Cognizione e percezione

Uno dei problemi più dibattuti dai filosofi della percezione è la relazione che intercorre tra cognizione ed eventi percettivi. A seconda di come questa relazione viene pensata varia il modo in cui sarà intesa la natura del fenomeno percettivo. Si può ritenere che non ci possa essere genuina percezione senza un qualche tipo di credenza o giudizio sull’oggetto osservato, come si può credere che le nostre credenze ed i nostri giudizi possano influenzare le nostre percezioni restando però credenze e giudizi qualcosa di sostanzialmente distinto dalle percezioni.

Che una relazione tra percezione e cognizione ci sia sembra indubitabile. Due persone che osservano lo stesso oggetto possono osservare una “un vaso decorato dalle tinte blu”, l’altro “un raro vaso cinese del V secolo”. Le loro esperienze saranno molto diverse e tale differenza risiede in ciò che sanno circa l’oggetto. Nel 1969 Frank Dretske avanza la distinzione tra visione semplice e visione epistemica. Tale distinzione, nel corso del dibattito filosofico, è stata  adeguatamente modificata fino a raggiungere una versione “stabile” nel testo di Dretske del 1995 Naturalizing the mind.

Come spiega Alfredo Paternoster, “il vedere semplice […] è vedere qualcosa in modo preconcettuale, senza la mediazione di alcun filtro intellettuale, mentre vedere fatti corrisponde ad un “vedere epistemico”, vedere tramite una mediazione concettuale; vedere in senso epistemico richiede che il soggetto conosca in qualche misura l’oggetto visto, ne possieda una concezione almeno approssimativa. Poiché i concetti sono considerati i costituenti atomici dei contenuti di credenza, i ‘mattoni’ del pensiero, la visione epistemica non è che un’ordinaria credenza empirica: quando diciamo ‘A vede che…’ potremmo egualmente dire ‘A crede che…’. Quando vedo in senso epistemico, sto ipso facto formulando un giudizio percettivo.” (A. Paternoster, Il filosofo e i sensi, Carocci, 2007)

Per semplicità possiamo dire che se esiste qualcosa come la “visione semplice” allora percezione e cognizione sono da considerarsi due processi distinti. Che si possa “vedere semplicemente” sembra essere ragionevole. Io posso vedere un oggetto senza dover necessariamente credere qualcosa circa quell’oggetto. Inoltre se ho due interpretazioni percettive legate a qualche credenza su un oggetto X delle quali una corretta e l’altra sbagliata è ragionevole pensare che distinguere tra le due “ visioni epistemiche”, capire quale delle due sia quella corretta, dipenda dalla percezione dell’oggetto stabile e indipendente dal contenuto delle mie interpretazioni.

A questo punto però c’è una difficoltà. Abbiamo detto che i concetti sono considerati i costituenti atomici dei contenuti di credenza.  Ma è problematico pensare alla percezione considerandola totalmente epurata da contenuti concettuali. McDowell  nel suo libro del 1994, Mind and world, mostra che o il nostro sistema di credenze è circolare o, se non lo è, siamo costretti a sostenere che le nostre esperienze percettive abbiano un contenuto concettuale. Come spiega Paternoster, “L’idea è che le relazioni di giustificazione possono intercorrere solo tra rappresentazioni di natura concettuale; in una formula, solo un’altra credenza può giustificare una data credenza.”. Se le nostre credenze sono fondate allora le nostre percezioni devono avene contenuto concettuale.

Il problema della giustificabilità è che se le nostre percezioni fossero entità non concettuali allora credenze e percezioni sarebbero incommensurabili e la nostra conoscenza empirica non fondabile. Ci troviamo di fronte ad una scelta imbarazzante. O aderire al mito del dato sconfessato da Wilfrid Sellars o cadere in un simmetrico mito intellettualistico come rilevato da Simone Gozzano.

Prendiamo ora un esempio un po’ sui generis, apparentemente non in relazione con quanto detto finora, quello della lettura. Quando leggiamo una frase il nostro sistema percettivo rileva dei segni, leggendo la frase “Stefano è a casa” comprendiamo il significato corrispondente, siamo capaci attraverso il possesso di un sistema simbolico come il linguaggio di trasformare la percezione di segni su un foglio in una frase con un certo significato.

È banale dire che, per chi non sa leggere, quei segni saranno solo dei segni su un foglio e nulla più. Sostenere che  i segni percepiti su un foglio debbano avere un significato intrinseco  indipendente dalla mia capacità di trasformare quei segni in parole e saperli poi concettualizzare, perché altrimenti non posso essere certo che ciò che leggo abbia il significato che io gli attribuisco, sembra arduo. Il rapporto tra percezione e credenze potrebbe essere simile.

La percezione struttura il risultato di stimolazioni da parte di stimoli luminosi in colori, forme, oggetti, mi permette di rilevare movimenti ecc. Il possesso di un sistema neutrale capace di trasformare la rilevazione delle caratteristiche visive in concetti sarebbe sufficiente a fondare la conoscenza empirica senza costringerci a sostenere che ciò che percepisco debba essere intriso di concetti.

Andrea Bucci

Bibliografia

  1. Byrne, Alex, 2005. Perception and conceptual content. In Ernest Sosa & Matthias Steup (eds.), Contemporary Debates in Epistemology. Blackwell.
  2. Crane, Tim, 1992. The nonconceptual content of experience. In Tim Crane (ed.), The Contents of Experience. Cambridge University Press.
  3. Dretske, Fred, 1969, Seeing and Knowing, Chicago: University of Chicago Press.
  4. Dretske, Fred, 1981, Knowledge and the Flow of Information, Oxford: Blackwell.
  5. Dretske, Fred, 1995, Naturalizing the Mind Cambridge, MA: MIT Press.
  6. Gozzano, Simone, 2002, Il contenuto non concettuale della percezione,in P. Parrini (a cura di), Conoscenza e cognizione, Guerini, Milano, pp.127-146.
  7. McDowell, John, 1982, “Criteria, Defeasibility & Knowledge”, Proceedings of the British Academy1982, 455–79. Reprinted in Dancy (ed.) 1988.
  8. McDowell, John, 1994, “The Content of Perceptual Experience”, Philosophical Quarterly, 44, 190–205; reprinted in Noë & Thompson eds. 2002.
  9. McDowell, John, 1994a, Mind and World, Cambridge, MA: Harvard University Press.
  10. McDowell, John, 1998, Meaning, Knowledge and Reality, Cambridge, MA: Harvard University Press.
  11. Montague, Michelle, 2009. The Content of Perceptual Experience. In B. McLaughlin & A. Beckermann (eds.), Oxford Handbook of Philosophy of Mind.
  12. Paternoster, Alfredo, 2007, Il filosofo e i sensi, Carocci editore, Roma.
  13. Sellars, Wilfrid,  1956. Empiricism and the philosophy of mind. Minnesota Studies in the Philosophy of Science 1:253-329

Image credits: Shutterstock

 

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