Il giornalismo (scientifico) che salva la vita

Il giornalismo (scientifico) che salva la vita.Giornalismo non solo come attività volta a riportare eventi e notizie, ma anche come attività volta a diffondere informazioni in grado di “salvare la vita”. A lanciare la provocazione è Kaz Janowski, sulle pagine di SciDev.Net, giornale dedicato a scienza e tecnologia nei paesi in via di sviluppo. Se il giornalista scientifico non si limitasse a riportare l’evento ma si rendesse parte dello sforzo di aiuto in situazioni drammatiche?

Pensiamo a eventi come guerre, terremoti, alluvioni e così via. Se il giornalista andasse, per così dire, oltre le proprie competenze? Se tornasse al mondo che documenta, con l’intento di migliorarlo? Sappiamo quanto, attualmente, siano vicendevolmente impenetrabili i mondi del giornalismo e delle agenzie umanitarie. I primi e i secondi impegnati a stabilire confini reciproci. Non solo il giornalista sembra riluttante ad andare oltre le proprie usuali competenze, ma le agenzie umanitarie sembrano non vedere positivamente lo sconfinamento professionale del giornalista, quando questo si dà.

Eppure il valore aggiunto del giornalista scientifico può essere cospicuo. Nel caso degli aiuti umanitari il ruolo e i mezzi del giornalista possono essere di reale utilità. Disastri, situazioni di crisi ed emergenza, attirano la pronta attenzione del giornalista. Questo si occupa di documentare gli avvenimenti, poi sparisce. E se, invece che sparire, i media potessero avere un ruolo integrante e continuativo nello svolgimento del lavoro umanitario, di sviluppo e progresso nelle situazioni meno fortunate?

Fornire alle popolazioni colpite da catastrofi naturali o artificiali informazioni utili poiché pratiche e scientificamente valide, oppure una voce per comunicare più chiaramente, sembra della massima importanza. Dare informazioni che siano in grado, nel caso più estremo, di salvare la vita di chi le riceve. Certamente, è compito del giornalista informare sul disastro, sugli effetti negativi di esso, e sull’eventuale incapacità degli enti di aiuto e del governo locale nel far fronte ai bisogni di ognuno – ma se fosse compito del giornalista anche aiutare, nel tempo, chi ha subito il disastro, chi ha bisogno di essere salvato?

Come? Divulgando notizie e dati scientificamente validi utili a comprendere, ad esempio, come rendere l’acqua potabile, cosa fare in caso di terremoto, quando arrivano gli aiuti, e così via. In buona sostanza il giornalista (scientifico) potrebbe e, in parte, dovrebbe diventare egli stesso parte della storia che racconta. Egli può rappresentare una fonte di aiuto essenziale per la buona riuscita degli interventi umanitari. I giornalisti sono in una posizione di potere poiché hanno i mezzi e la capacità per comunicare (anche meglio delle agenzie umanitarie) con chi deve essere aiutato.

La comunicazione e l’informazione possono veramente essere fonti di aiuto altrettanto valide di quelle tradizionali, come la fornitura di beni e cure primarie. Rendere consapevoli le persone, in modo rapido e diffuso, dei pericoli più gravi e delle soluzioni più semplici, è una fonte di sostegno della massima rilevanza. Il giornalista scientifico può salvare molte vite, diffondendo messaggi di natura pratica (e scientificamente informati) su cosa è meglio fare, ad esempio, in situazioni di pericolo o di emergenza, o su quali pratiche è meglio intraprendere nel tentativo di superare la situazione di crisi.

Francesco Margoni

Reference:

Kaz Janowski, ‘Lifeline programming’ is aid the media should support 22/08/2013 on SciDev.Net; http://www.scidev.net/global/journalism/editorials/lifeline-programming-is-aid-the-media-should-support.html

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