciò, fermati qui. Le ho dato retta. (g.t.)

Image credits: Shutterstock

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