L’intenzionalità imperfetta o della passività

Franz Brentano nel 1874 introduce il termine “intenzionalità”.

L’intenzionalità è una proprietà di stati mentali ed esprime il loro essere sempre orientati verso qualcosa. Le credenze soggettive, i desideri e per molti  versi, anche gli stati percettivi hanno un contenuto intenzionale, qualcosa su cui vertono. Attraverso una similitudine con il linguaggio, gli stati intenzionali vengono anche chiamati atteggiamenti proposizionali.

Il contenuto Intenzionale è però trasversale rispetto ad un contenuto proposizionale poiché contenuto intenzionale e contenuto mentale possono intersecarsi ma non necessariamente devono farlo.

Chi ritiene che gli stati intenzionali siano concretamente agenti del nostro paesaggio mentale e sposa una posizione marcatamente realista e riduzionista, ritiene che l’intenzionalità sia un ingrediente imprescindibile per comprendere le dinamiche del pensare umano. Inoltre, legandosi ad un riduzionismo duro, l’intenzionalità e i contenuti intenzionali debbono essere in qualche modo implementati dal cervello.

L’intenzionalità come proprietà degli stati mentali è stata largamente accettata anche se non si è ancora arrivati al consenso unanime su che cosa essi siano e se siano realmente necessari per comprendere cos’è e cosa non è mentale. L’eliminativismo ad esempio nega il suo ruolo cruciale, negando la validità della psicologia del senso comune. Mentre la strategia dell’interpretazione ne riconosce un ruolo derivato rispetto al resto del nostro patrimonio concettuale.

Per chi riconosce l’intenzionalità come una proprietà di stati mentali, è fonte di dibattito se il contenuto intenzionale sia una proprietà del mentale o se sia diretta verso qualcosa al di fuori della mente stessa. Ora, che l’intenzionalità venga immaginata in una maniera o nell’altra, sappiamo che essa non può essere messa da parte come proprietà del mentale.

In quest’articolo voglio piuttosto porre il punto su un altro genere di relazione oltre quella intenzionale. La mente non è solo attività ma anche passività. Ciò che a mio avviso non è sufficientemente discusso è l’esistenza di una passività mentale che ha direzione contenuto-soggetto.

Prendiamo lo stato “la vista di uno strano oggetto sul tavolo mi ha incuriosito”. In questo stato mentale la direzione è inversa rispetto a “io ho visto un oggetto interessante”. Il “me” complemento oggetto, come in qualsiasi atteggiamento proposizionale, ha il ruolo di indicare chi subisce l’azione di un contenuto esterno. Che esso abbia la segnatura del mentale o meno.

In filosofia della percezione la visione viene discussa dagli intenzionalisti come un atteggiamento intenzionale che permette al soggetto di apprezzare l’oggetto osservato sotto una certa veste. Esattamente come in un giudizio.

Ciò che non viene mai apprezzato è che perché io possa vedere un oggetto sotto una certa veste il modo in cui quell’oggetto è visto deve essere in qualche modo già presente tra le capacità di giudizio del soggetto. Il giudizio percettivo intenzionale che mi permette di osservare un oggetto sotto una certa veste, può avvenire solo se passivamente la mente abbia già appreso le coordinate qualitative dell’oggetto.

La percezione come tanti altri stati intenzionali ha alle sue spalle una sfera di passività alla base della quale  può nascere qualcosa di intenzionale. La percezione è prima di tutto ricezione, poi attività osservativa e giudicante. Senza aver appreso concettualmente qualcosa io non posso desiderare né credere né osservare alcuna proprietà intenzionale.

Andrea Bucci

Bibliografia

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