Se l’intersoggettività plasma le reti neurali

Sappiamo che l’essere umano è “naturalmente” predisposto all’interazione. Se già Aristotele sottolineava l’importanza della dimensione sociale per la piena realizzazione dell’uomo (in quanto zoòn politikòn), nell’epoca contemporanea tale aspetto è stato declinato in senso strettamente intersoggettivo e comunicativo, assumendo diverse connotazioni a seconda delle discipline, delle scuole di pensiero e dei singoli studiosi. Ad esempio per Heidegger la mondanità è una connessione di rimandi [1], un aspetto che, seppur proposto in altra chiave, anche il suo maestro Husserl amava sottolineare: le realtà psichiche appartengono a un’intersoggettività originaria e il noi si dispiega in un operare collettivo di cui sono testimonianza la storia, la società e il linguaggio [2].

Facciamo un salto in avanti di oltre ottant’anni e arriviamo a Daniel J. Siegel, attualmente docente di psichiatria presso la scuola di medicina dell’Università della California, che si è cimentato nell’arduo compito di esplorare la dimensione intersoggettiva nella misura in cui plasma i circuiti cerebrali. Nella sua opera intitolata “La mente relazionale” [3] questo scienziato, che si occupa di neurobiologia dell’esperienza interpersonale, ha cercato di inserire in un grande quadro una serie di risultati scientifici ottenuti negli ultimi decenni e di fornire la sua interpretazione per cercare di contrastare una tendenza interpretativa eccessivamente individualistica.

Siegel attribuisce grande importanza alle reti di relazioni, da intendersi come rapporti tra singoli soggetti (a partire, naturalmente, dalle prime relazioni di attaccamento). Le reti neuronali appaiono fortemente influenzate, al di là degli aspetti genetici, dal rapporto con le altre persone. Scrive il docente di psichiatria: “Le connessioni umane plasmano le connessioni neurali, ed entrambe contribuiscono allo sviluppo della mente: relazioni interpersonali e collegamenti neurali danno insieme origine a un’entità che è più della somma dei singoli fattori”. Dunque l’orizzonte della neurobiologia interpersonale consente di adottare una prospettiva ampia.

Tale prospettiva ha naturalmente dei riscontri anche a livello di strutture neurali (indagini di neuroimaging). Infatti, sottolineano Ray e colleghi [4], “può suffragare questi approcci offrendo una comprensione della neurobiologia della funzionalità interpersonale”. Viene ipotizzata, quindi, un’evoluzione cerebrale sul piano delle azioni intersoggettive.

Eppure “il paradigma contemporaneo della salute psicologica limita i disturbi mentali a problemi interni all’individuo […]. Persino la terapia psicologica integrata (IPT o interpersonal psychotherapy), sebbene si basi sul riconoscimento del ruolo cruciale che giocano i fattori interpersonali nella genesi dei disturbi mentali, nella pratica si concentra sulle sofferenze individuali […]. Quindi, con l’eccezione delle terapie familiari e di gruppo, in tutti i principali approcci terapeutici sul piano della salute mentale, compresa l’IPT, lo spazio ‘intrapersonale’ è considerato il luogo principale d’anomalia. I processi che hanno luogo nello spazio interpersonale vengono discussi come meri fattori di rischio/predisponenti che possono influenzare in modo causale lo spazio intrapersonale”. (Ray D et al., 2017)

Si potrebbe, quindi, estendere in modo utile il concetto di rete. Tra l’altro, ipotizza lo psichiatra americano, “l’esperienza conscia sembra emergere dalle interazioni tra varie regioni interconnesse”. “Secondo la prospettiva della neurobiologia interpersonale mente, cervello e relazioni sono aspetti inscindibili dei flussi d’energia e informazioni”.

Possiamo quindi persino parlare di un “cervello esteso” che comprende non solo i circuiti neurali propri ma anche quelli altrui (con cui s’interagisce), a cui però bisogna sommare le influenze ambientali non umane (in questo caso possiamo scomodare la nozione di “reticolarità interattiva” in un sistema complessivo individuo-ambiente). Da un lato, infatti, “il cervello è formato da reti neurali simili a ragnatele, mentre dall’altro “la mente non può essere considerata un’entità socialmente isolata, ma deve essere vista nel contesto delle relazioni umane”. Scrive quindi l’autore del volume:

“Dato che siamo profondamente connessi ad altri in una rete mutevole e interdipendente di relazioni sociali, potremmo anche dire che il Sé non è un sostantivo singolare, ma un verbo plurale. Non siamo un Sé isolato e separato, ma un processo costantemente emergente di ‘creazione del Sé’ collegato ad altri Sé in evoluzione”. (Daniel J. Siegel, op. cit., p. 217)

In quest’acuta analisi ciò che ci colpisce sono principalmente i concetti di: 1) mutevolezza; 2) interdipendenza; 3) evoluzione del Sé. Sul piano strettamente filosofico il concetto di mutamento è stato già magistralmente descritto da Eraclito e da Hegel, ma nel senso dinamico più specifico di connessione sociale e psichica ci sembra qui evidente. Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto l’essere costantemente immersi in una dimensione spazio-temporale intersoggettiva non può che rimandare al concetto di mutevole interdipendenza, che in questo contesto viene declinato in senso socio-psicologico, ma potrebbe perfettamente attagliarsi persino alle visioni ecologiste contemporanee. In terzo luogo ogni nostro Sé è interrelato ad altri Sé e tutto il complesso è in evoluzione: il fissismo ci fossilizzerebbe in modo assolutamente innaturale, mentre la natura è movimento ed evoluzione creatrice, la cui logica globale viene letta in modo diverso a seconda dei filosofi, degli psicologi e degli scienziati che si sono dedicati alla sua interpretazione. Siegel chiarisce il suo pensiero:

“Nel suo insieme, la vita mentale di una persona funziona come un sistema che esiste nel tempo ed è composto da molti stati relativamente distinti ma interdipendenti. Come sistema complesso, la mente è formata da questi diversi stati del Sé e nello stesso tempo fa parte di un sistema interpersonale più ampio”. (ivi, p. 218)

Si può persino sostenere con Tronick (2007) che due individui possono arrivare a “funzionare come un unico sistema diadico”. Infatti, com’è noto ci sono diverse teorie psicodinamiche e di psicologica sociale che sottolineano l’evoluzione delle stesse modalità di sviluppo del bambino, contribuendo a processi di apprendimento, comunicazione, interiorizzazione e identificazione (Cicchetti, Rogosch, 1997b).

Quindi Siegel spiega – avvalendosi della teoria dei sistemi – che gli esseri umani possono essere considerati “sistemi dinamici non lineari”: piccole variazioni degli input (immessi nel sistema mentale) possono determinare grandi cambiamenti nelle risposte e, quindi, buona parte dei nostri comportamenti e dei nostri processi psichici è, nel lungo periodo, imprevedibile. Eppure esistono delle regolarità: se non è possibile prevedere una configurazione specifica si possono però studiare delle tendenze e “persino i nostri vecchi stati interpersonali possono influenzare i nostri pattern di auto-organizzazione. Stati attrattori rigidi e fissi riducono la variabilità del sistema, diminuendo la sua adattabilità all’ambiente; una ridotta flessibilità inibisce i processi di auto-organizzazione che tendono naturalmente verso una crescente complessità”. Questo è il motivo per cui non poche persone possono sentirsi eccessivamente costrette in schemi rigidi proprie delle famiglie d’origine, il che spesso le spinge a esplorare altre dimensioni esterne (talvolta epicamente). Dunque, nel capitolo intitolato “Stati della mente”, l’autore conclude:

“Lo sviluppo emotivo si basa sul movimento di sistemi dinamici verso un equilibrio tra continuità e flessibilità nel flusso degli stati del tempo; lo scopo di tale sviluppo è un flusso di energia bilanciato all’interno del sistema, che evita sia vincoli rigidi, sia attivazioni caotiche. Processi di autoregolazione troppo rigidi o disorganizzati creano entrambi condizioni che limitano il movimento stabilizzante verso una crescente complessità del sistema e riflettono quadri di disregolazione emotiva”. (Siegel, op. cit., p. 223)

Dunque è importante trovare un fruttuoso equilibrio tra certezza (familiarità) e incertezza (novità), consentendo al nostro cervello – che può essere inteso come un sistema dinamico di natura reticolare – di massimizzare la sua complessità facendo ricorso a gruppi neuronali differenti. Dato che la mente è “incarnata e allo stesso tempo relazionale, tale processo di reclutamento coinvolge anche le interazioni con gli altri nel mondo che ci circonda”.

Anche i celebri neuroni specchio contribuiscono a far capire che nessun uomo è un’isola, ma è piuttosto un “nodo” esistenzialmente e strutturalmente interattivo. Se noi siamo “gettati nel mondo” (l’espressione è di Heidegger), siamo anche immersi sin dalla nostra nascita in una rete intersoggettiva fatta di linguaggio (con la sua immensa rete di significati), così come in una rete intessuta di comportamenti non verbali.

Nota ancora Siegel: “Il cervello è […] profondamente interconnesso con una gran varietà di processi neurali […]. Se aggiungiamo che è un ‘organo sociale’ che riceve segnali neurali da altri cervelli, vediamo come in termini biologici non abbia senso […] considerare il cervello come entità separata racchiusa nel cranio”. D’altronde “le nostre vite mentali sono plasmate dalle interazioni con gli altri”.

Sul piano neurobiologico serve “un modello integrato, formato dalle reti neurali e dalla loro interazione con aree altamente specializzate attraverso reti più ampie distribuite su tutto il cervello, che raccolgono informazioni sul flusso di percezioni. La connettività funzionale e concreta tra le reti più ampie è essenziale per la coscienza, l’inconscio e la cognizione. E’ ciò che si chiama ‘connettoma umano’ overo la mappa delle reti neurali”. (Aldana et al., 2016).

M. Allen e G. Williams (2011) arrivano a sostenere in un loro articolo:

“La coscienza […] è un fenomeno interattivo, plastico aperto all’influenza socio-culturale. Rendiamo conto della coscienza osservando la neuroplasticità corticale radicale dello sviluppo umano. Di conseguenza abbiamo focalizzato le recenti ricerche sulle reti neurali macroscopiche, compresa la ‘modalità di default’ per illustrare i casi in cui uno specifico ‘connettoma’ dell’individuo è plasmato da pratiche sociali inserite nella cultura che dipendono e influenzano la coscienza fenomenica e quella riflessiva. Per quanto ci riguarda, la connettività interattiva dinamica di queste reti causa rilevanti differenze individuali nell’esperienza conscia, determinando ciò che è ‘presente’ nella coscienza”.

Per uno sviluppo psicologico sano è ovviamente necessaria una buona integrazione del Sé. Però una sua coesione (tra i diversi stati del Sé relativamente distinti) e una sua continuità in individui che hanno una storia personale di attaccamento evitante comporta un’eccessiva rigidità degli stati della mente: si raggiunge una sorta di blocco adattivo delle connessioni con gli altri e un ridotto accesso agli stati emozionali primari del Sé.

Più precisamente, a giudizio dell’autore (*), “negli individui con una storia di attaccamento disorganizzato possono essere presenti due forme principali di dis-associazione. La prima coinvolge i singoli stati della mente, che possono essere il risultato di attivazioni caotiche o incorenti; nella seconda stati della mente internamente coesi non sono integrati nel tempo, ma rimangono funzionalmente isolati: fra loro non esiste un trasferimento d’informazioni. La coesione può essere raggiunta solo attraverso una limitazione della complessità di questi stati del Sé” (**).

In conclusione, l’opera di Siegel è una stimolante combinazione di tradizione scientifica e di ricerche più o meno recenti. La strutturazione dell’opera consente di fruirne anche in maniera modulare. Tuttavia non sempre si riesce a cogliere la portata di una vera e propria svolta nel campo della neurobiologia interpersonale ossia un cambio di paradigma davvero compiuto.

Glauco Galante

Note

(*) Siegel, op. cit., pp. 224-5
(**) Possiamo fare riferimento alla schizofrenia o all’autismo. Notiamo come una distorta percezione dell’altro possa essere il riflesso deformato dalla patologia considerata, tanto che è stato sostenuto che potrebbe esserci un errato funzionamento dei sistemi di controllo dei neuroni specchio. (Schilbach L. et al., 2016)

Bibliografia

  1. Martin Heidegger, “Essere e tempo” (Sein und Zeit), Oscar Mondadori, 2011 (p. 132)
  2. Edmund Husserl, “Meditazioni Cartesiane” (V), Armando Editore, 1997
  3. Daniel J. Siegel, “La mente relazionale” (The Developing Mind), Raffaello Cortina Editore, 2013 (II edizione)
  4. Thomas Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, Einaudi, 2009
  5. Krause AL, Colic L, Borchardt V, Li M, Strauss B, Buchheim A, Wildgruber D, Fonagy P, Nolte T, Walter M, “Functional connectivity changes following interpersonal reactivity”, Human Brain Mapping, 2017 Nov 21. doi: 10.1002/hbm.23888. [Epub ahead of print]
  6. Szymanski C, Müller V, Brick TR, von Oertzen T, Lindenberger U, “Hyper-Transcranial Alternating Current Stimulation: Experimental Manipulation of Inter-Brain Synchrony”, Front Hum Neurosci. 2017 Nov 8;11:539. doi: 10.3389/fnhum.2017.00539. eCollection 2017.
  7. Ray D, Roy D, Sindhu B, Sharan P, Banerjee A, “Neural Substrate of Group Mental Health: Insights from Multi-Brain Reference Frame in Functional Neuroimaging“, Front Psychol. 2017 Sep 28;8:1627. doi: 10.3389/fpsyg.2017.01627. eCollection 2017
  8. Schilbach L, Derntl B, Aleman A, Caspers S, Clos M, Diederen KM, Gruber O, Kogler L, Liemburg EJ, Sommer IE, Müller VI, Cieslik EC, Eickhoff SB, “Differential Patterns of Dysconnectivity in Mirror Neuron and Mentalizing Networks in Schizophrenia“, Schizophr Bull. 2016 Sep;42(5):1135-48. doi: 10.1093/schbul/sbw015. Epub 2016 Mar 2
  9. Aldana EM, Valverde JL, Fábregas N, “Consciousness, cognition and brain networks: New perspectives“, Rev Esp Anestesiol Reanim, 2016 Oct;63(8):459-70. doi: 10.1016/j.redar.2015.04.005
  10. Allen M, Williams G, “Consciousness, plasticity, and connectomics: the role of intersubjectivity in human cognition“, Front Psychol. 2011 Feb 28;2:20. doi: 10.3389/fpsyg.2011.00020. eCollection 2011
  11. Pessoa L., “On the relationship between emotion and cognition“, Nat Rev Neurosci. 2008 Feb;9(2):148-58. doi: 10.1038/nrn2317
  12. Tronick E., “The Neurobehavioural and Social Emotional Development of Infants and Children”, Norton, New York (2007)
  13. Cicchetti D., Rogosch F.A., “The role of self-organisation in the promotion of resilience in maltreated children”, in Development and Psychopathology, 9, pp. 979-816 (1997b)

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