Ipnosi e Parkinson

“One of the biggest revelations was, in spite of all our common travails, how different our experiences could be. Parkinson’s disease takes many forms – for some reason, everyone gets their own version. A drug therapy or surgery that works for one may not work for another. Our reactions – emotional, psychological, and physical – vary greatly, and this obviously affects our ability to cope.”

(Michael J. Fox)

Dopo l’Alzheimer, il Parkinson rappresenta la seconda malattia neurodegenerativa più comune, interessando 10 milioni di persone in tutto il mondo, destinate a raddoppiare nel 2030 (Lisak et al., 2016). La sua prevalenza è di circa l’1% dopo i 60 anni e di circa il 4% dopo gli 85 anni (Deng et al., 2018), mentre la forma giovanile colpisce lo 0,4% della popolazione sotto i 40 anni. Circa il 10% dei pazienti presenta una storia familiare, pertanto una certa predisposizione genetica è ritenuta probabile. Nelle forme genetiche, l’età di insorgenza tende a essere più bassa, ma il decorso a rivelarsi più benigno (Gonzales-Usigli, 2018). Negli anni sono stati identificati 20 geni a trasmissione ereditaria autosomica recessiva e dominante, denominati da Park1 a Park20, e la lista è in continua espansione; insieme ai fattori genetici, anche i fattori ambientali hanno un ruolo importante (Lisak et al., 2016).

Tra i segni e i sintomi della malattia, i più tipici di natura motoria sono il tremore a riposo, il rallentamento del movimento (bradicinesia), la difficoltà a iniziare un movimento (acinesia), la rigidità muscolare, l’instabilità posturale, spesso associati a dolori muscolari; i più comuni di natura non motoria sono la riduzione dell’olfatto (anosmia), il declino cognitivo, la sintomatologia psichiatrica e disfunzioni del sistema nervoso autonomo (De Virgilio et al., 2016). Tra gli altri sintomi neurologici riscontrati, i disturbi del sonno, la dismotilità esofagea e intestinale sono fra i più comuni. A oggi non esiste un test obiettivo né un biomarcatore per la diagnosi, che resta clinica, con un tasso di errori diagnostici particolarmente elevato (MJFF, 2018). Nel tempo sono stati descritti diversi sottotipi della malattia, corrispondenti a differenti meccanismi patogenetici e a differenti sviluppi (Rajput et al., 2017), tanto da far pensare che ciascun paziente abbia il proprio tipo “personale” di Parkinson.

La neuropatologia del Parkinson si caratterizza per una perdita selettiva di neuroni associata all’aggregazione e all’accumulo di filamenti della proteina alfa-sinucleina nei c.d. corpi di Lewy che si formano all’interno delle cellule del sistema nigrostriatale, del nucleo motorio dorsale del nervo vago, del nucleo basale di Meynert, dell’ipotalamo, della neocorteccia, del bulbo olfattivo, dei gangli del sistema simpatico, del plesso mienterico del tratto gastrointestinale. Nel Parkinson si assiste a una degenerazione progressiva dei neuroni pigmentati della parte compatta della substantia nigra, del locus ceruleus e di altri gruppi cellulari dopaminergici del tronco encefalico. La perdita dei neuroni nella substantia nigra comporta l’esaurimento della dopamina nella regione dorsale del putamen – parte integrante dei gangli della base –, causa, quando raggiunge il 20% dei livelli di norma, dei classici sintomi e segni motori. Dato che i corpi di Lewy appaiono in sequenza temporale, alcuni ricercatori hanno ipotizzato che la malattia di Parkinson rappresenti una fase tardiva dello sviluppo di una sinucleinopatia sistemica (Gonzales-Usigli, 2018). Parkinsonismi possono essere causati anche dall’assunzione di farmaci che bloccano i recettori dopaminergci dello striato, come gli antipsicotici e gli antiemetici; parkinsonismi di natura vascolare possono essere indotti da infarti multipli localizzati nei gangli della base, mentre altre forme di parkinsonismo possono essere dovute all’atrofia sistemica multipla e alla paralisi sopranuclerare progressiva (Wilkinson et al., 2005).

Nonostante la rapida espansione delle conoscenze in merito ai processi neurodegenerativi associati al Parkinson, il trattamento d’elezione resta sintomatico: non esistono infatti trattamenti neuroprotettivi o di modifica della malattia capaci di bloccarne o rallentarne il decorso (Lisak et al., 2016). Il trattamento farmacologico che va ancora oggi per la maggiore consite nel potenziamento dell’attività dopaminergica all’interno delle vie nigrostriatali, sia mediante assunzione di levodopa – che si trasforma in dopamina nei sopravvissuti neuroni della substantia nigra – sia mediante assunzione di dopaminoagonisti, che mimano l’effetto della dopamina nello striato. Altri farmaci come amantadina e anticolinergici agiscono inibendo il metabolismo della dopamina e modificando altri neurotrasmettitori dello striato. Queste terapie farmacologiche hanno purtroppo effetti collaterali noti: la maggior parte dei pazienti trattati con levodopa, nonostante sembri rispondere in modo brillante alla terapia nella fasi iniziali, a un certo punto inizia a produrre risposte sempre più brevi e meno marcate e può paradossalmente manifestare discinesia; è noto inoltre che gli anticolinergici possono arrecare problemi di memoria, confusione e allucinazioni (Wilkinson et al., 2005). Le principali terapie non farmacologiche includono la chirurgia, come ad esempio la stimolazione cerebrale profonda (DBS), consistente nell’impianto nel cervello di un dispositivo di elettrostimolazione, e le terapie fisiche come la riabilitazione e l’insegnamento di strategie motorie alternative (Janak et al., 2017).

Non è raro quindi, anzi sembra essere molto frequente, che i pazienti neurologici chiedano ai loro medici opzioni complementari e alternative di trattamento: un recente studio rivela che oltre il 60% della popolazione americana si rivolge a questo tipo di terapie, delle quali la c.d. “medicina mente-corpo” è la più gettonata. Le terapie mente-corpo si focalizzano sulle strette relazioni intercorrenti tra il cervello, la mente, il corpo e il comportamento e sui loro effetti sullo stato di salute e di malattia di una persona. Gli approcci mente-corpo comprendono un gruppo ampio di terapie, tra le quali il biofeedback, la meditazione, lo yoga, il tai chi, la visualizzazione e l’ipnosi. Queste terapie sono generalmente richieste dai pazienti anche per il fatto che presentano rischi fisici ed emotivi molto bassi, costano poco rispetto alle terapie correnti, lasciano al paziente un ruolo attivo nel trattamento, possono arrecare beneficio anche agli aspetti psicologici legati alla malattia. La crescente ricerca scientifica sulle interazioni tra sistema nervoso centrale, sistema nervoso autonomo, sistema endocrino, sistema immunitario, porta sempre maggiore evidenza del modo in cui la medicina mente-corpo sia in grado di influenzare positivamente e a lungo termine la salute e il benessere delle persone (Wahbeh et al., 2008).

Un fenomeno che offre un nesso interessante tra ipnosi e Parkinson è quello della distorsione temporale, esperienza comune tra le persone ipnotizzate e non così rara tra i pazienti: in pratica, è come se il tempo per queste persone scorresse più veloce, a causa di un rallentamento dell’orologio biologico interno. Sebbene la natura esatta dell’orologio interno rimanga ancora poco chiara, i ricercatori si trovano concordi nel ritenere che si tratti di un pool di neuroni oscillatori, che hanno un ruolo anche nella consapevolezza cosciente: una modificazione dell’attività di questi circuiti, infatti, può influire simultaneamente sul senso del tempo e sulla natura dell’esperienza cosciente, come avviene appunto nell’ipnosi. Nel tentativo di localizzare l’orologio interno in una regione definita del cervello, è stato notato che l’assunzione di levodopa, incrementando i livelli di dopamina nei gangli della base, migliorava nei pazienti anche il senso del tempo. In prima battuta si è dunque ipotizzato che il “clock” potesse avere sede proprio in quelle strutture sottocorticali. Ma gli studi di neuroimaging su soggetti sani mostravano invece il coinvolgimento di altre aree durante l’ipnosi, ad esclusione dei gangli della base. Restava dunque aperta la domanda di come il processo ipnotico potesse influenzare l’orologio interno. In un esperimento di timing condotto nel 2006 utilizzando la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori Lewis e Miall scoprivano che, in realtà, la sede dell’orologio biologico non era nei gangli della base, ma nella corteccia prefrontale dorsolaterale dell’emisfero destro, strettamente collegata ai gangli della base da connessioni dopaminergiche, risolvendo così l’enigma. Il senso del tempo è dunque, seppure in parte, una funzione dell’emisfero destro ed è stato successivamente dimostrato che, nel processo ipnotico, lo spostamento di attività cerebrale prevalente dalle regioni frontali dell’emisfero sinistro verso le regioni posteriori dell’emisfero destro, unitamente a un temporaneo indebolimento della sincronizzazione di fase tra le differenti aree corticali e a una riduzione dell’inibizione e del coordinamento generalmente operato dalle regioni frontali sul resto del cervello, può interferire con il normale funzionamento dell’orologio interno (Brann et al., 2012).

“Nell’attuale crocevia storico è più che lecito ipotizzare che medicina, psicologia, ipnosi e meditazione possano fortemente beneficiare le une delle altre. Non si può prescindere da un approccio rigoroso, ma aperto a culture e paradigmi diversi e autenticamente scettico, disposto a non accettare ma contemporaneamente a non rifiutare nulla a priori. I correlati neuroanatomici non sono indice di nessi causa-effetto e non esiste una gerarchia unidirezionale dal basso verso l’alto: una tale gerarchia non è né dimostrata né riduzionisticamente definibile a priori; affermare il contrario sarebbe altrettanto solido sul piano scientifico che sostenere che la decisione di camminare è nelle gambe.”

(Enrico Facco)

Attività psicosomatica per eccellenza, l’ipnosi è un metodo terapeutico di sorprendente valore perché fa accedere a livelli di controllo del corpo e della mente inimmaginabili, essendo in grado di aprire una diretta comunicazione con le funzioni somatiche normalmente non controllabili volontariamente, come quelle connesse al sistema neurovegetativo e alle vie del dolore, consentendo una loro modulazione e un loro controllo (Facco, 2014). Forma particolarmente efficace di medicina mente-corpo, l’ipnosi può rappresentare un approccio terapeutico complementare molto interessante nei disordini motori, perché in grado di lavorare non soltanto sui sintomi ma anche sul benessere del paziente, che mantiene un ruolo attivo nel trattamento. Quando impiegata nei disturbi motori, l’ipnosi può utilizzare i canali sensoriali, visivi, udtivi, olfattivi, gustativi, insieme al rilassamento generale, per attenuare o prevenire i movimenti anomali. Può allo stesso tempo aiutare nel trattamento della depressione, dell’ansia, dei disturbi del sonno, del dolore che frequentemente accompagnano i sintomi motori. Gli studi di neuroimaging dimostrano che l’ipnosi è associata alla modulazione di diverse aree del cervello, tra le quali le regioni sensoriali e motorie, al netto di input e di output esterni: il controllo del movimento sotto ipnosi è possibile grazie a rappresentazioni interne facilitate da suggestioni terapeutiche e immaginazione, mediate da una riconfigurazione del sistema esecutivo (Cojan et al., 2009). L’autoipnosi, inoltre, è una componente fondamentale della terapia e può essere ripetuta quotidianamente per contrastare con efficacia i sintomi e ottenere risultati duraturi (Vanhaudenhuyse et al., 2015).

Una rassegna sistematica sullo stato dell’arte e sulle prospettive dell’impiego dell’ipnosi nel trattamento dei disordini motori, firmata dai francesi Flamand-Roze, Célestin-Lhopiteau e Roze, è stata pubblicata nel 2016 sulla prestigiosa Revue Neurologique: nello studio, i ricercatori d’Oltralpe hanno rilevato 267 lavori scientifici indicizzati su PubMed, pubblicati tra il 1984 e il 2015, individuandone 13 con caratteristiche adeguate a stringenti criteri di inclusione. Gli studi analizzati, condotti in USA, Israele, India e Italia, avevano una dimensione del campione da 1 a 33 soggetti, per un totale complessivo di 104; per la gran parte erano case report (10 su 13); i disordini motori studiati riguardavano il tremore e il parkinsonismo rigido acinetico nel Parkinson, i tic motori e vocali nella sindrome di Tourette, la distonia cervicale, la chorea nella malattia di Huntington, il disturbo motorio ritmico del sonno. I trattamenti vedevano sempre combinate le sessioni di ipnoterapia con la pratica dell’autoipnosi: 3 il numero medio delle sessioni, della durata media di 30 minuti ciascuna (su un range da 20 a 90 minuti), 13 i mesi di durata media del trattamento (su un range da 2 mesi a 3 anni); le sessioni includevano procedure di rilassamento, visualizzazioni ed esercizi finalizzati a migliorare il controllo del movimento attraverso appropriate suggestioni e metafore. Di seguito, in sintesi, i risultati dei lavori messi sotto ai riflettori dai colleghi francesi:

  1. Ajimsha e colleghi (2014) hanno condotto uno studio controllato randomizzato a singolo cieco su pazienti in fase iniziale di sviluppo della malattia di Parkinson e con regime farmacologico stabile, riscontrando la maggiore efficacia della combinazione di ipnosi e training fisico, rispetto al solo training fisico, nel miglioramento dello stato motorio su un periodo di 8 settimane, con significative differenze riscontrate a livello di tremore, bradicinesia e rigidità muscolare, misurate con la Unified Parkinson Disease Rating Score (UPDRS-III).
  2. Schlesinger e colleghi (2009) hanno condotto uno studio su pazienti in fase iniziale e intermedia di sviluppo della malattia di Parkinson che presentavano un tremore residuo nonostante il trattamento farmacologico in atto, riscontrando che una singola sessione di ipnosi riusciva a ridurre significativamente o addirittura eliminare il tremore non solo durante la sessione, come riportato dalla misurazione con accelerometro, ma anche nelle 7 ore successive.
  3. Wain e colleghi (1990) ed Elkins e colleghi (2013) hanno descritto benefici analoghi su pazienti con tremore parkinsoniano in altrettanti case report.
  4. In un ampio studio retrospettivo Lazarus e colleghi (2010) hanno osservato che il 79% dei pazienti con sindrome di Gilles de la Tourette ottenevano rapidamente un controllo soddisfacente dei tic in sole 2 o 3 sedute di ipnosi affiancate da una pratica regolare di autoipnosi.
  5. Schneiderman e colleghi (1987), Young e colleghi (1988), Culberston e colleghi (1989) avevano descritto benefici analoghi su pazienti con tic motori in altrettanti case report.
  6. Altri studi minori riportano miglioramenti nella distonia, nella corea, nei movimenti ritmici durante il sonno, grazie a ipnosi e autoipnosi.

Al termine della review, i ricercatori francesi hanno concluso che gli studi analizzati, pur non fornendo evidenze definitive da cui poter trarre generalizzazioni o raccomandazioni, dimostrano chiaramente che un trattamento ripetitivo con ipnosi e/o autoipnosi può alleviare significativamente i sintomi motori del Parkinson in affiancamento a una terapia farmacologica convenzionale, specialmente nel caso di pazienti con tremore a riposo farmaco resistente. Rispetto ai metodi di conduzione degli studi scientifici tradizionali, completamente standardizzabili e replicabili, una standardizzazione degli interventi con l’ipnosi può risultare controproducente, proprio per la sua squisita capacità di adattamento alle esigenze del singolo paziente, alla sua propria storia personale e alle sue risorse uniche, che costituisce il suo punto di forza rispetto alle altre terapie. In ogni modo suggeriscono a quanti vorranno condurre future ricerche che sarebbe già un passo in avanti notevole riuscire, negli studi, a standardizzare il numero e la durata delle sessioni e il tempo di pratica individuale con l’autoipnosi, dimostratasi cruciale nel raggiungimento di un risultato terapeutico duraturo (Flamand-Roze et al., 2016).

“Esiste un crescente corpo di ricerca che supporta gli interventi ipnotici in sanità, nel contesto della salute e della psicoterapia. Negli Stati Uniti il National Institutes of Health (NIH) ha finanziato numerosi studi clinici basati sul rilassamento, la suggestione, la visualizzazione e l’autoipnosi. Oggi abbiamo un’evidenza considerevole sull’efficacia degli interventi mente-corpo, ipnosi compresa, che può essere di grande beneficio nel trattamento di diversi disturbi.”

(Gary R. Elkins)

Un intero capitolo è dedicato al Parkinson nella prima edizione dell’Handbook of Medical and Psychological Hypnosis: Foundations, Applications, and Professional Issues, pubblicato in USA nel 2017 a cura di Gary R. Elkins, direttore del Mind-Body Medicine Research Laboratory presso la Baylor University in Texas. Gli americani sottolineano che, anche se non sono stati ancora condotti studi su larga scala, numerosi case report pubblicati negli anni dimostrano l’utilità dell’ipnoterapia nel trattamento di un’ampia sintomatologia associata alla malattia di Parkinson, non soltanto di natura motoria. L’ipnosi e l’autoipnosi infatti possono risultare efficaci, con effetti duraturi, anche nel trattamento della depressione, dei disturbi del sonno, dell’ansia, del dolore e dell’affaticamento che spesso integrano la sintomatologia dei pazienti, con netto miglioramento della loro qualità della vita. Il caso descritto nel volume, riferito a un paziente cinquantenne con tremore persistente nonostante assunzione di levodopa, carbidopa e ropinirolo, appesantito da dolore e rigidità particolarmente pronunciate nelle fasi iniziali della giornata, nonché da disturbi del sonno e sintomi di ansia, dimostra la riduzione del 94% del tremore a riposo, dell’89% del dolore, del 97% della rigidità, del 75% del livello di ansia e degli altri disturbi non motori, con risultati persistenti e in progressivo miglioramento a 8 settimane dal trattamento. Tre le sessioni complessivamente programmate, per un totale di 3 settimane di terapia, basate su induzioni ipnotiche comprendenti suggestioni di rilassamento, di riduzione del tremore, di controllo del rilascio di dopamina nel cervello, unite a visualizzazioni personalizzate relative a un’esperienza piacevole vissuta dal paziente nel corso dell’infazia. Al paziente è stata fornita la registrazione della prima sessione, con prescrizione di riascoltarla almeno una volta al giorno per la pratica dell’autoipnosi. I colleghi americani suggeriscono ai clinici che volessero decidersi a integrare l’ipnosi nel proprio armamentario terapeutico, di familiarizzare in prima battuta con la miriade di sintomi che possono accompagnare questa malattia: alcuni pazienti infatti cercano principalmente sollievo dalle manifestazioni fisiche del Parkinson, altri dai sintomi di natura più psicologica, altri ancora dai disturbi ascrivibili al sistema autonomo (Sliwinsky et al., 2017).

Nessun paziente è uguale a un altro, specialmente nel caso del Parkinson. Ed è proprio qui che l’ipnosi clinica ha il suo asso nella manica.

Marco Mozzoni
Centro di Ipnosi Clinica Roma
www.ipnosiclinicaroma.it

Bibliografia

  1. Brann L. et al., The Handbook of Contemporary Clinical Hypnosis: Theory and Practice, British Society of Clinical and Academic Hypnosis (BSCH), Wiley-Blackwell, 2012
  2. Cojan Y. et al., The brain under self-control: modulation of inhibitory and monitoring cortical networks during hypnotic paralysis, Neuron, 62(6):862–75, 2009
  3. De Virgilio A. et al., Parkinson’s disease: autoimmunity and neuroinflammation, Autoimmun Rev, 15, 1005-1011, 2016
  4. Deng et al., The genetics of Parkinson disease, Ageing Research Reviews, S1568-1637(17)30245-3, 2017
  5. Elkins G.R. (Editor), Handbook of Medical and Psychological Hypnosis: Foundations, Applications, and Professional Issues, Springer Publishing Company, New York, 2017
  6. Facco E., Meditazione e ipnosi. Tra neuroscienze, filosofia e pregiudizio, Edizioni Altravista, 2014
  7. Flamand-Roze C. et al., Hypnosis and movement disorders: State of the art and perspectives, Revue Neurologique, 172 530–536, 2016
  8. Fox M.J., Always Looking Up. The Adventures of an Incurable Optimist, Hyperion, 2008
  9. Gonzalez-Usigli H.A., Parkinson Disease, in Merck Manual, Professional Version, Last full review/revision February 2017
  10. Janak P. et al. (Editor), Parkinson’s Disease, International Review of Neurobiology, 132, First Edition, 2017
  11. Lisak R.P. et al. (Editor), International Neurology, Wiley-Blackwell, 2016
  12. MJFF, Michael J. Fox Foundation official website, www.michaeljfox.org, accessed 07/01/2018
  13. Rajput A.H. et al., Baseline motor findings and Parkinson disease prognostic subtypes, Neurology, 89, 138-143, 2017
  14. Sliwinsky J. et al., Parkinson’s Disease, in: Elkins G.R. (Editor), Hanbook of Medical and Psychological Hypnosis: Foundations, Applications, and Professional Issues, Springer Publishing Company, New York, 2017
  15. Vanhaudenhuyse A. et al., Neurophysiology of hypnosis, Neurophysiol Clin, 44(4):343–53, 2014
  16. Wahbeh H. et al., Mind–body interventions: Applications in neurology, Neurology, June 10; 70(24): 2321–2328, 2008
  17. Wilkinson I. et al., Essential Neurology, 4th Edition, Blackwell Publishing, 2005

Image credits: Shutterstock. Featured image credits: Shutterstock.

Si ringrazia la Michael J. Fox Foundation per il contributo multimediale.

Copyright © Brainfactor. Tutti i diritti riservati per il presente articolo.

Be the first to comment on "Ipnosi e Parkinson"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*