L’Oriente nella mente

Tra la cultura orientale e quella occidentale si è registrata spesso, nel corso della storia umana, una feconda osmosi. Da Schopenhauer a Nietzsche, una serie di filosofi europei hanno avuto importanti rapporti col pensiero asiatico. Non sono naturalmente mancate le voci contrarie, tra cui Hegel, il quale sprezzantemente affermava che “in Oriente non si può incontrare alcuna conoscenza filosofica” (1). Sul fronte opposto, nella schiera degli entusiasti e degli estimatori, si colloca invece Schopenhauer (2).

La ricerca di particolari stati della mente, pratiche mistico-religiose, approcci di ordine pratico o filosofico: sono diversi i metodi e gli aspetti che la nostra cultura ha ripreso, ad esempio, dalla tradizione indiana, che si può considerare una delle principali culle della civiltà umana. Sono parecchi decenni che anche in Europa e, in particolare, in Italia si vive un particolare interesse per pratiche che vengono studiate scientificamente da ricercatori di livello internazionale. Tra tutte spicca la meditazione yoga che, a detta dei suoi praticanti, può portare a un particolare stato di pace e di benessere psicologico e spirituale. I suoi effetti sono stati studiati da vari gruppi di scienziati anche facendo ricorso alla diagnostica cerebrale per immagini. Che pratiche come lo yoga abbiano un effetto a livello neurologico sembra ormai acclarato (3). Tuttavia ne vanno circoscritti e puntualizzati anche i benefici.

Certamente va detto che, in molti casi, in Occidente s’intende la meditazione in senso molto più limitato rispetto alla tradizione orientale originale. Se non consideriamo, quindi, la maggiore ampiezza dell’accezione “meditazione yoga” nel mondo indiano rischiamo di non comprendere a fondo la visione che sta alla fonte di tutte queste pratiche. In particolare c’è uno studio del 2017 [3] che ha messo in luce molto bene come nella stampa occidentale si tenda ad evidenziare l’aspetto meramente ginnico dello yoga (come sovente avviene nelle palestre), a scapito della centralità non solo della respirazione, ma anche del senso di armonia e pienezza (wholeness), insomma di una percezione di tipo olistico.

“E’ quindi illusorio pensare che lo yoga si riduca a una disciplina psicosomatica perché esso vuol essere, prima di tutto, una porta d’accesso a una vita spirituale elevata. Se lo yoga può avere conseguenze benefiche per la vita fisica e risultati terapeutici per quella psichica […] esso resta essenzialmente orientato in direzione mistica perché deve far raggiungere lo yogin (il praticante) all’‘unione’ con l’Assoluto” (4).

Nell’evidenziare anche i limiti dello yoga, un rigoroso metastudio pubblicato nel 2018 [9] sottolinea come tale pratica possa essere molto utile a certe persone affette da alcune psicosi, mentre potrebbe persino peggiorare il quadro in altri casi. In ogni caso, secondo questi stessi ricercatori la meditazione ha effetti positivi moderati sull’interazione sociale. Nell’articolo è stata utilizzata una definizione ristretta del termine “meditazione”, intendendola come “una forma di attenzione selettiva verso uno o più elementi, come il proprio corpo, il respiro, una vigile consapevolezza o una parola specifica, attraverso l’insegnamento oppure uno stato emotivo, ma senza praticare alcuna attività fisica”.

Gli interventi basati sulle pratiche meditative – aggiungono gli studiosi della Massey University (Nuova Zelanda), Conventry University (Uk), Centre Pompestichting (Olanda) e dell’Università di Anversa – “hanno avuto effetto sulle categorie della compassione e dell’empatia, mentre non l’hanno avuto sull’aggressività, sul senso di connessione e sul pregiudizio”. Gli stessi autori della ricerca, principalmente psicologi e psichiatri, criticano una mancanza di rigore troppo diffusa degli studi precedenti sulla meditazione:

“Vorremmo semplicemente evidenziare la ‘nebbia’ concettuale in cui ci siamo imbattuti negli studi che abbiamo considerato, sia per la mancanza di un quadro teoretico coerente, sia addirittura per la rinuncia al tentativo di formulare una teoria su come la meditazione funzioni” (5).

La maggior parte degli studi esaminati dalla metaricerca uscita su Science Reports sono usciti tra il 2010 e il 2015. Nel 39% dei casi la meditazione è durata 8 settimane. Solo 9 tra gli studi in esame dei 21 presi in considerazione hanno incluso un’attività di controllo (6) che veniva confrontata con i risultati specifici delle attività di meditazione. La maggior parte delle ricerche si sono concentrate sulla meditazione intesa come uno strumento utile a raggiungere vari scopi, tra cui il trattamento del senso d’isolamento sociale (l’effetto positivo sarebbe moderato); viceversa più raro è stato l’esame dell’empatia e della riduzione dello stress psicologico.

Probabilmente occorrerebbe avere un approccio più analitico e non aprioristicamente favorevole a una pratica che, comunque, secondo la maggior parte delle ricerche, può avere effetti positivi sulla mente e sul benessere non solo del singolo – maggiore lucidità, livello di attenzione e consapevolezza (7) -, ma anche sulle relazioni con gli altri – aumento del grado di empatia (8). Anche se, naturalmente, è metodologicamente errato considerarla come panacea di tutti i mali.

Ricercando in PubMed, il motore di ricerca americano dove si trovano tutti gli studi del mondo clinico considerati più autorevoli (9), si possono trovare centinaia d’articoli dove si espongono i benefici dello yoga per i problemi di salute più disparati (dal dolore cronico alla depressione, passando per persone in dialisi, casi di stress postraumatico e postoperatorio, fibromialgia, disturbi del sonno…). Tra l’altro è stato osservato che, in seguito alla meditazione, migliora il grado di connettività intracerebrale [39]. I depressi potrebbero beneficiarne mentre, più che ridurre un eventuale dolore fisico presente, migliora il modo in cui lo si affronta, diventando più capaci di accettarlo [20].

Particolarmente interessante è uno studio che ha confrontato persone che praticavano la meditazione (mindfulness anti-stress reduction) con una pratica “fake” che consisteva in una ventina di minuti di riposo mentale semplice. Tuttavia non si è arrivati a conclusioni definitive in nessun caso. Lo yoga, dunque, pur essendo spesso apprezzato dai praticanti con tanto di riscontri scientifici positivi, resta ancora immerso in una dimensione parzialmente inesplorata. Ulteriori ricerche condotte con metodo scientifico rigoroso potranno aprire nuovi orizzonti terapeutici.

Glauco Galante 

Note

(1) Affermazione considerata oggi inaccettabile non solo alla luce di una profonda conoscenza del pensiero orientale, ma anche grazie all’apporto di numerose discipline che hanno consentito di cogliere l’enorme portata anche concettuale di molte filosofie asiatiche.

(2) Com’è noto la sua filosofia, il cui grado più alto è costituito dalla noluntas ossia dal superamento della Volontà, ha un’impronta pessimistica che generalmente il pensiero Orientale non condivide. La stessa dimensione della gioia come uno dei caratteri originari della creazione cosmica, presente in particolare nell’induismo, si discosta profondamente dalla drammatica sensibilità di Schopenhauer (“non v’è dubbio che l’esistenza umana esprima il destino del dolore” in Il mio oriente, p. 15 [1]).

(3) Ad esempio in una ricerca di Kilpatrick e colleghi (2011) [39] si legge che, utilizzando la risonanza magnetica funzionale per studiare la rete sinaptica, si è constatato che una meditazione consapevole basata sulla riduzione dello stress (MBSR) trasforma la connettività intrinseca tra neuroni.

(4) L’Universale di Filosofia (Garzanti, 2003), voce “induismo”>“lo yoga” di Caterina Conio

(5) Ute Kreplin, Miguel Farias & Inti A. Brazil, “The limited prosocial effects of meditation: A systematic review and meta-analysis” [19]

(6) Ad esempio guardare un video con scene di natura, seguire un corso di gestione del tempo, ecc.

(7) In una condizione di rilassamento.

(8) Tra i vari termini utilizzati segnaliamo quello di connectedness, che potremmo tradurre con “senso di connessione con gli altri”, “senso di comunità”, “senso d’armonia sociale” (superamento dell’isolamento individuale).

(9) Ossia con impact factor (una sorta d’indice di notorietà nella comunità scientifica internazionale), un sistema basato sul numero di citazioni e sull’autorevolezza della testata su cui si pubblica.

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