Prisonizzazione e reclutamento terroristico

La disamina proposta si basa sull’analisi documentale relativa agli attentati perpetrati in Francia (2015-2016) e Belgio (2016), al fine di predisporre una prospettiva di osservazione di natura preventiva. La radicalizzazione operata all’interno delle carceri e la base logistica che si crea in ambito detentivo rappresentano dei dati allarmanti che necessitano di misure urgenti.

The proposed analysis is based on the study of the documents of the terrorist attacks in France (2015-2016) and Belgium (2016), in order to create a model of analysis concerning the field of prevention. The radicalization observed in the penitentiaries and the logistic supply developed in the prisons represent a relevant problem which needs an immediate solution.

1 Introduzione

La tragica realtà del terrorismo impone un monitoraggio di tutte quelle specifiche che originano e rafforzano il fenomeno in oggetto. Dagli attentati di Parigi (2015) in poi ci si pone davanti la fenomenologia criminologica delle vie del reclutamento e, il carcere, con particolare riferimento all’aspetto detentivo, rappresenta un punto imprescindibile che alimenta l’attività, gli strumenti, le condizioni facilitanti e gli obiettivi dei terroristi.

Emergono due aspetti fondamentali: l’indottrinamento intramurario inquadrato come aspetto principale al quale si affianca, fattore non meno importante e spesso trascurato, lo sviluppo di una rete di contatti fondamentali con la criminalità locale, irrinunciabile per la predisposizione dell’atto terroristico; tra gli esempi più chiarificatori ci sono quelli del reperimento di documenti falsi, delle SIM dei cellulari e, ovviamente, delle armi.

2 I pericoli del reclutamento

L’esperienza delle carceri speciali riscontrabile a partire dal 1977, soprattutto nel territorio regionale sardo, ha rappresentato un valido esempio di come la presenza nelle strutture detentive di terroristi, nella fattispecie brigatisti e appartenenti ai vari gruppi dell’eversione, abbia determinato una pratica diffusa di reclutamento e affiliazione dovuta principalmente a due fattori: il primo rappresentato dalla vicinanza e dal conseguente indottrinamento all’interno della struttura restrittiva, mentre il secondo dato dal proselitismo operato all’esterno dai familiari dei terroristi reclusi (nella fattispecie brigatisti). Il tutto, come già accennato, sempre tenendo in considerazione la disfunzionalità legale dei contatti sviluppati all’interno e all’esterno, condizione facilitante per una maggiore fruibilità di armi, di documenti falsi, per una forte protezione e un sostegno logistico durante la latitanza e tutte le attività inerenti le specifiche criminali.

Nell’ambito della trattazione in esame, un contributo fondamentale è quello evidenziato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che certifica come la metà dei detenuti presenti all’interno delle strutture destinate ai minorenni sia di fede musulmana; minori o giovani adulti che, secondo il procuratore, appaiono facilmente suscettibili alle azioni di reclutamento e quindi a rischio concreto jihad.

Sempre secondo Roberti, il terrorismo di matrice islamica e l’attività mafiosa locale e internazionale risultano essere strettamente legate, così come dimostra il fatto che gli attentati di Madrid del 2004 siano stati interamente finanziati da proventi illeciti, riconducibili al traffico di stupefacenti. A questo pensiero si affianca quello del procuratore aggiunto e coordinatore del gruppo antiterrorismo, Valter Giovannini, che enfatizza il ruolo fondamentale degli agenti della polizia penitenziaria quali primi possibili e naturali intercettatori delle politiche di reclutamento.

Proiettando il discorso in ambito europeo, le fonti documentali a disposizione mostrano come, soprattutto in riferimento a Daesh, sia presente, inequivocabilmente, un primo stadio della pratica di reclutamento all’interno delle carceri; a tal proposito, nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza stilata già nel 2008 si evidenzia che “è stata rilevata un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da veterani, condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori.”

3 La radicalizzazione e le politiche violente

Un elemento di analisi molto importante relativamente all’indagine in trattazione è il suicidio commesso nel carcere tedesco di Lipsia da Jaber Albakr, affiliato all’Isis e pesantemente indiziato e accusato di aver organizzato un atto terroristico da porre in essere nell’aeroporto di Berlino. Il soggetto, giunto in terra tedesca nel 2015, stava predisponendo un’azione simile a quelle in seguito perpetrate in Francia (2015-2016) e Belgio (2016), come dimostrato dal rinvenimento nel suo alloggio di una cintura esplosiva e di un ingente quantitativo di Tatp (lo stesso materiale esplodente utilizzato per le stragi in Francia e Belgio).

L’aspetto dell’azione suicidaria agita all’interno del penitenziario è funzionale dal punto di vista della stesura e dell’implementazione di una politica preventiva, perché un soggetto di tale calibro necessitava di essere monitorato costantemente, per la rilevanza delle informazioni sicuramente custodite in termini di canali, politiche di reclutamento, reperimento di esplosivi, documenti falsi, telefoni cellulari, SIM e armi.

Relativamente a quanto appena esposto, è opportuno un riferimento allo studio Criminal pasts, terrorist futures: european jihadists and the new crime-terror nexus redatto dall’ICSR (International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence); nella ricerca si sono considerate le specifiche di 79 ristretti, con cittadinanza europea e con chiare e accertate tendenze di matrice jihadista, presenti nelle carceri di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Germania e Paesi Bassi; nei soggetti monitorati (facenti inoltre parte dei circa 5000 affiliati con passaporto UE andati a combattere in Siria) si è rilevato un importante passato criminale a cui ha fatto appunto seguito la presenza fisica nel conflitto siriano (nelle file di Daesh e del nuovo gruppo emergente Jabhat Fateh al-Sham) e negli attentati terroristici registrati in Francia (2015-16) e Belgio (2016).

Quello che sicuramente affiora, e che rappresenta la disfunzionalità principale è che, oltre al dato allarmante della ormai dimostrata oggettiva criticità delle seconde e terze generazioni, un terzo di questi soggetti ha subito un indottrinamento durante la reclusione per precedenti reati, crimini totalmente sconnessi dal terrorismo di estrazione islamica, e che quasi i due terzi era stato già detenuto e quindi presumibilmente soggetto a indottrinamento intramurario. Un elemento rilevante che compare nell’indagine è che, per molti degli individui sottoposti ad analisi, il passaggio al mondo del terrorismo è giustificato come mezzo di redenzione per i precedenti reati, definibili come comuni.

Si evidenzia inoltre come moschee e certi contesti universitari abbiano lasciato spazio alle carceri come luoghi specifici di reclutamento; in tal senso, la politica di Daesh appare estremamente indicativa: non si sviluppa più infatti un’affiliazione su base squisitamente teologica e non è più neanche richiesta una completa devozione e uno stile di vita perfettamente conforme ai dettami dell’integralismo islamico (come nel caso di al Qaeda), ma più genericamente il requisito fondamentale è una forte propensione alla violenza, all’omicidio e allo stragismo indiscriminato. Questi elementi al momento rappresentano i requisiti sostanziali espressi appunto da Daesh.

L’analisi, relativa al target, del reclutamento nelle carceri evidenzia inoltre l’attenzione dedicata dai terroristi ai gruppi sociali più poveri e disagiati, talvolta isolati socialmente e stigmatizzati, considerati facili prede per le procedure di chiamata e indottrinamento. Emergono ulteriormente nella disamina proposta le seconde e le terze generazioni come elementi chiave in tutte le dinamiche menzionate.

4 Le carceri e le prospettive di intervento preventivo

Da uno studio recente pubblicato da Difesa e Sicurezza Nazionale si evince come nelle strutture detentive italiane siano stati individuati almeno 360 detenuti radicalizzati, e di questi sicuramente 167 possono essere etichettati come terroristi. E’ quindi un dato oggettivo la presenza del fenomeno dell’indottrinamento all’interno delle carceri italiane, con la necessaria considerazione statistica di circa 55 mila detenuti totali, di cui oltre il 30% stranieri e tra questi il 20% appartiene alla religione musulmana. Non si deve cadere nella errata semplificazione di considerare a rischio radicalizzazione solo i ristretti musulmani; l’esempio dei foreign fighters è altamente indicativo di come il reclutamento sia un fenomeno totalmente generalizzato.

Un riferimento di natura storica appare funzionale alla materia trattata: in seguito ai conflitti tra ex-Unione Sovietica e Afghanistan, alle rivolte algerine e alla guerra nei Balcani, nelle carceri italiane, a partire dagli anni ’90, si è registrato un aumento degli ingressi di reclusi stranieri, elemento di indubbio impatto statistico. Si è rilevata quindi la presenza di detenuti esteri non considerabili come comuni, con caratteristiche personali molto forti e un bagaglio di esperienza criminale estremamente rispettato dagli altri ristretti. All’interno di questo fenomeno, la componente dei reclusi di origine bosniaca, e i loro legami con gli integralisti islamici, ha rappresentato un canale particolarmente favorevole al reclutamento in oggetto; nella situazione in esame emerge la figura di Jarraya Khalil, tunisino, detto “il colonnello”.

Conosciuto anche con lo pseudonimo di Amro, apparteneva al gruppo dei combattenti dei mujaheddin di Zenica, in Bosnia-Erzegovina e nel periodo corrispondente al conflitto nei Balcani, agendo principalmente da Bologna (dentro e fuori la struttura detentiva) ha predisposto e mantenuto nel tempo una fitta rete di reclutamento che ha portato alla causa del fondamentalismo islamico un sostegno logistico non indifferente, anche con l’appoggio, fondamentale come enunciato, della criminalità comune. Questo gruppo è di rilievo per l’analisi proposta perché è rimasto operativo all’interno del comparto penitenziario anche quando, alla fine degli anni ’90, le forze di polizia hanno intercettato e smantellato questa cellula. Inoltre, in seguito all’attività di Jarraya Khalil, si sono verificati in ambito detentivo, così come all’esterno, svariati casi di radicalizzazione e si è segnalato, sempre in questa prospettiva, anche uno scambio continuo di informazioni con l’esterno, dovuto agli incontri in sede di colloquio.

La figura di Amro, che rappresenta uno dei tantissimi casi studiati, ha dato origine a un proselitismo esemplificativo e sempre degno di attenzione per due motivi: in primo luogo è riuscito a radicalizzare due generazioni di detenuti, stabilendo rapporti con tutte le fasce di età presenti all’interno del penitenziario; in secondo luogo, è stato possibile verificare come molti dei suoi adepti siano attualmente rintracciabili, ormai a distanza di anni, nelle file dell’Isis e di Daesh.

Una fenomenologia ulteriore che emerge negli studi più recenti, e probabilmente poco considerata, è quella degli assistenti spirituali, definibili, fuori e dentro gli istituti penitenziari, come degli specialisti in conversioni e soprattutto come soggetti estremamente abili nell’individuare le personalità suscettibili di reclutamento.

Il proselitismo funzionale all’arruolamento terroristico posto in essere all’interno delle strutture detentive è ormai oggetto di indagine da parte di tutte le strutture di intelligence. I costi della conversione ai principi del radicalismo islamico sono diventati irrisori e interamente assorbiti dalle spese di una comune connessione a internet e di un semplice computer, elementi di immediata reperibilità; tutto questo conferisce l’indubbio vantaggio di una ridottissima esposizione, infatti l’interazione per il reclutamento avviene principalmente a distanza, mentre nel passato si rendeva necessario un contatto di natura personale con il rischio per il reclutatore, come avvenuto in diversi casi, di essere scoperto. Si utilizza ormai il termine, a prima vista ironico ma a una analisi più attenta estremamente allarmante, di jihadismo da tastiera.

Quanto considerato, da un punto di vista prettamente criminologico, porta all’elaborazione di un giudizio predittivo mirante a eliminare i contatti dei reclutatori all’interno/esterno della struttura detentiva; come primo step appare necessario un processo accurato di indagine volto all’individuazione delle figure critiche e, in seguito, si dovrebbe procedere a realizzare in maniera accurata e scientifica un isolamento di natura fisica e comunicativa dei soggetti cosiddetti attenzionati. Si noti come questa prassi vada inoltre applicata anche ai processi relativi al colloquio intramurario e agli individui che ruotano attorno alla persona tacciata di proselitismo. La misura appare molto rigida, ma in considerazione dell’enorme disfunzione sociale che si vuole correggere e, viste le analisi effettuate, risulta al momento essere l’unica strada percorribile.

5 Conclusioni

La materia trattata è intrinsecamente avvolta da una connotazione di estrema complessità, a cui si aggiunge l’elemento dell’assoluta emergenza da conferire a una criticità da disaminare con metodo e discernimento scientifico e soprattutto da risolvere in tempi brevi.

Gli ultimi attentati in Francia (2015-16) e Belgio (2016), il pericolo concreto e attuale di subirne altri e la totalità delle vittime civili impongono, come esposto, una riflessione attenta e competente, da attuare tramite un criterio di analisi documentale per la produzione e l’implementazione di misure mirate di natura preventiva, atte a contrastare all’origine il fenomeno del reclutamento nelle carceri che, come evidente e dimostrato, oltre a produrre nuovi adepti (di fede musulmana e non), crea una rete di relazioni fondamentale per il gruppo terroristico, necessaria per tutta le esigenze operative di natura logistica e applicabili a strumenti, armi, obiettivi e condizioni facilitanti.

Marco Soddu, MA, Ph.D.

Researcher, Expert Criminologist

6 Bibliografia

Libri

  1. Alibrandi, A. (a cura di). (2015). Codice penale e leggi complementari. Piacenza: La Tribuna Editore.
  2. Antolisei, F. (2008). Manuale di diritto penale. Milano: Giuffré Editore.
  3. Filippi, L., Spangher, G. (2016). Manuale di diritto penitenziario. Milano: Giuffrè.
  4. Hamm, M.S. (2013). The spectacular few: prisoner radicalization and the evolving terrorist threat. New York: NYU Press.
  5. Dunleavy, P.T. (2011). The fertile soil of jihad: terrorism’s prison connection. Lincoln: Potomac Books.
  6. Ponti, G., Merzagora, I. (2008). Compendio di criminologia Milano: Cortina Raffaello Editore.
  7. Silke, A. (2014). Prisons, terrorism and extremism: critical issues in management, radicalisation and reform (political violence). Londra: Routledge.
  8. Soddu, M. (2016). Terrorismo, pericolosità sociale e recidiva. Pisa: Pacini Giuridica Editore.

Riviste e Periodici

  1. International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence. Criminal Pasts, Terrorist Futures: European Jihadists and the New Crime-Terror Nexus. In http://icsr.info/2016/10/new-icsr-report-criminal-pasts-terrorist-futures-european-jihadists-new-crime-terror-nexus/
  2. ISSP: Istituto Superiore di Studi Penitenziari. La radicalizzazione del terrorismo islamico. Documento del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Roma: 2012. In https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.page;jsessionid=HOnHhq+XdeRBqAA0+Po9iUOA?facetNode_1=0_15&facetNode_2=3_1&contentId=SPS760580&previsiousPage=mg_1_12

Atti e siti istituzionali

  1. https://www.giustizia.it/giustizia/
  2. http://www.interno.gov.it/it
  3. http://www.limesonline.com/radicalizzazione-jihadisti-carcere-italia/96086?refresh_ce
  4. http://www.prisonstudies.org/
  5. https://www.sicurezzaegiustizia.com/il-fenomeno-della-radicalizzazione-violenta-e-del-proselitismo-in-carcere-ii-parte/
  6. https://www.treasury.gov/resource-center/sanctions/OFAC-Enforcement/pages/20051018.aspx
  7. https://uanews.arizona.edu/story/expert-radicalization-often-takes-root-prison

Image credits: Shutterstock

 

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