Si può prevedere il suicidio?

Mentre mi accingo a scrivere mi imbatto nell’ennesima notizia di cronaca di un quindicenne che a Trebaseleghe (PD), si impicca a un albero, a 400 metri da casa sua. Di poche settimane fa quella di un coetaneo che si lancia dal balcone in seguito a una perquisizione antidroga da parte della Finanza. Spesso queste notizie si contraddistinguono per l’impossibilità a intervenire tempestivamente a causa di una imprevedibilità dell’atto del morire.

La necessità di prevedere un comportamento suicidario è sempre parte del lavoro clinico, tanto da richiedere l’inserimento di una nosografia specifica, quella dei Disturbi da Comportamento Suicidario. Nella descrizione di molti disturbi psichiatrici, il suicidio si configura come una manifestazione che scaturisce in conseguenza di determinate condizioni sintomatiche, secondo un ragionamento in cui il gesto del fine vita trova spiegazione causale negli antecedenti.

I dati di incidenza epidemiologica dicono che la depressione e il disturbo bipolare hanno tassi di prevalenza di suicidio che vanno dal 30% al 70%, seguiti dalle schizofrenie con il 10%; i disturbi di personalità si situano al 7%, se si considerano i pazienti psichiatrici, e al 3,2%, se si considera la popolazione generale (Biondi et al., 2016; Krysinska et al., 2008).

In altri casi il suicidio rappresenta un epifenomeno di una psicopatologia fino a quel momento rimasta non diagnosticata (o semplicemente non riconosciuta), come la depressione. Le ipotesi diagnostiche vengono in questi casi applicate post-hoc, riconoscendo nel disturbo psichiatrico i presupposti causali necessari del suicidio: “si è suicidato perché era depresso”.

Ciò genera due bias ben noti in suicidologia:

  1. se il suicidio è intrinsecamente collegato a disturbo mentale, non si spiega come mai, in termini causali (restando allo stesso livello monista di interpretazione), gran parte della popolazione psichiatrica soggetta a rischio suicidario non metta in atto il suicidio;
  2. la validità retrospettiva di una invocata diagnosi fatta dopo il suicidio.

Il livello di “spiegazione delle cause”, secondo il modello medico, dell’esperienza del suicidio può essere legittimata entro una certa psichiatria biologica in cui l’oggetto di studio è un corpo, un aggregato di cellule nervose che scaricano (es. rapporto di noradrenalina e serotonina nel liquor cefalo-rachidiano o disfunzioni nel feedback HPA), un aggregato di sintomi psichici, con caratteristiche di funzionamento e di dis-funzionamento. Tale spiegazione, seppur riduzionista (sia in chiave diagnostica o neurobiologica del suicidio), può configurarsi come primo tentativo di accesso alla comprensione da parte dei familiari della vittima, ma non esaurisce nei familiari stessi la ricerca dei motivi storici. Non c’è nulla, forse più del suicidio, a essere cosi profondamente interconnesso alle tematiche dell’esistenza.

Qui si inciampa in una prima riflessione, che sono proprio i familiari dei suicidi a darci: il suicidio non sussiste come manifestazione sintomatica, ma si configura all’interno del movimento dell’esistenza, entro una storia di vita. Resta altresì molto chiaro che l’esperienza di chi ha compiuto il suicidio resta fenomenologicamente non accessibile, se non alla luce del racconto dei familiari.

Forse per questo negli ultimi 20-25 anni la ricerca sul suicidio si è ampiamente occupata dello studio dei fattori psicologici e socio-demografici predisponenti. Considerando l’aumento dei tassi di suicidio negli adolescenti, in cui il suicidio medesimo si configura come la seconda causa di morte, si delinea una incidenza differenziata di fattori di rischio psicosociali (emotivi, cognitivi, comportamentali, contestuali e famigliari) che variano nel life span, fino all’età avanzata.

Come molti autori sottolineano, tuttavia “non è migliorata per niente nel corso degli anni la capacità degli esperti di predire il suicidio”. Perchè? Le analisi sui fattori di rischio spesso si configurano come raccolte di dati socio-demografici e clinici, in cui gli indicatori descrittivi sono spesso dicotomizzati al fine di rendere accessibile una analisi statistica sintetica e in cui, ancora una volta, si perde di vista la fenomenologia del suicidio.

Il tentativo è ancora, analogamente a quello della psichiatria biologica, di oggettivizzare una esperienza, spiegandola alla luce di incidenze chiare e verificabili e riducendo il lavoro del clinico a quello di un elaboratore di informazioni, che calcola patterns diversi di fattori di rischio attraverso un algoritmo di “machine learning”. Questa è l’innovazione auspicata da recenti studi statunitensi nell’ambito degli interventi preventivi sul suicidio, che magari possano delineare caratteristiche descrittive del comportamento suicidario tale da renderlo fruibile in una futura classificazione diagnostica (Franklin et al, 2017).

La domanda è: può un sistema di calcolo basato su schemi semplici ed elementari cogliere e anticipare la complessità dell’Essere-nel-Mondo come struttura esistenziale imprescindibile? La prevedibilità e la evitabilità di un comportamento come il suicidio non sono risultate oggettivabili da un recente studio longitudinale prospettico su un campione di pazienti afferiti al Dipartimento d’Emergenza e Accettazione (DEA) di Roma per un TS. Pur avendo valutato la maggior parte delle variabili conosciute, lo studio ha dimostrato che “il secondo TS non era prevedibile, nonostante lo sforzo di obiettivazione, rilevazione, quantificazione di numerosi parametri psicopatologici, psicosociali, epidemiologici” (Biondi, Iannitelli, Ferracuti, 2014).

Alcuni studi approfondiscono approcci di valutazione qualitativa dell’esperienza del suicidio. Uno di questi studi ad esempio, attraverso una analisi fenomenologico-interpretativa dei report di un gruppo di adolescenti, riconduce l’esperienza dei tentati suicidi a due temi fondamentali: la dimensione individuale (isolamento ed emozioni sul Sè) e relazionale del tentato suicidio, incluso il tema della vendetta come dimensione relazionale dell’atto suicidario (Paduanello & Co, 2014).

In una prospettiva fenomenologico-ermeneutica risulta forse più interessante chiedersi come l’insieme dei “fattori di rischio” accadano ad una corrispettiva apertura di mondo che si dà “ogni volta”, secondo modi di essere diversi e secondo una accordatura emotiva dell’individuo. La psicopatologia scientifica diviene così scienza del “Chi” e non del “Cosa”. Non ci interessiamo solo di sapere se un complesso di sintomi o un insieme di fattori di rischio siano correlati al suicidio, ma ci occupiamo soprattutto di non perdere di vista il movimento dell’esistenza di una persona in carne e ossa. L’esperienza di sofferenza provata dalla persona che tenta il suicidio è l’esperienza di un mondo che deve esser compreso oltre che descritto; non è in gioco il solo esser-nel-mondo ma soprattutto il modo con cui il mondo si staglia davanti agli occhi della persona.

Inoltre, se fenomenologicamente una decisione è l’atto che riempie una ipotetica lacuna tra l’agire e i suoi motivi (De Caro, Lavazza, Sartori, 2010), anche il suicidio come scelta che esprime l’intenzionalità e la progettualità del soggetto ha una cornice storica, e non oggettuale o fattuale. Il suicidio rappresenta la libertà di non-scegliere le possibilità dell’esistenza che sarebbero state, di non-progettarsi, e per questo toglie all’uomo il peso del “prendersi cura” delle sue possibilità esistenziali. Allo stesso tempo, proprio nell’annullamento di tutte le possibilità dell’esistenza, il soggetto definisce se stesso, in qualche modo.

Tolte le sfumature etiche o di giudizio, pensare al suicidio come ultima e possibile manifestazione dell’esistenza, sul piano della cautela clinica (e non solo su quello fenomenologico) ci permette di considerarlo come possibilità reale e non come risultato algoritmico di una “machine learning”. Una possibilità di vita è possibile, oltre ad avere una quota di probabilità. Un calcolo algoritmico fatto intrecciando variabili umane potrebbe configurarsi estremamente efficace, ma allo stesso tempo pericoloso come una roulette russa, nel caso in cui si consideri che tra le “probabilità possibili” vi sia quello dei falsi negativi: pazienti ignorati dal sistema in quanto non rientranti nel pattern di “rischio suicidario”, che nella realtà potrebbero mettere in atto il comportamento.

D’altronde chi tenta il suicidio, compie un atto reale, seppur impensabile, ed è nei significati del reale che andrebbe rilevato quel rischio: si tratta del mancato slancio verso “ciò che non è ancora nell’apertura all’ infinità dei possibili esistenziali”, nella rinuncia alla responsabilità di una scelta tra quelle possibilità, eccetto che quella del morire.

Valentina Courrier

Bibliografia

  1. Tarolla E., Caredda M., Tarsitani L., Maraone A., Biondi M. (2015). Fattori predittivi di nuovi tentativi di suicidio in soggetti che accedono in pronto soccorso per un tentativo di suicidio. Uno studio longitudinale a un anno. Riv Psichiatr, 50: 28-3.
  2. Biondi M., Iannittelli A., Ferracuti S. (2016).Sull’imprevedibilità del suicidio. Riv. Psichiatria, 51(5):167-171
    Krysinska K., Heller T.S., De Leo D. (2008). Suicide and deliberate self-harm in personality disorders. Curr Opin Psychiatry 2006; 19: 95-101.
  3. De Caro M, Lavazza A, Sartori G. (2010) Siamo davvero liberi. Codice Edizioni
  4. Orri M., Paduanello M-, Lachal J., Falissard B., Sibeoni J., Revah-Levy A. (2014) Qualitative Approach to Attempted Suicide by Adolescents and Young Adults: The (Neglected) Role of Revenge. PlosOne, 9:5
  5. Heidegger M. (2011). Essere e Tempo. Oscar Mondadori.
  6. Liccione, D. (2011) Psicoterapia cognitivo-neuropsicologica. Bollati Boringhieri
  7. Franklin, Joseph C.; Ribeiro, Jessica D.; Fox, Kathryn R.; Bentley, Kate H.; Kleiman, Evan M.; Huang, Xieyining; Musacchio, Katherine M.; Jaroszewski, Adam C.; Chang, Bernard P.; Nock, Matthew K. (2017). Risk factors for suicidal thoughts and behaviors: A meta-analysis of 50 years of research. Psychological Bulletin, Vol 143(2): 187-232

Image credits: Shutterstock

 

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