Dalla filosofia della mente alla roboetica. Intervista a Simone Gozzano

Simone Gozzano è Professore Ordinario di Logica e Filosofia della scienza.  È nel comitato direttivo della Rivista di Filosofia, de Il Mulino. È nel comitato direttivo di Logic & Philosophy of Science, rivista internazionale . È nel comitato direttivo di Networks, rivista on-line di scienze cognitive e intelligenza artificiale. È nel consiglio di amministrazione della Société de Philosophie des Sciences. Svolge attività di referee per Cognitive Science Quarterly, Topoi, Sistemi intelligenti, European Journal of Philosophy, Mind, Dialectica, Peruvian Journal of Philosophy.

Professore buongiorno. In questa intervista toccheremo alcuni punti caldi della filosofia contemporanea. Parleremo di filosofia della mente e di epistemologia fino a toccare il rapporto tra la moderna tecnologia e un’etica per essa sostenibile. Ma rompiamo pure gli indugi. Qual è il rapporto odierno tra filosofia della mente e neuroscienze?

Filosofia della mente e neuroscienze hanno stretto un forte sodalizio da quindici anni a questa parte. I filosofi della mente, prima di allora, discutevano questioni metafisiche, teoretiche e ontologiche al riparo da ogni ingerenza dei tecnicismi della conoscenza scientifica. Si prendano ad esempio le teorie sulla percezione discusse dagli anni ’40 del secolo scorso o il dibattito sull’identità mente-corpo nato a partire dagli anni ’60. Le prime sono state elaborate per comprendere quale fosse la relazione tra percezioni, illusioni e allucinazioni. Se la  relazione tra percezioni, illusioni e allucinazioni è una relazione di identità allora ciò che vediamo non è la realtà materiale. Se le tre sono distinte allora è possibile che gli oggetti che quotidianamente osserviamo siano oggetti materiali e così via.  Il dibattito mente-corpo è nato invece dalla necessità di capire se vi è un’entità fisica o una relazione tra entità fisiche alla quale possa   corrispondere la nostra mente.

Come i fenomeni neuro elettrici…

Esattamente. I neuroscienziati, da parte loro, indagavano il cervello con il loro apparato metodologico e tecnologico elaborando ipotesi e teorie scientifiche loro proprie (un esempio, tra tanti possibili, la scoperta del cerchio di Vieth-Muller e le ricerche sui neuroni binoculari di Hubel e Wisel nell’ambito degli studi sulla disparità binoculare,  sulla differenza tra le immagini che cadono sulle due retine – N.d.R.). Oggi, invece, i filosofi si stanno interessando ai dettagli tecnici degli studi neuroscientifici. I filosofi della mente ragionano sull’apporto delle scoperte neuroscientifiche al dibattito filosofico. Nel 2005, ad esempio, viene pubblicato il volume “Pain”, edito dal Massachussets Institute of Technology. Il testo raccoglie diversi lavori di filosofi e neurofisiologi. Alcuni saggi sono scritti a quattro mani, altri con la struttura dell’articolo target. In questi articoli target un neurofisiologo introduce un argomento e i filosofi lo discutono. Ai neuro scienziati spetta il compito di mostrare con grande dettaglio l’evidenza sperimentale, ai filosofi della mente quello di saggiarne la consistenza teoretica. I filosofi della scienza dibattono, da parte loro, sulla natura e la metodologia della scoperta neuroscientifica. Studiano il rapporto esistente tra le tecnologie usate per l’indagine neuro scientifica, metodi di analisi dei dati sperimentali e scoperte scientifiche. La materia cerebrale, ad esempio, viene suddivisa nell’indagine neuro scientifica in unità chiamate voxel. Un voxel è una porzione di tessuto cerebrale. Gli sperimentatori misurano l’attività metabolica di tali voxel durante lo svolgimento di un certo compito da parte del cervello. La metodologia in uso dai neuroscienziati è quella del calcolo di sottrazione delle attività. Al valore dell’attività delle aree maggiormente coinvolte nello svolgimento di un compito viene sottratto grossomodo il valore di attività a riposo di quell’area cerebrale. I filosofi, in questo caso, discutono della legittimità con la quale vengono individuati i voxel attivi associati allo svolgimento di un dato compito e l’affidabilità di alcune analisi quantitative come la distribuzione statistica dei risultati sul campione sperimentale. Producono, in altre parole,  un’analisi da filosofi della scienza sulla metodologia della scienza.

Anche in Italia, dalla fine degli anni ’90, è nata una collaborazione stretta tra filosofi e neuro scienziati. Cosa ne pensa del rapporto tra filosofia e la scoperta dei neuroni specchio?

La scoperta dei neuroni specchio ha fatto si che molti filosofi orientassero la loro attenzione verso tematiche come l’empatia. Il concetto di simulazione incarnata avanzato dal gruppo di Parma ha aperto le porte a tale riflessione. Un neurofisiologo come Vittorio Gallese, tra gli scopritori dei neuroni specchio, si è trovato a rivolgersi molto alla filosofia. A filosofi, per inciso, come Husserl e Merleau-Ponty lontani dal pensare la scienza come primo tribunale dell’essere. Gli scienziati che abbracciano il punto di vista di Vittorio Gallese si rivolgono alla fenomenologia come  ad una tradizione di studi fondamentale per la nostra visione della mente e del mondo. Anche se lontana dalla mie passioni, è pure vero che i temi della fenomenologia sono stati affrontati in tempi recenti con occhi nuovi. Gli studiosi di fenomenologia hanno accostato i temi metafisici e quelli fenomenologici. Uriah Kriegel nel suo testo “The varieties of consciousness” propone un metodo introspettivo per l’analisi fenomenica dei contenuti mentali. In questa direzione qualche passo avanti è stato fatto, nonostante la forma di realismo alla quale si impegna la Kriegel generi non pochi problemi.

Professore, non pensa che l’analisi filosofica condotta per i neuroni specchio cada troppo lontano da quella scientifica?

Noi filosofi siamo esplorati delle nostre idee e delle nostre ipotesi, non necessariamente la scienza ci viene dietro, la scienza fa il suo lavoro, noi il nostro. Talvolta le nostre esplorazioni ci conducono su sentieri sicuri e percorribili mentre in altre occasioni accade di percorrere sentieri impervi che non conducono a nulla. Per quanto riguarda i neuroni specchio, per ben due volte i suoi scopritori sono stati menzionati come candidati al nobel. È un riconoscimento importante che getta luce anche sulle implicazioni filosofiche del lavoro del gruppo di Parma. Non si deve dimenticare, inoltre, il lavoro  del mio collega Corrado Sinigaglia che ha scritto insieme a Rizzolatti un libro, “So quel che fai”, di approccio divulgativo ma di grande valore filosofico e scientifico.

Professore cambiamo ora argomento. Qual è il rapporto tra lo sviluppo tecnologico e la filosofia della mente?

C’è, dalla sua nascita, una grande discussione sugli aspetti etici della robotica. I robot sono largamente usati come sistemi d’arma. La roboetica pensa a come regolare il loro uso. Il filosofi cercano di capire se e in quale misura i robot prendono decisioni e quale sia la natura della decisione che li coinvolge. È difficile capire se una decisione sia da attribuire al robot o al suo controllore remoto o se la responsabilità sia da attribuire a entrambi. L’operatore umano che controlla un drone non è coinvolto in maniera diretta nella decisione. La decisione è una decisione fredda. Molti si chiedono quale sia la natura di una scelta fredda e se essa sia più o meno accettabile. Una scelta fredda ha drammaticamente delle conseguenze calde, dei morti veri sul terreno. Eppure è una scelta mediata e può capitare che i target umani siano trattati alla stregua di semplici oggetti. Un altro settore che riguarda almeno in parte conseguenze etiche è la questione del diritto all’oblio. Google ha costituito una commissione internazionale che sta cercando di regolamentare la possibilità di cancellare le nostre tracce da internet. Il mio amico Luciano Floridi, che lavora ad Oxford, è stato messo in questo comitato. Luciano Floridi, per chi non lo sapesse, è filosofo della mente, padre della filosofia dell’informazione. La filosofia che sta dietro alla teoria dell’informazione e a quella dei calcolatori. Floridi è stato inserito in questo comitato, dicevamo, proprio per comprendere che cosa vuol dire dimenticare, che cos’è la natura della memoria nel contesto informatico. Si parla tanto della mente estesa, cioè della possibilità che la mente non sia limitata a quello che c’è dentro la nostra scatola cranica. Se io voglio dimenticare una cosa e nella mente estesa della realtà informatica essa rimane presente, allora si pone il problema del diritto che ogni individuo ha nel controllo della propria mente estesa.

Passiamo all’ultima domanda. Un po’ di circostanza forse. La filosofia riesce a stare dietro alla contemporaneità o è lei che tira il carro?

Prendiamo il tema  del controllo delle macchine a guida autonoma, le Google Car. Sappiamo che ci sono già stati i primi morti sulle strade.  Supponiamo di trovarci di fronte ad una scelta di salvare il pilota e uccidere un pedone o salvare il pedone e uccidere un pilota. Chi sceglie? Se la macchina è a guida autonoma, allora dobbiamo mettere un software che compia questa scelta, ma in questo caso impiantiamo un software che decide della morte di qualcuno. Che compia delle scelte etiche.  E si pone il problema di come fare implementare queste scelte etiche. Per risolvere questo problema i filosofi si chiedono qual è la teoria della mente etica implicita in ognuno di noi. Se una macchina deve prendere decisioni etiche  allora il filosofo della mente non si chiede come evitare che le macchine collidano tra di loro, problema di competenza degli ingegneri. Ma come la macchina deve comportarsi in caso di decisioni etiche estreme, come quella di decidere della vita di qualcuno. Mi stupirebbe vedere licenziati  software di guida autonoma senza che un filosofo venga chiamato a dire la sua sulle questioni etiche relative. Questo esempio mostra come la filosofia talvolta, non solo stia dietro la realtà, ma riesca persino a dettarne i tempi.

Intervista realizzata da Andrea Bucci

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Nell’immagine: Simone Gozzano

Featured image: Shutterstock

 

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