Il male dentro

Il male dentro

Esistono dolori di vario genere, differenti modi di reagirvi e altrettante per gestirli, ma esiste un dolore che non viene a galla, che non riesce ad emergere o che viene mascherato, nascosto fino a quando non logora totalmente. Solo allora si esprime con tutta la sua intensità cogliendo tutti di sorpresa e impreparati.

Nel bellissimo film di Francis Ford Coppola “Il Padrino, parte 3” c’è una scena agghiacciante che da sempre mi colpisce per la sua drammaticità e crudezza. All’uscita di un teatro un killer è pronto ad uccidere il boss mafioso Michele Corleone ma sbaglia e colpisce la figlia del boss che muore sotto gli occhi sgomenti del padre. Corleone che aveva saputo essere spietato nei confronti di tutto e tutti, fratello incluso, è distrutto dalla disperazione, dal dolore che si esprime dapprima con un grido sordo e silenzioso e poi, alla fine, con un secondo urlo lancinante verso il cielo. E’ la parte più tagliente della scena: tutta la tragedia è condensata in quell’urlo silenzioso in cui tutto si ferma catturando e dilaniando dentro lo spettatore.

Il dolore ha tanti modi di esprimersi, ma quello più potente che sta devastando molti nella nostra società è silenzioso, sordo, continuo proprio come quell’urlo che, anche se portato al cielo può essere visto, capito e colto solo da pochi: è il “male dentro”.

Le persone colte da “male dentro” sono tante, molte più di quelle che pensiamo. Spesso immaginiamo che chi sta male sia sotto cure mediche o terapeutiche, o che cerchi in qualche modo la via per farsi aiutare. Altrettanto frequentemente, non ci rendiamo conto che la maggior parte delle persone cela i propri sentimenti nascondendo, o per pudore o per cultura, ciò che gli sta accadendo non solo agli estranei, emotivamente meno coinvolti, ma anche ai diretti familiari, ai figli o agli amici più cari.

E quando il dolore si manifesta la risposta di chi pensa di ben conoscere la persona coinvolta è quasi sempre la stessa: “Non avrei mai immaginato!”. Oppure, come sovente accade siamo noi stessi colpiti, e ci auto-referenziamo su quel dolore senza vedere la possibilità di condividerlo con altri facendo prevalere il nostro egoismo.

La nostra cultura ci insegna che dobbiamo trattenere il dolore per dimostrare di essere forti. Fin dalle scuole elementari ci dicono che non dobbiamo piangere o mostrarci deboli. Ed è già sufficiente per far nascere le prime incomprensioni sul significato e il valore di emozioni e sentimenti che, invece, sono un bagaglio importante della nostra esistenza; così importante da condizionare il nostro modo di essere, di affrontare la vita, le relazioni che viviamo, il nostro lavoro.

Nelle culture orientali e nel taoismo (filosofia fondante di tutta la medicina tradizionale cinese) si parla spesso di energie e di sentimenti arrivando a affermare che le energie derivanti dalla gestione delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti sono la causa del nostro benessere o del nostro malessere non solo dal punto di vista interiore, ma anche e soprattutto fisico. Ogni qualvolta tratteniamo un’emozione primaria come tristezza, gioia, rabbia, riflessione, pauraquesta va ad influire negativamente sul soffio energetico che sorregge e governa il nostro corpo perché, a sua volta, ognuna di queste emozioni primarie è collegata ad un organo o a un gruppo di organi e alle loro relative funzioni: la tristezza è collegata ai polmoni e all’intestino crasso, la gioia al cuore e all’intestino tenue, la rabbia al fegato e alla vescica biliare, la riflessione alla milza, al pancreas e allo stomaco, la paura alle reni e alla vescica.

Il flusso energetico è paragonabile a un fiume che scorre liberamente con tutto il suo impeto e che, improvvisamente, viene bloccato in un determinato punto per cui, da quel momento, le sue acque non trovano uno sbocco dove fluire; se trovano uno sfogo alterano solo in parte il sistema pre-esistente, se non lo trovano provocano un disequilibrio più profondo che è la porta di ingresso di malattie, disagi.

D’altro canto è impensabile che chiunque possa lasciare fluire verso l’esterno una qualsivoglia emozione senza controllarne tutta la sua potenza: immaginate solo come la rabbia possa influire su un tale percorso. Cosa faremmo se ogni volta che ne siamo colti la facessimo sfogare liberamente in tutte le sue manifestazioni anche le più violente?

Questo ci porta a considerare l’importanza di un’educazione all’emozionalità che nelle culture orientali passa attraverso percorsi complessi quali la meditazione, il dialogo con persone autorevoli e più sagge, la consapevolezza di lasciarsi coinvolgere nelle situazioni fino ad un certo punto, salvaguardando così la salute dagli eccessi emotivi.

Ne sono un esempio le varie forme di Buddhismo che si esprimono chiaramente nell’abbandono totale delle passioni attraverso un distacco dalle realtà materiali, fisiche e anche personali che permette di vincere la sofferenza che normalmente fa parte della vita e che viene vista come un momento di crescita spirituale.

L’educazione cristiana ci mostra il momento del dolore come una prova importante nella quale abbiamo la possibilità di redimerci dalle colpe: attraverso il dolore, secondo il cristianesimo si espiano i peccati verso i quali la nostra natura umana è incline sin dalle origini dei tempi. Le emozioni vengono qui assecondate rispetto all’obiettivo finale e offerte come sacrificio estremo.

Nella cultura dei samurai questo processo di gestione emozionale passa attraverso una rigida disciplina nella quale l’emozione conta solo se è controllata fino in fondo: il samurai non può commettere errori per un profondo senso dell’onore che lo lega alla sua famiglia e del dovere che deriva dal suo ruolo. Anni di duro allenamento gli insegnano a gestire ogni forma di emozione al servizio del codice d’onore al quale ha giurato dedizione fino alla morte.

La spiritualità ebraica aiuta chi la pratica tramite il riconoscimento delle manifestazioni dell’ego che, verso l’alto, orientano tutte le azioni umane unicamente al senso del possesso e della realizzazione personale, per se stessi; verso il basso, invece, le manifestazioni dell’ego impediscono il compimento di tutti quegli atti di responsabilità a cui ogni persona è chiamata. Il dolore che si prova è un’espressione della realtà che ci aiuta a rimuovere la negatività eliminando ciò che impedisce di vedere la realtà con i giusti occhi.

Molti “dolori dentro” assumono quindi varie forme e vengono gestiti in modo differente a secondo della cultura di appartenenza, ma la riprova dei fatti chi non riesce ad esprimerli, a gestirli fino in fondo denota la mancanza di un processo educativo fondamentale.

Ecco perché rabbia, senso di colpa, tristezza, odio, voglia di prevaricazione, vittimismo sono aspetti che creano nella persona preoccupazione, discussioni fini a se stesse, bisogni superflui, spirito di maldicenza, gossip e impazienza continua.

Tutto questo è terreno fertile per quel “male dentro” che non riesce ad uscire protetto da quei gusci interiori che la persona crea appositamente per proteggersi.

È un processo continuo che si autoalimenta, proprio come il cane che si morde la coda: più la persona ha paura e più costruisce barriere intorno a se incrementando ulteriormente le paure di vulnerabilità, del prendere impegni, del dolore fisico, del fallimento, della derisione, del rifiuto e creando un’insicurezza di fondo da celare opportunamente con un’ulteriore maschera con cui mostrarsi.

In questo modo capite come mai che il nostro simpatico e fedele compagno di scampagnate o di palestra o il nostro collega giudizioso nel lavoro possono avere il “male dentro”, nonostante si dimostrino sempre brillanti, attenti, pronti alle nostre esigenze per non essere toccati e intaccati nel profondo, in quei gusci rigidi e sicuri che hanno creato dentro di sé.

Un’altra manifestazione di questo “male dentro” è la totale assuefazione alle cose e alle situazioni.

Avete mai provato a chiedere qualcosa ed essere ignorati una, due, tre volte? Alla fine la volontà della richiesta, anche la più certa e motivata, si spezza cadendo nell’oblio e inizia a formarsi quella lunga linea grigia che avvolge in una rete che avviluppa chi rimane respinto e inascoltato.

È la via attraverso la quale il “male dentro” si insinua nelle piccole cose, trasformandole poi in principi dogmatici che ingigantendosi diventano dei veri e propri macigni. La volontà di crescita si spezza e questo è tanto più grave soprattutto ora, un momento in cui si parla molto anche in azienda di valorizzazione dei talenti e di capacità di resilienza.

La prima, di derivazione evangelica, ci insegna che ognuno di noi ha la possibilità di esprimere se stesso attraverso le proprie competenze e capacità, le proprie propensioni e passioni adeguandole ai momenti e alle evoluzioni storiche in cui ogni persona è immersa.

La seconda, la resilienza, in ingegneria è la capacità di un materiale di resistere a forze esterne senza spezzarsi; in ecologia è permettere a un ecosistema di ristrutturarsi dopo una catastrofe; in psicologia, è la capacità di affrontare le difficoltà che si incontrano nella vita. Un unico termine, che seppur utilizzato in contesti differenti, esprime il medesimo significato: persistere e resistere in modo flessibile ed adattabile ai vari stati fisici, chimici o emozionali.

Per gli antichi Samurai medievali, la “resilienza” era rappresentata dalla flessibilità del bambù: capace di piegarsi, ma di resistere e non spezzarsi. Per i monaci benedettini è il vivere la comunità come una condivisione e interrelazione di necessità comuni.

Invece, per i monaci benedettini e, in particolare per l’Abate, applicare il principio dei talenti significa fare una scelta ponderata di chi nella struttura, debba ricoprire quel determinato incarico per il bene della persona e della comunità. Per i samurai la via dei talenti era dedicarsi sia alla conoscenza di svariate armi e relative tattiche d’uso sia specializzarsi in una di esse e porla sempre al servizio comune.

Certo è che quando la persona abbandona sia la strada della resilienza che quella dei talenti il suo “male dentro” non si esprime più attraverso le richieste ma diventa un serpeggiante silenzio che, non avendo sfogo, è destinato a indebolire e minare la persona nel profondo.

Come fare allora e come distinguere dentro di noi i germi di questo “male dentro”? Proviamo ad analizzare alcuni aspetti e alcune manifestazioni tipiche:

·         Rabbia: essere furiosi fa perdere il controllo di sé. La negatività repressa emerge tutta con impeto e forza facendo perdere tutti i livelli di consapevolezza che faticosamente abbiamo raggiunto. Le aspettative crescono a dismisura alimentando le richieste dei diritti a discapito dei doveri che passano in secondo piano.

·         Giudizio: è il mettere se stessi al di sopra di tutto per farci sentire bene con noi stessi. Squalificando gli altri si pensa di poter ricevere maggiori attenzioni: nulla di più scorretto, l’espressione di giudizio, veicola un’opinione che molto facilmante è di parte. San Benedetto, nella sua Regola, insegna ai monaci addirittura a trattenere giudizi positivi per impedire alla superbia di prevalere sul senso della realtà.

·         Orgoglio e ricerca di approvazione: è la manifestazione della povertà spirituale più profonda nella quale non si è più misura di se stessi e del proprio valore, ma si deve ricorrere a quello degli altri.

·         Odio: è il rifiutare la diversità che accresce e vedere negli altri solo dei nemici che ci ostacolano.

·         Controllo: è l’illusione di poter manipolare per sentirsi a proprio agio.

Come uscire da tutto questo?

·         Quando ci si sente oppressi bisogna sempre cercare un dialogo con interlocutori adatti. Lo spirito di condivisione aiuta sempre e, spesso, accade anche che la persona colpita dal “male dentro” riesca a guarirne proprio aiutando gli altri, sentendosi utile in qualcosa di più grande, potenziando la possibilità di diffondere energie positive e spirito di gratuità.

·         Non costruire maschere inutili soprattutto con le persone che ci dimostrano affetto: se è sincero non c’è giudizio, come non c’è, dall’altra parte, senso di disfatta per un errore commesso o un obiettivo mancato. Le delusioni nascono solo quando si creano grandi aspettative.

·         Uscire dalle zone di comfort: lasciare ciò che è comodo in cui ci si sente protetti e non avere paura ad uscire. Il giudizio degli altri aiuta a crescere se si è maturi e lo si teme solo se non lo si è.

·         Esaminare con razionalità le proprie paure e investire sulle proprie certezze che, pur misere, sono uniche in ogni uomo.

·         Alimentare di energie solo gli aspetti che ci aiutano a crescere in un’ottica di condivisione e di bene comune anche attraverso forme quali il lavoro, il tempo libero, lo spazio in famiglia e con gli amici.

Victor Hugone I miserabili”diceva:

Umanità significa identità: tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla; nessuna differenza, almeno quaggiù, nella predestinazione; la medesima ombra prima, la medesima carne durante, la medesima cenere dopo. Ma l'ignoranza mescolata all'impasto umano lo rende nero incurabile penetrando nell'interno dell'uomo vi diventa il male”.

È quindi una questione di educazione continua, di ricerca costante e di attenzione profonda a ciò che ci circonda: un incessante processo di prevenzione fatto di consapevolezza, di scelte ponderate e condivise e di disponibilità a farsi aiutare nei momenti difficili e guidare in quelli ordinari.

La straordinarietà sta proprio in questo, nel riuscire a vedere la grandezza di un miracolo in ogni singolo aspetto della giornata e saperlo essere per chi roso dal “male dentro”, per i momento non riesce a vederlo.

Paolo G. Bianchi

Bibliografia

·         “La società del malessere”, Giuseppe Fiori, Ilisso 2013

·         “Verso una psicologia dell’essere”, A. Maslow, Astrolabio 1971

·         “La continuità d’essere. Una psicologia positiva per l’occidente”, M. Epstein, Astrolabio, 2002

·         “Il risveglio dell’intelligenza. Verso una nuova psicologia dell’essere. Le filosofie orientali alla volta delle teorie transpersonali”, D. Pignatelli, Montedit, 2010

·         “Mindfulness”, G. Amadei, Il Mulino 2013

·         “I contesti dell’essere, le basi intersoggettive della vita psichica”, R. Stolorow – G. Atwood, Bollati Boringheri, 1995

·         “Un modo di essere”, C. Rogers, Giunti, 2012

·         “Dal malessere al benessere attraverso e oltre la psicoterapia”, R. Lorenzini – A, Scarinci, Franco Angeli, 2013

·         “Il potere della negatività. Gruppi, lavoro, relazioni: il metodo per trasformare conflitti e malessere e potenziare il benessere organizzativo”, P. De Sario, Franco Angeli, 2012

·         “Baroni in laguna, la società del malessere”, Laterza, 2001

·         “Il male nascosto: il dramma del malessere nei luoghi di lavoro”, M. Marzulli, Mimesis, 2011

·         “Ben essere e sviluppo delle risorse personali. Tecniche dal mal essere al ben essere consapevole”, E. Faretta – P. Paietti, Alepes Italia, 2012

·         “L’umanesimo totale, ripartire dall’essere umano”, R. Canovi – O. Nicoletti, Segno Ed. 2014

·         “Impara a essere felice”, P. Crepet, Einaudi, 2013

·         “Cosa ti manca per essere felice”, S. Atzori, Monadadori, 2014 

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