Anima, dove sei?

Dopo il meritato successo (anche internazionale) del loro pamphlet del 2009 «Neuro-mania», Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà tornano sul tema dell’invadenza delle neuroscienze con un altro agile saggio che, però, risulta assai meno convincente, anche per le aspettative generate da un titolo – Perché abbiamo bisogno dell’anima – (il Mulino, pp. 118, 12 euro) sconnesso dal contenuto del testo; a meno che non si faccia riferimento all’etimologia classica di psicologia come studio della psyché, ovvero dell’anima.

La tesi centrale dell’agile volumetto scritto dai due professori emeriti, rispettivamente di Psicologia all’Università di Venezia e di Neuropsicologia all’Università di Padova, pare infatti essere questa: il comportamento manifesto degli esseri umani non può (attualmente) essere spiegato guardando dentro la testa delle persone con le tecniche di neuroimmagine, bisogna quindi affidarsi (ancora) alla psicologia, che ha raffinato conoscenze e strumenti adeguati allo scopo.

Fin qui nessuna obiezione, era anche il nucleo del loro fortunato esordio in coppia. Ma qui ci si addentra un po’ di più in campo filosofico, che si trasforma qua e là in un campo minato. Se di anima non si parla mai (e l’interrogativo sul titolo resta senza risposta), si discute molto di dualismo. Peccato che a pagina 21 si confonda il dualismo (l’esistenza di due sostanze diverse e separate, di solito identificate con la mente e il corpo) con la psicologia intenzionale, cioè con la spiegazione dei comportamenti nei termini di credenze, desideri, speranze… (quando vediamo Giovanni uscire di casa con un ombrello possiamo dare questa spiegazione: “dato che Giovanni crede che stia per piovere e non vuole bagnarsi e ritiene che il miglior modo di non bagnarsi sia ripararsi con un ombrello, ne prende uno prima di uscire di casa”).

Sono davvero pochi i filosofi che negano la legittimità del discorso psicologico, certo non lo fanno molti riduzionisti, bersaglio preferito di Legrenzi e Umiltà. Sono soltanto i cosiddetti eliminativisti che rifiutano i concetti di credenza e desiderio come falsi e quindi da non utilizzare in una descrizione scientifica. Tanto per fare un esempio, un gigante della scienza cognitiva come Jerry Fodor, richiamato ampiamente anche nel libro, è uno strenuo difensore della psicologia intenzionale, ma non si direbbe mai dualista.

L’equivoco si trascina per tutto il volume. Da decenni tutti i filosofi della mente si rompono la testa, verrebbe da dire, proprio sul modo di dare conto delle proprietà mentali, restando tuttavia lontanissimi da dualismo o spiritualismo religioso. E molti pensano di esserci riusciti all’interno del paradigma riduzionista, senza negare l’esistenza della mente. Che poi le persone abbiano “naturalmente” un’inclinazione ad fare attribuzioni dualistiche e spesso adottino un “atteggiamento intenzionale” (comportandosi come se anche gli oggetti avessero una mente e delle intenzioni; strano si ignori Dennett a questo proposito) non è una scoperta recente.

Legrenzi e Umiltà si richiamano agli studi pioneristici di Fritz Heider. Nell’oltre mezzo secolo di studi successivi a The Psychology of Interpersonal Relations si è però fatta molta strada. Heider aveva un’idea normativa della psicologia del senso comune (cioè che fosse un modello per la scienza) la quale forse poteva anche sconfinare in un generico dualismo, ma oggi la psicologia intenzionale è per lo più confinata in un modulo mentale, che spesso ci inganna, frutto dell’evoluzione umana in un ambiente ostile. In quanto modulo di elaborazione innato e automatico, quello della psicologia ingenua non potrà essere eliminato, neppure “frantumandolo nelle sue basi biologiche”. Ma a questa conclusione non ci hanno portato le imprecise neuroscienze, bensì le vecchia e amata psicologia empirica riassorbita nelle scienze cognitive che sta dipingendo un quadro molto più sfumato e complesso.

Le cose, alla fine del volume, si fanno vieppiù nebulose quando si collega la persistenza del dualismo ai dilemmi bioetici in un modo che il lettore fa fatica a seguire (comprese le numerose citazioni di cardinali). Legrenzi e Umiltà, scienziati di punta nei rispettivi settori, sono troppo autorevoli per risultare credibili quando dipingono questa caricatura delle neuroscienze cognitive e della filosofia della mente. E ne soffre soprattutto la loro buona causa, giacché avremmo davvero bisogno di antidoti all’entusiasmo superficiale e immotivato verso l’applicazione generalizzata degli studi e delle tecniche d’indagine sul cervello.

Giorgio Altimarini

Il libro:

Paolo Legrenzi, Carlo Umiltà, “Perché abbiamo bisogno dell’anima”, Il Mulino, 2014

Image credits: Shutterstock

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