La stanza cinese

La stanza cinese è un esperimento mentale ideato da John Searle per mettere in luce le smagliature della teoria computazionale della mente. La teoria computazionale contro cui vuole esprimersi l’efficacia di tale esperimento è la versione per la quale ciò che importa a livello cognitivo sono gli algoritmi di computazione che guidano i nostri processi di pensiero.

Immaginate una stanza nella quale c’è un uomo che riceve sotto la porta ideogrammi cinesi per i quali ha tutte le istruzioni necessarie per poter rispondere agli ideogrammi fornendo altri ideogrammi. Se è vero che ciò che conta sono gli algoritmi, allora non possiamo ammettere che l’uomo nella stanza stia realmente avendo uno scambio linguistico poiché non è a lui nota la semantica di quel linguaggio. Per quanto detto la cognitività non può essere ridotta ad un processo meramente algoritmico. In altro modo, chi pensa che possa darsi un’intelligenza artificiale in tutto e per tutto simile a quella umana si trova, secondo Searle, in errore.

Le repliche avanzate a questo esperimento mentale mostrano più o meno tutte la medesima strategia. Si cerca di mettere in luce che possono esserci altri sistemi algoritmici oltre quelli ipotizzati nello scambio linguistico all’interno della stanza cinese e che essi possono essere decisivi per una comprensione autentica del linguaggio. Ciò che manca a tali repliche è la capacità di far fronte alla necessità di una semantica per l’autentica comprensione linguistica. L’idea da scalfire perché tali repliche siano fondate è quella di mostrare che anche la semantica ha una profonda natura sintattica e che semantica e sintassi sono due facce della stessa medaglia.

Come possa qualcosa di semantico avere una profonda natura sintattica è presto detto. Prendiamo degli elementi atomici qualitativi, siano essi di esperienza soggettiva od oggettiva. Tali elementi possono essere adeguatamente manipolati per via sintattica o algoritmica in generale per produrre un’esperienza complessa. La sintassi di un linguaggio e la sua natura algoritmica è una sintassi di livello superiore rispetto alla semantica che ha una veste algoritmica sua propria. La complessità semantica si rivela nel linguaggio come unità elementare di una produzione linguistica.

Facendo riferimento all’esperimento della stanza cinese immaginate ora che l’uomo non abbia solo istruzioni per rispondere ad ideogrammi ma anche istruzioni per trasformare elementi di un puzzle a sua disposizione in immagini e altre istruzioni per assegnare le immagini-puzzle agli ideogrammi. Con questo armamentario l’uomo è capace di comprendere e produrre elementi linguistici senza alcun problema.

In questa guisa un’intelligenza artificiale è perfettamente possibile a patto che gli si assegni un’esperienza soggettiva sufficiente degli elementi atomici. E se l’uguaglianza tra stati elettrici modulati ed esperienza mentale si rivelasse foriera di sviluppi positivi, cadrebbe qualsiasi impedimento verso la realizzazione di un’autentica soggettività artificiale.

Andrea Bucci

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