Rappresentazionalismo o relazionalismo?

Negli articoli precedenti sono state presentate alcune teorie sulla percezione sensoriale nell’ambito della filosofia analitica. La percezione è uno dei fenomeni più studiati e diversi sono i dibattiti che coinvolgono questo tema.

Uno dei dibattiti oggi più accesi è quello che coinvolge relazionalisti contro rappresentazionalisti. La prospettiva rappresentazionale sostenuta da autori come Peacocke, Nanay, Siegel e Pautz afferma che gli stati percettivi siano rappresentazioni che presentano il mondo sotto un certo aspetto di volta in volta differente a seconda dello stato percettivo in questione. Quando percepisco, percepisco l’oggetto avere una collezione di qualità la somma delle quali è il contenuto della mia rappresentazione percettiva.

A favore di questa tesi c’è l’osservazione che nella percezione possiamo sbagliare, possiamo attribuire ad un oggetto qualità che non ha e se la percezione non fosse un’attività rappresentativa tale errore sarebbe impossibile. Se infatti la percezione non presentasse un oggetto come dotato delle qualità x ed y ma l’oggetto in sé e per sé, non sarebbe possibile alcun errore di attribuzione.

Secondariamente la percezione è la base epistemologica sulla quale fondiamo le nostre credenze e se la percezione non avesse contenuto rappresentazionale, in qualche modo simile ai contenuti delle nostre credenze, gli oggetti della percezione e le credenze su di essi sarebbero due entità tra loro incommensurabili.

Non ci sarebbe infatti la possibilità di stipulare un nesso tra oggetti particolari della percezione con entità mentali. In altre parole, la tesi rappresentazionale fornirebbe un modo per colmare il gap epistemologico tra contenuti di pensiero e oggetti della percezione.

Da parte sua, chi ha un approccio relazionale, uno su tutti il filosofo John Campbell, pensa la percezione come una relazione diretta tra soggetto e oggetto percepito.

Ciò che i relazionalisti contendono ai rappresentazionalisti è che qualsiasi rappresentazione per quanto accurata, data dalle qualità attribuite all’oggetto, non può sostituire il rapporto con l’oggetto particolare nell’esperienza percettiva. Se conoscessi tutte le qualità di un oggetto prima di osservarlo l’esperienza diretta dell’oggetto particolare sarebbe qualcosa di distinto e non riducibile a qualsivoglia rappresentazione.

Questa critica colpisce le prime formulazioni della tesi rappresentazionale ma non quelle “object-involving” portate avanti da autori come Chalmers. Esse prevedono infatti che l’oggetto particolare possa diventare parte della rappresentazione stessa.

Inoltre mentre la tesi relazionale è strettamente legata al realismo diretto, che afferma che la percezione coinvolga oggetti materiali indipendenti dal soggetto, il rappresentazionalismo può o meno accettare le varie forme di realismo a seconda delle sue formulazioni.

La contesa tra le due posizioni sembra volgere attualmente a favore dei rappresentazionalisti. Le loro tesi rendono bene, infatti, l’intuizione che vuole la percezione essere non solo apertura agli oggetti del mondo esterno ma anche un ponte tra oggetti del mondo esterno e facoltà cognitive.

Andrea Bucci

Bibliografia

  1. Campbell, J. (2002), Reference and Consciousness. Oxford: Oxford University Press.
  2. Chalmers, D. J. (2004), ‘The Representational Character of Experience’, in B. Leiter (ed.) The Future for Philosophy. Oxford: Oxford University Press, 153–81.
  3. Chalmers, D.J. (2006), ‘Perception and the Fall from Eden’, in T. Gendler and J. Hawthorne (eds) Perceptual Experience. New York: Oxford University Press, 49–125.
  4. Nanay, B. (2010a), ‘Attention and Perceptual Content’, Analysis, 70: 263–70
  5. Pautz, A. (2010), ‘An Argument for the Intentional View of Visual Experience’, in B.
  6. Nanay (ed.) Perceiving the World. Oxford: Oxford University Press, 254–309.
  7. Peacocke, C. (1989), ‘Perceptual Content’, in J. Almong, J. Perry and H. Wettstein (eds) Themes from Kaplan. Oxford: Oxford University Press, 297–329.
  8. Siegel, S. (2006a), ‘Which Properties are Represented in Perception?’, in T. Gendler and J.Hawthorne (eds) Perceptual Experience. Oxford: Oxford University Press, 481–503.

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