L’organizzazione del gruppo terrorista

Lo studio del terrorismo è uno degli aspetti criminologici di maggior interesse, soprattutto se relazionato agli eventi tragici di recente memoria. L’analisi dettagliata del gruppo terroristico, la sua composizione in celle e l’applicazione della dottrina della Prevenzione Situazionale come strumento di analisi offrono un contributo fondamentale… (di Marco Soddu)

Fondamentale per la disamina di questo aspetto basilare, fino ad arrivare alla formulazione di una dottrina preventiva applicabile e funzionale alle differenti realtà statali e sociali. Il ruolo del leader, sempre essenziale nella struttura dell’organizzazione e nella fase di reclutamento, è oggetto di una serrata indagine per comprenderne le fattezze e le debolezze. Il lavoro parte da una esigenza di prevenzione, attingendo da una espressione dottrinale moderna ed aggiornata per la creazione di un modello applicativo.

The study of terrorism is one of the most relevant aspects of criminology, especially if related to the tragic events of our recent memory. A detailed analysis of the terrorist group, its composition in cells and the application of the doctrine of Situational Prevention as a tool are fundamental in order to analyze these basic aspects and for the formulation of a doctrine of prevention applicable and functional to nations and societies. The role of the leader, always essential in the structure of the organization and in the process of recruitment is subject to a deep examination with the aim to underline his features and weaknesses. The work starts from the need of prevention, using a modern doctrinal expression and always updated for the creation of an application model.

Key words: terrorism, prevention, terroristic group, recruitment, Al Qaeda.

1.1 Introduzione

Gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi decenni del nostro vissuto, a livello nazionale ed internazionale, hanno originato la necessità di analizzare il fenomeno terroristico partendo da differenti prospettive. I governi, anche quelli che hanno affrontato l’elemento terroristico per secoli, hanno spesso portato dei continui cambiamenti alle politiche adottate e questa condizione ha generato disordine ed incertezza favorendo, di fatto, i terroristi. Da questi presupposti è emersa l’impossibilità di creare una struttura difensiva onnicomprensiva e la necessità di porre in essere politiche preventive che mirino alla gestione razionale dei bersagli ed alla rimozione delle opportunità.

L’elemento della minaccia costante ed estesa alla totalità di una nazione, senza escludere la società civile, rappresenta uno degli aspetti più significativi emersi dai fatti del 9/11. Si è rilevato infatti come un attacco possa arrivare da un qualsiasi territorio o stato e da eserciti rappresentativi di gruppi organizzati su diversi livelli che hanno le caratteristiche di rete terroristica transnazionale e, elemento che deve essere assolutamente chiaro, non solo di matrice islamica. In aggiunta, la “disponibilità” di certi terroristi all’evento suicida ed il progresso tecnologico rendono il potenziale distruttivo di un elemento/gruppo sempre più devastante.

L’attacco quindi può arrivare da singoli e/o da reti che possono agire oltre le potenzialità di uno stato. Nel caso di Al Qaeda è emerso molto chiaramente come le risorse economiche del gruppo terroristico siano superiori a quelle di molti stati, consentendo così di acquisire un potenziale tecnologico/militare considerevole. Attraversando la complessità di questo fenomeno è funzionale per intraprendere uno studio basato sulla Prevenzione Situazionale (dottrina enunciata principalmente da Clarke & Newman, 1993, 1995, 1997, 1998, 2006) una chiara disamina relativa a quelle che sono le dinamiche dell’organizzazione del gruppo terrorista.

1.2 La basi del gruppo

Affrontare il tema dell’organizzazione strutturale di una rete terroristica rientra nell’insieme di conoscenze e competenze che si rendono assolutamente necessarie per la creazione di un modello preventivo di difesa. Non tutti i gruppi hanno la medesima organizzazione e questa dipende dagli obiettivi di breve e/o lungo periodo, dalle opportunità e dai target prescelti. E’ basilare sottolineare che i componenti del gruppo si considerano come individui completamente razionali facenti parte di una rete con un organigramma assolutamente strutturato ed un codice prestabiliti (Clarke & Newman, 2006, p. 70).

L’attività all’interno del gruppo spinge i singoli al compimento di atti più o meno complessi e bisogna sempre ricordare come la presenza di più membri all’interno del gruppo stesso possa portare ad un maggior confronto ideologico che può sfociare in veri e propri scontri. La decisione sulle modalità relative all’uso della violenza, la definizione ed individuazione dei target, la predisposizione delle tregue e la scelta tra atti di routine e atti definibili come a lungo termine rappresentano una serie di esempi che può generare in un gruppo delle situazioni di natura conflittuale.

La maggior parte delle reti terroristiche è guidata da un capo comunemente definibile come un leader carismatico (Clarke & Newman, 2006, p. 72) che viene costantemente rappresentato per fini propagandistici come un eroe. Una rete gerarchica e strutturata, si pensi per esempio ad Al Qaeda, predispone al suo interno una rigida disciplina dove la presenza del capo è senza soluzione di continuità (Clarke & Newman, 2006).

Il leader ciclicamente dimostra all’interno del gruppo quattro elementi che fungono da stimolo e da collante:

  1. Si assiste ad una dimostrazione periodica del potere del capo, atta ad enfatizzare la sua posizione di comando e la presenza di una struttura gerarchica.
  2. Il leader, attraverso la sua presenza, i suoi discorsi ed il suo esempio tende a mostrarsi agli affiliati come un elemento di indubbia superiorità morale.

Deve essere sempre estremamente chiaro come la violenza sia necessaria e continuamente funzionale allo scopo (Sageman, 2004). E’ prerogativa della funzione stessa del gruppo agire al fine di raggiungere determinati obiettivi tramite azioni armate, sequestri, dirottamenti, distruzione di edifici, attentati suicidi, ecc. All’interno del gruppo la superiorità morale e la convinzione della detenzione di una missione divina di cui il leader è depositario per volontà di Dio sono sempre saldamente intrecciate (FBIS Report, 2004).

Il meccanismo di entrata/uscita costituisce un altro elemento da considerare. Negli ambienti terroristici la condizione ideale è rappresentata da una situazione nella quale ci siano molti simpatizzanti ed allo stesso tempo pochi membri; questa è la massima aspirazione di ogni gruppo e si può portare come esempio quello di Al Qaeda che, per gli attentati del 9/11, ha utilizzato dei simpatizzanti e non dei membri effettivi della rete come comunemente si sarebbe portati a pensare (Clarke & Newman, 2006).

In una prospettiva di ingresso effettivo si è visto quindi che si preferisce una collaborazione di nature esterna, mentre chi lascia un gruppo terroristico è spesso soggetto a ritorsioni e nella maggior parte dei casi si riscontra una vera e propria eliminazione fisica in tempi brevissimi (http://www.firstgov.gov/featured/usgresponse.html). Il tradimento morale e l’abbandono dei valori della rete è un fattore importante, soprattutto da un punto di vista del consenso, ma l’aspetto dominante è la possibilità che il soggetto fuoriuscito possa essere oggetto delle attenzioni dell’intelligence e diventare un collaboratore o una spia (Brent, 2008).

Come accennato in precedenza, il dialogo interno alla rete è di raro accettato e di norma mai auspicato da chi detiene il potere decisionale; le polemiche interne sono sempre duramente represse e la reazione/sanzione può essere la morte del contestatore, anche se si può assistere alla creazione di alcuni gruppi indipendenti portatori di ideologie più o meno aggressive (CIA – Counterterrorism Center’s Office of Terrorism Analysis, 2005).

Le cause per cui sono nate la rete ed il gruppo stesso sono i due elementi richiamati maggiormente all’interno del processo di indottrinamento. Il dissidente spesso enfatizza il profondo contrasto esistente tra causa e gruppo enfatizzando quindi come la rete nasca da un’idea che in certe circostanze si può discostare dalla causa. Questa diatriba genera problemi e dinamiche interne assolutamente complesse (Marsden, 2012).

Nel gruppo sono presenti elementi offensivi e difensivi: l’atto terroristico è proprio dell’offesa mentre la gestione del gruppo cercando di far arrivare all’esterno il minor numero di informazioni possibile (attraverso un’attenzione estrema alle comunicazioni) costituisce la componente difensiva (https://www.mipt.org/default.aspx).

1.3 La struttura del gruppo

Nell’organizzazione della rete si evidenziano la cosiddetta Chain network (struttura a catena), la Star or hub network (piccoli gruppi) e la All-channel network (con tutti i membri allo stesso livello che spesso comunicano attraverso il web).

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Figura 1. Chain, Star or hub e All-channel network (http://www.rand.org/pubs/periodicals/rand-review/issues/rr-winter98-9/madness.html).

Infine vi è la Hierarchical / Cellular hybrid (con una struttura praticamente di tipo militare) tipica, per esempio, di Al Qaeda con una configurazione e dislocazione simili a quelle di una multinazionale dal punto di vista economico mentre, in relazione all’organizzazione, si riscontrano delle forti affinità con le prerogative strutturali delle famiglie mafiose (Marsden, 2012).

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Figura 2. L’effetto della struttura organizzativa Hierarchical / Cellular hybrid di Al Qaeda (http://turkishcentralnews.com/20130301al-qaeda-training-camps-in-afghanistan-before-911-were-saudi-%E2%96%BCal-qaedas-organizational-structure-911-report).

1.4 La politica preventiva

Nella prospettiva di una politica preventiva, l’applicazione della dottrina della Prevenzione Situazionale evidenzia come la decapitazione della rete sia un fattore positivo; nello specifico si analizzano: l’eliminazione del leader rappresenta l’elemento che maggiormente indebolisce, talvolta fino a farlo implodere, il gruppo terroristico. Ci possono essere però anche degli elementi sfavorevoli assolutamente da valutare come per esempio la possibilità che il successore sia maggiormente aggressivo in termini di attentati e l’eventualità che si possano verificare delle scissioni.

La predisposizione di misure atte ad impedire il reclutamento; si tende a pensare che i nuovi adepti siano esclusivamente dei giovanissimi a cui venga praticato una sorta di lavaggio del cervello. Tale convinzione è invece assolutamente inverosimile e questo concetto è valido soltanto per i kamikaze che necessitano di un indottrinamento più profondo da praticare sin dai primi anni della loro vita. Chi aderisce al gruppo senza prospettive suicide, giovane o adulto, compie questa scelta perché attratto dall’ideologia. Il reclutamento presenta notevoli problematiche per i terroristi perché li costringe ad esporsi all’esterno innescando quindi dei processi con un alto contenuto di rischio. Le carceri e l’ambiente detentivo in genere, dove si registrano la presenza di terroristi, generano situazioni in cui risulta più semplice attuare un processo di indottrinamento; come conseguenza, è sempre auspicabile la separazione fisica tra i terroristi ed i criminali comuni in una prospettiva di eliminazione delle opportunità a disposizione per il reclutamento diretto (Clarke & Newman, 2006, p. 75).

Il fatto che sia fondamentale minare la coesione del gruppo creando situazioni di conflitto; come strumento si può utilizzare l’immissione di informazione false e l’inserimento di infiltrati/spie all’interno della rete. Nel caso di un fuoriuscito, la concessione dell’immunità porta ad una efficiente profilo di collaborazione che fornisce importanti informazioni ai funzionari statali preposti e destabilizza il gruppo (Waters, Ramírez & Bettin, 2012).

L’eliminazione o la limitazione dei mezzi di comunicazione dei quali dispone il gruppo costituiscono degli interventi che generano diversi problemi che causano dei deficit logistici non indifferenti. Una politica che miri ad aumentare i controlli per i documenti di volo internazionali, in particolare per i passaporti e la concessione della Visa. Il colpire le fonti di approvvigionamento economico dei gruppi terroristici anche con procedimenti fiscali e l’applicazioni di blocchi bancari. Da questo punto di vista il caso di Al Qaeda è estremamente chiarificatore perché si tratta di un gruppo molto forte economicamente, ma molto meno dal punto di vista della appartenenza ideologica. E’ opportuno sottolineare come ogni singola cellula abbia dei finanziatori autonomi ed un organigramma abbastanza indipendente. L’eliminazione di una cellula può costituire un danno anche se l’esperienza analitica mostra che questa viene solitamente ricostruita o sostituita e come non si sia mai verificata una conseguente perdita di funzionalità della rete (Clarke & Newman, 2006, p. 80).

1.5 Le opportunità e la funzione preventiva

Le opportunità e la loro valutazione sono alla base del pensiero terrorista, così come sono costantemente presenti in tutte le azioni della vita quotidiana. Il singolo ed il gruppo interagiscono sempre con l’ambiente esterno e si assiste ad un reciproco scambio/condizionamento. Il terrorista con il suo atto condiziona la società causando morte e distruzione ma è possibile attraverso l’adozione di un sistema di validi strumenti modificare la possibilità di selezione del terrorista facendo venir meno le opportunità che lo portano razionalmente a commettere un crimine.

La teoria e l’esperienza pongono sempre la conoscenza degli eventi (e nella fattispecie la conoscenza del gruppo/cellula) come base per la definizione di un modello di prevenzione che deve costituirsi sull’acquisizione delle informazioni; se questa condizione non viene soddisfatta si parte da presupposti fuorvianti e l’analisi non può portare nessun risultato utile e addirittura risulta essere dannosa.

Il punto di partenza di una disamina mirata risiede nella consapevolezza che non sia materialmente possibile proteggere continuativamente ogni tipo di bersaglio. I terroristi sono ben consci di questa condizione e spostano conseguentemente la loro attenzione da quelli protetti a quelli non protetti, ponendo in essere un meccanismo di valutazione razionale delle opportunità (LaFree, Dugan, Fogg & Scott, 2006). Questo cambiamento di target ha l’indubbio vantaggio rappresentato dal fatto che i bersagli secondari siano meno appetibili e di minore impatto e, come immediata conseguenza, si assiste ad una riduzione degli attacchi e si verifica un automatico processo di deterrenza verso gli altri gruppi terroristici definibili come minori (https://www.rand.org/topics/terrorism-and-homeland-security.html).

Le opportunità, sempre in relazione alla tipologia del gruppo preso in esame, devono essere considerate fondamentalmente sotto due punti di vista rappresentati dalla dicotomia criminale di professione/non criminale:

  1. Il criminale di professione solitamente decide razionalmente di commettere un crimine ed analizza le opportunità che gli si presentano per porre in essere questa sua intenzione.
  2. In presenza di un non criminale si può assistere comunque alla scelta di realizzare un comportamento criminoso qualora l’individuo, spesse volte in una posizione sociale debole, risulti costantemente posto di fronte ad una serie di opportunità criminali che fungono da leva nel processo della crimino-dinamica.

Queste concezioni si applicano perfettamente ai percorsi decisionali propri del terrorismo con l’aggiunta che la remunerazione, sia in termini economici, sia in termini di ampiezza del bersaglio, all’interno di una rete terroristica sono molto maggiori rispetto ad una serie di atti illeciti perpetuati dai criminali generalmente definiti come comuni (Clarke & Newman, 2006, p. 89).

Una critica, che spesse volte viene rivolta alla dottrina criminologica della Prevenzione Situazionale, risiede nell’impossibilità di proteggere tutti i bersagli per ragioni logistiche molto chiare; risulta quindi necessario sottolineare che la prevenzione non deve portare alla protezione di ogni edificio governativo, stazione, centro commerciale, scuola, aeroporto, ecc., ma come invece debba stabilire dei gradi di protezione che consentano una dislocazione delle forze di difesa in maniera assolutamente razionale. Un gruppo terroristico ha un budget, una capacità di manovra e delle risorse che sono sempre ben definite ed il venire meno della possibilità di colpire un grosso bersaglio spesso fa desistere il gruppo dai suoi propositi (Clarke & Newman, 2006, p. 90).

E’ importante sottolineare che l’attacco di un target primario per la rete terroristica porta ad una grande pubblicità sia su i mass-media, sia negli altri gruppi che saranno spinti a tentare in periodi successivi azioni definibili come emulative. Il pubblico inoltre, è portato a credere, spesse volte sbagliando, che l’azione eclatante sia ripetibile nell’immediato con facilità sempre e comunque, generando quindi sentimenti di paura nella popolazione che tende ad individuare il gruppo come una struttura onnipotente. Se invece i bersagli più remunerativi sono ben protetti la rete può rivolgere le sue attenzioni su obiettivi definibili come di minor interesse, ma l’esperienza dimostra che questo raramente accade e che il gruppo entra in una fase definibile come di stand-by (http://www.firstgov.gov/featured/usgresponse.html).

Bisogna inoltre distinguere e chiarire i concetti di dislocamento e di adattabilità: il primo è un processo a lungo termine posto in essere da un gruppo terrorista, mentre il secondo è proprio di un criminale comune che necessità nell’immediato di entrate economiche. Questa distinzione è importante perché si ritiene erroneamente che la protezione di un bersaglio maggiormente remunerativo porti all’immediata scelta di un altro target attraverso l’applicazione del concetto bad will out (il male viene fuori) mentre questo comportamento, principalmente per ragioni di opportunità ed organizzazione logistica, raramente si verifica (Clarke & Newman, 2006). In sintesi, il solo concetto da analizzare in un contesto preventivo è quello del dislocamento, mentre l’adattabilità nel breve periodo non mai è riferibile al terrorismo.

In relazione al gruppo, alle celle ed in generale alle loro dinamiche, è utile indagare, soprattutto dal punto di vista della ricerca scientifica con una prospettiva applicativa, su diverse tematiche:

  1. Interviste ai terroristi sotto regime detentivo al fine di conoscere le loro dinamiche decisionali.
  2. Consulenze con esperti di terrorismo da parte delle forze di polizia.
  3. Valutazione della remuneravità di un bersaglio.
  4. Attività di problem-solving relativa agli strumenti ed alle armi.
  5. Studio dei percorsi geografici del terrorismo.
  6. Analisi empirica dei database e dei giornali.
  7. Disamina degli attacchi falliti al fine di rintracciarne i motivi.
  8. Studio delle operazioni che hanno indebolito il crimine organizzato.
  9. Analisi delle misure che hanno portato successi e fallimenti.
  10. Valutazione dei costi delle misure applicate.

I seguenti punti riassumono i princìpi generali della Prevenzione Situazionale applicabili al gruppo (Clarke & Newman, 1993, 1995, 1997, 1998, 2006):

  1. non è funzionale affidarsi ad un eventuale cambiamento ideologico dei terroristi.
  2. Non ci si deve basare sulla possibilità di eliminare fisicamente i terroristi perché questi sono sempre sostituiti.
  3. Il terrorismo e quindi il gruppo devono essere esaminati in maniera contestualizzata e mai come fenomeno generale.
  4. E’ utile capire come il terrorista realizza il suo proposito.
  5. Gli strumenti e le armi devono essere sempre analizzati.
  6. La scelta del bersaglio da proteggere, visto e considerato che non è possibile proteggerli tutti, è fondamentale.
  7. Esiste una differenza tra terrorismo interno ed esterno ad uno stato.
  8. La minaccia del terrorismo non è un fenomeno destinato ad estinguersi.
  9. Bisogna cercare di anticipare le mosse dei terroristi.
  10. Lo studio della storia del passato è funzionale alla prevenzione futura.
  11. La razionalità del terrorista deve essere affrontata aumentando gli sforzi, i rischi, riducendo la remuneratività, le provocazioni e le motivazioni dello stesso.
  12. Le decisioni devono essere sicure ed inquadrate in un budget predeterminato.
  13. Il budget per le politiche anti-terrorismo deve essere distribuito in base ai rischi.
  14. La politica preventiva non deve essere esclusiva del governo statale ma anche di gruppi di ricerca accademica ed associazioni riconosciute, organizzazioni non governative incluse.
  15. Le soluzioni adottate devono avere delle esternalità positive.
  16. La collaborazione della popolazione non deve essere data per scontata.
  17. Il segreto di stato non deve essere una strumento per nascondere le incompetenze e non affrontare le criticità.

1.6 Conclusioni

L’applicazione, riferita nello specifico alla composizione del gruppo e della cellula, della dottrina della Prevenzione Situazionale (Clarke & Newman, 1993, 1995, 1997, 1998, 2006) unitamente ad un’attenta valutazione delle opportunità portano degli indubbi benefici. Lo studio degli eventi ed una conseguente analisi contribuiscono a determinare quelle che sono le dinamiche proprie di ogni gruppo terroristico (Hamm M.S., 2005) dando la possibilità di implementare una serie di interventi basati su una piena cognizione dei fatti, aspetto fondamentale per l’attuazione di un’efficace politica preventiva. Come esaminato, questi princìpi si applicano perfettamente anche alle dinamiche proprie dell’organizzazione del gruppo terrorista.

Marco Soddu

Bibliografia

Libri

  1. Clarke, R.V.G. & Newman, G.R. (2006). Outsmarting the terrorists, Westport (CT): Praeger Security International/Global Crime and Justice.
  2. LaFree G., Dugan, L., Fogg, H.V. & Scott, J. (2011). Building a Global Terrorism Database. Darby (PA): Diane Publishing Co.

Riviste o Periodici

  1. CIA – Counterterrorism Center’s Office of Terrorism Analysis (2005). A Collection of CTC/OTA’s Papers on Al-Qa‘ida’s Threat to the US Homeland.
  2. FBIS Report (2004). Compilation of Usama Bin Ladin Statements.
  3. Marsden, S.V. (2012). Successful terrorism: framework and review. Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression, 4, Issue 2.
  4. Sageman, M. (2004). Understanding Terror Networks, Philadelphia (PA): University of Pennsylvania Press.
  5. Walters, T. K., Ramírez, J.M. & Bettin, M. (2012). 4th Annual CICA/STR International Conference on Aggression, Political Violence and Terrorism: an Interdisciplinary Approach for a Peaceful Society. Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression, 4, Issue 2.
  6. Internet, Software e Multimedia
  7. Brent, S. (2008). A Look at Terrorist Behavior: How They Prepare, Where They Strike. National Institute of Justice. Retrieved December 16, 2013, from https://www.ncjrs.gov/
  8. Hamm, M.S. (2005). Crimes Committed by Terrorist Groups. National Criminal Justice Reference Service. Retrieved December 16, 2013, from https://www.ncjrs.gov/

Image credits: Steve Allen, Flag of Al-Qaeda – Al-Qaeda is a global militant Islamist organization founded by Osama bin Laden and several other militants. It operates as a militant Islamic fundamentalist group. Shutterstock.com

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