Il counseling tra local e global

Il counseling tra local e global.Creare soluzioni significa focalizzare i problemi e volerli affrontare: le modalità e gli approcci verso le soluzioni possono determinare una tale e grande differenza da influenzare reti sociali e realizzare cambiamenti radicali. Come? Pensando “local” e agendo “global”. E come sempre il punto di partenza è in noi.

Il fenomeno della globalizzazione è pressoché inarrestabile e, nella sua avanzata, fornisce numerosi spunti di riflessione che, soprattutto negli ultimi anni, hanno dato vita ad accesi dibattiti o addirittura scontri di piazza.

“Si Global” o “No Global” si sono visti come due fronti contrapposti con l’assoluta impossibilità di un dialogo, incrementando così le opposizioni e le controversie. Da questo acceso scontro sono sorte correnti di pensiero diversificate che hanno a loro volta creato veri e propri stili di vita condizionando in modo aperto migliaia di persone, ma non solo.

L’ambiente, la ricchezza e la sua distribuzione, il confronto-scontro fra culture differenti, la revisione del senso di democrazia e del senso di responsabilità individuale e collettivo sono solo alcuni dei temi sul piatto della bilancia di fronte ai quali l’individuo si pone domande che 30, 40 anni fa non avrebbe nemmeno immaginato.

Questo conflitto molto forte tra accettare o combattere l’incalzare della globalizzazione apre numerosi confronti dai quali ogni individuo non può estraniarsi: una presa di coscienza è obbligatoria e, a quanto pare, nessuno può astenersi.

Un’altra tendenza che si va delineando molto chiaramente in questi ultimi periodi è quella di un mediazione tra i due poli. Se in una prima fase, pareva impossibile un punto di incontro ora questo nuovo “sentire” sta prendendo la forma di un terzo polo: la glocalizzazione.

Devo ammettere che sono venuto a conoscenza di questo termine per la prima volta durante una mia videoconferenza dove un interlocutore mi ha chiesto se ciò che stavo spiegando potesse essere collocato in ambito “glocal”.

Il primo a parlare di “glocalizzazione” è stato il sociologo Zygmut Bauman. Il suo intento era quello di studiare gli atteggiamenti e le risposte delle piccole comunità rispetto al panorama internazionale.

Prodotti e servizi creati per un mercato globale, possono essere inseriti in un piano più locale e che tenga conto di aspetti culturali, politici o religiosi particolari. La tendenza quindi non è quella di contrapporsi in modo aperto al processo di globalizzazione, ma di finalizzarlo o meglio orientarlo alle esigenze della piccola comunità. irei che la sua tesi possa essere riassunta nel “pensare locale e agire globale”.

In realtà alcune situazioni storiche, di cui ho già avuto modo di parlare qui su BrainFactor, possono essere rilette in modo “glocal”. Mi viene in mente il mondo benedettino dove ogni monastero è un’entità a se’ stante inserita però in un’ampia rete territoriale che supera i confini geografici e politici e che ha favorito e favorisce scambi culturali economici, commerciali.

L’idea primordiale di poter girare tutta l’Europa trovando sempre rifugio e ospitalità (da qui il termine ospedale) tra le mura di un monastero è, a tutti gli effetti, una tipica tendenza “glocal”.

L’approccio mi sembra interessante proprio perché non si pone in antitesi alle due tendenze d’origine (locale o globale), ma ricerca e sviluppa possibilità infinite proprio sulla base delle comunità di partenza e dei loro effettivi fabbisogni.

Sotto l’aspetto sociologico questo significa porre al centro dei processi prima di tutta la comunità locale esaltandone gli appartenenti, la loro capacità di interagire e produrre e allargandone poi lo spazio di intervento in modo progressivo.

Bauman ne deduce che mentre la globalizzazione si focalizza unicamente sui sistemi complessi esaltandone la capacità di avere orizzonti più ampi e illimitati, la glocalizzazione condensa tutta la sua forza proprio sulla semplificazione tipica dei piccoli sistemi.

Ne emerge una profonda centralità dell’individuo all’interno dei processi. La stessa individualità che ritrovo, come dicevo prima, per esempio nella cultura benedettina, dove l’abilità del singolo è fondamentale prima per se stesso e poi per il benessere “globale” della comunità.

Nel processo “glocal” ogni singola persona è considerata come un vero e proprio “patrimonio”.

Questa ricchezza non è da valutarsi in termini economici e produttivi, ma in tutta la sua interezza: conta il suo modo di pensare, agire, fare scelte, e influenzare con il suo stile di vita il gruppo a cui appartiene. Questo individuo così commisurato assume un potere enorme divenendo un “untore” un diffusore del suo pensiero in tutte le fasce della piccola comunità. Allo stesso tempo, proprio perché attore protagonista dei piccoli cambiamenti questo individuo ha un valore enorme anche per i macrosistemi che, sebbene non potrà influenzare direttamente, li raggiungerà attraverso l’espandersi delle reti locali.

La comunicazione in questo piano gioca un ruolo fondamentale. Ogni singolo individuo a secondo di come comunica i suoi sentimenti e le sue emozioni all’interno della sua comunità può diventarne testimonial dando accelerazione e spinta a una serie innumerevole di processi di cambiamento dinamici e in continua evoluzione. In questo modo le trasformazioni in atto sono sempre espressione delle reali esigenze di chi le mette in moto. Trasformazioni che, a volte, arrivano anche a scontrarsi con i sistemi più complessi. Questi, a loro volta, saranno costretti a prenderne coscienza e ad agire di conseguenza.

Questa comunicazione utilizza sia il piano diretto dell’interazione tra persone, sia quello indiretto dei media e dei social network. Le singole necessità che si creano all’interno di una piccola comunità non possono più restare un caso isolato e nel web si incrociano facilmente realtà analoghe, esperienze simili, risoluzioni già adottate in altre aree anche geograficamente lontane e culturalmente differenti. In questo passaggio il local incontra il global o meglio il local, attraverso il global, incontra altri local con pensieri simili e problematiche condivisibili.

A questo scopo ogni singolo membro della piccola comunità è chiamato ad una efficacia e una efficienza massima della sua comunicazione: nulla può essere lasciato al caso contribuendo così alla costruzione di piccole cellule pensanti e agenti che hanno la capacità di diventare vere e proprie idee-virus. La possibilità che il messaggio arrivi distorto nel processo comunicativo dalla piccola alla grande comunità deve essere ridotta al minimo.

Tutto questo presuppone conoscenze tecniche e relazionali superiori alla norma e una capacità di interagire con i sistemi più grandi tale da poter influenzarne alcune logiche: è il caso di una comunità che si ribella, per varie motivazioni, a delle scelte di campo prese dall’alto. Una comunità che oggi ha la possibilità di portare a conoscenza l’intero globo del suo disagio mettendo in moto un sistema di attivazione delle informazioni capace di farle rimbalzare da una parte all’altra del pianeta.

A questo punto globale e locale sono perfettamente integrati, anzi commistionati nel processo di interazione e integrazione dei dati e degli obiettivi comuni. La logica è quella che non si può evitare di considerare, attraverso l’incremento naturale a cui è soggetta ogni comunità, la sua normale crescita e un mutamento costante delle esigenze comuni. Quando ciò non avviene è per un disequilibrio e per una chiusura che porta unicamente all’ autoisolamento. È il caso, per esempio, di piccoli paesini che non hanno saputo adeguarsi alle necessità del cambiamento, del contatto con la città, della voglia di migliorare, conoscere e crescere, producendo solo emigrazione e non emancipazione delle strutture.

Tutto questo, comunque, non significa che alcune realtà in via di estinzione non debbano essere preservate. Il dovere storico è fare in modo che ogni singolo rappresentante di ogni cultura possa avere voce nel grande piano della globalizzazione e che possa mantenere vivo il suo patrimonio.

In questo piano la visione del piccolo si misura con le proprie abilità nel suo contesto, ma con la consapevolezza più ampia che ogni minimo gesto può cambiare la realtà anche delle grandi cose.

Ed è proprio qui che il counseling gioca il suo ruolo nella partita.

L’essere pensante introdotto in un sistema di questo genere è costretto a fare i conti prima di tutto con se stesso e con il sistema relazionale più diretto (famiglia, amici, cerchia parentale) per allargarsi in modo progressivo verso ambienti più ampi (club, associazioni, ecc.).

In un piano glocale ognuno è protagonista del cambiamento in atto e, come abbiamo visto, ogni singolo gesto di ogni singolo membro anche della più piccola comunità ha un valore incommensurabile. Per questa ragione la forza del singolo in relazione agli altri è determinante.

Spesso, nelle sessioni di counseling, la persona tende a focalizzarsi sui problemi, sulle proprie incapacità e i propri limiti, dimenticando il mondo di possibilità che lo aspettano fuori. È un atteggiamento di chiusura autocentrata che non permette di “vedere oltre” limitando la persona quasi in una forma autolesionistica in cui si ruota su se stessi per non cambiare.

Molte persone sono alla ricerca della soluzione senza sapere che cosa realmente cercano: qualsiasi proposta è buona, ma non riusciranno mai, anche raggiunto un ipotetico obiettivo, a sentirsi pienamente soddisfatte.

Prima di poterci connettere con l’esterno, in una rete più ampia, è indispensabile avere realizzato tutte le connessioni con noi stessi operando su vari piani progressivi: cognitivo, fisico, emozionale, sociale e spirituale.

Il piano cognitivo è quello in cui la persona può capire meglio quali cambiamenti vuole realizzare. La modalità più frequente è aiutare la persona a cambiare il proprio modo di pensare. Questo livello interagisce necessariamente e direttamente su quello dei sentimenti. Cambiando il proprio modo di pensare è possibile cambiare anche i propri sentimenti e di conseguenza il proprio modo di agire. Realizzando nuovi modi di pensare la persona può accorgersi che può ri-valorizzare la propria esistenza e ri-vedere tutte le proprie convinzioni, a volte limitanti.

Il piano degli aspetti fisici è quello che stimola la persona a passare dall’idea all’azione. Generare nuove idee senza fissarle a degli obiettivi da perseguire è non solo inutile, ma anche dispersivo e allontana dalla soluzione. La persona deve poter imparare a padroneggiare i cambiamenti realizzandoli poco per volta come in una palestra, adeguando e misurando le proprie forze e i risultati su scale di valori reali e tangibili. Questo permette alla persona, in ogni momento del suo percorso, di capire a che punto è, soprattutto vedendo e “toccando con mano” ogni singola realizzazione e ogni singolo obiettivo raggiunto in vista di obiettivi più grandi.

Il piano degli aspetti emozionali, è invece atto a facilitare la vera esperienza di se stessi. Tutti viviamo, infatti, di emozione e il come le controlliamo o le facciamo fluidificare nella nostra esperienza ci rende persone diverse capaci di affrontare in modo più dinamico le varie situazioni.  Direi che questo è il piano esperienziale più importante perché in esso si possono intra-vedere e sentire nel modo più profondo i cambiamenti in atto, i nostri coinvolgimenti e misurare anche la nostra forza di volontà.

Se i primi due piani, quello cognitivo e quello fisico rientrano necessariamente nell’ambito “local”, il piano emozionale potrebbe essere considerato “intermedio”: infatti nella logica relazionale è attraverso le emozioni che ci misuriamo con gli altri e manifestiamo loro il nostro modo di essere.

Il piano degli aspetti sociali è decisamente più “global”. Come sostengo sempre sia nelle sessioni di counseling sia durante le mie conferenze, nessuno vive per se stesso e tutto ciò che compiamo, anche l’atto più egoistico, è sempre in relazione agli altri. Interagire significa “agire” “tra e con” quindi prevede una forte capacità di adattamento da una parte e una voglia di mantenere la propria identità dall’altra. Il legame che porta a scegliere certe persone anziché altre determina un intero stile di vita proprio grazie alle interrelazioni che si stabiliranno con queste persone. Per questo è importante che le sfere personali, familiari, amicali e lavorative siano ben chiare e si conoscano i rischi e le conseguenze del mescolarne anche solo alcuni aspetti sia in forma temporanea che definitiva.

Solo al termine del percorso si può lavorare sul piano degli aspetti spirituali. In questo sono riconducibili tutte le motivazioni più ampie e più alte che ci danno il senso della futuribilità creando e animando costantemente nella persona valori come la speranza, l’ottimismo realistico, la logica positiva e possibilista, la proattività continua.

Per ottenere tutto questo la parola chiave è “consapevolezza” costante. Ma cosa significa? Significa testare continuamente i propri punti di forza e di debolezza creando una continua integrazione tra di essi e valutando come a volte ciò che riteniamo ci danneggi possa essere visto da altri come una dote. Ogni nostro “talento” va valorizzato in relazione a piani sempre più alti che coinvolgono strati sociali sempre più “allargati” e composti da più reti sociali.

Prima di tutto dobbiamo tenere presente che ogni singola rete sociale è a sua volta formata da persone, individui pensanti ed agenti con le loro strutture mentali, le loro idee, che credono in valori legati alle loro culture e che hanno le loro convinzioni limitanti e non. Ognuna di queste persone interagisce a suo modo con gli aspetti economici, politici, sociali e influenzandoli e modificandoli.

L’ impatto può essere sia proattivo (orientato a portare variazioni sociali che tengano presente le esigenze di tutti) o reattivo (capace solo di dare singole risposte alle singole situazioni senza però collocarle in un piano più allargato).

Secondo molte filosofie siamo orientati all’autodistruzione, mentre per altre arriveremo comunque ad uno stadio di consapevolezza così alto tale per cui raggiungeremo finalmente uno stato di pace assoluta. L’appartenere a una o all’altra corrente di pensiero fa già in modo di determinare differenti approcci al cambiamento sia individuale che sociale.

Se, per esempio, un insegnante incomincia a dare semplici nozioni agli studenti nella convinzione che saranno incapaci di realizzare qualsiasi cambiamento perché rinchiusi nella loro realtà fittizia, penso che questa persona stia perdendo la possibilità di educare al cambiamento, di stimolarlo, di agevolarne i processi, ma soprattutto di farlo crescere attraverso una sorta di “idea virus” in cui ognuno possa esserne protagonista.

I miracoli collettivi esistono quando il pensiero di uno è condiviso al punto tale da divenire comune prendendo coscienza delle problematiche non dal punto di vista personale ed egoistico, ma una massa critica ed autocritica atta a realizzare benessere comune.

Per arrivare a questo stadio è indispensabile optare per delle scelte nelle quali impegnarsi prima di tutto sul piano personale per diventare essere socievoli più adattabili uscendo dalla nostra visione limitata legata alle necessità immediate e vedere invece con gli occhi dell’altro.

Nei corsi di vendita si insegna sempre a mettersi nei panni dell’altro, ma per uscire da un piano local e passare ad uno global è importante sapersi togliere i propri. La visone glocal ci permette di identificare i nostri panni sia in relazione all’uso di cui ne facciamo senza danneggiare gli altri.

Quando i problemi toccano tutti, sappiamo entrare maggiormente l’uno in relazione all’altra, facendo rete, sostenendoci e abilitando forze prima inespresse. È il caso di sciagure naturali o situazioni drammatiche che hanno visto la necessità di farsi forza reciprocamente. Sono situazioni che hanno un effetto così grande da realizzare cambiamenti epocali e se l’individualità di ognuno è stata ben architettata con un lavoro di profonda ricerca del sé addirittura risolvere definitivamente dei problemi.

Pensare “glocal” significa a questo punto prendere responsabilità delle proprie scelte e dei propri comportamenti e cambiare in modo “spirituale” elevando ogni singola azione non solo verso la propria realizzazione, ma verso una vision di bene collettiva: ciò significa uscire dall’egocentrismo per entrare nell’eco-centrismo. La fatica è sicuramente tanta, ma credo il gioco valga la candela.

Paolo G. Bianchi

Bibliografia di riferimento:

  1. Bauman Z., “Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale”, Laterza 2013
  2. Bauman Z., “Lo spirito e il clic. La società contemporanea fra frenesia e bisogno di speranza”,San Paolo Editori 2013
  3. Bauman Z., “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti, falso!”, Laterza 2013
  4. Bauman Z., “Communitas, Uguali e diversi nella società liquida”, Aliberti 2013
  5. Bauman Z., “Globalizzazione e glocalizzazione”, Armando Editore 2005
  6. Bauman Z., “Vita liquida”, Laterza 2006
  7. Bauman Z., “Modus Vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido”, Laterza 2008
  8. Bauman Z., “L’arte della vita”, Laterza 2009
  9. Bauman Z., “Conversazioni sull’educazione”, Erickson Editore 2012
  10. Litrell J., “Il counseling breve in azione”, Sovera 2010

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