Lacrime e pianto, tra antropologia e counseling

Lacrime e pianto, tra antropologia e counseling.Il bimbo nasce con un vagito. Piangerà ancora molte volte nella vita e le cause saranno diverse: dolore, angoscia, ansia, stanchezza, stress, ma anche gioia, commozione o “liberazione”. Il pianto fa parte della vita, è espressione della nostra sensibilità, ma può anche essere visto come un elemento di debolezza. Certo è che anche i grandi della storia hanno pianto e non per questo sono stati sminuiti dai posteri, anzi…

“Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca, poi Dio pianse per la morte di Mosè” (Bibbia, Esodo).

“Ulisse pianse nel sentire cantare le gesta sue e degli altri Greci, a Troia. Ma non voleva farsi scoprire. Col lembo del mantello, si coprì il volto e asciugò le lacrime. Solo Alcino, re dei Feaci, se ne accorse ma non disse nulla” (Odissea).

“Le gocce di pioggia ticchettano sulla foglia di basho, ma non sono lacrime di dolore, è solo l’angoscia di colui che l’ascolta” (detto Zen).

Recentemente tutti ricordiamo il ministro del lavoro che presentando insieme ai colleghi un programma di governo basato sul rigore e sui sacrifici si lascia sopraffare dalla commozione e le televisioni di tutto il mondo riprendono questo pianto trattenuto che blocca l’intera conferenza stampa per alcuni minuti…

Un’altra scena, ma in campo sportivo. Olimpiadi 2012 gara di scherma: Shin A Lam, atleta coreana, scoppia sulla pedana in un pianto disperato per un verdetto dei giudici di gara che non condivide. Ne uscirà 40 minuti dopo con l’applauso di incoraggiamento del pubblico e l’addio alle Olimpiadi in tasca.

Del resto, in casi diversi, molte volte al termine delle gare abbiamo visto atleti piangere. È un pianto liberatorio che allenta la tensione fisica e psicologica accumulata fino ad allora e, tra una lacrima e l’altra, tradisce la gioia di aver vinto. Le ore di duro allenamento sono premiate e per un attimo, prima di riprendere gli sforzi per superare nuovamente se stessi, si gioisce e, anche se il mondo guarda si lascia che le lacrime scendano copiose trattenute dalle dita mentre si canta con voce un po’ rotta l’inno nazionale.

Divinità e profeti, eroi mitici e gente comune hanno pianto. C’è chi lo trattiene per dimostrare la fermezza del proprio carattere, chi non lo controlla, chi lo utilizza per sciogliere le tensioni e chi ne è colto di continuo. Tutti per vari motivi piangiamo, ma piangere è un bene? O come ci insegnavano a scuola non bisogna mai farlo soprattutto davanti agli altri? Il pianto è un mistero che racchiude in sé la vulnerabilità dell’uomo di fronte alla vita, che rivela la nostra natura fatta prima di tutto di sentimenti e di emozioni.

Esistono varie tipologie di pianto: “vanno ricordati il pianto irrefrenabile, quello convulso, quello abbandonico, quello di sollievo, quello implorante, quello plateale (dimostrativo, ‘pubblico’, a volte chiaramente rituale, come nel caso delle prefiche), quello sforzato, rassegnato, di rabbia, di felicità, di gioia, di compartecipazione (non necessariamente scatenato dalla presenza di altri soggetti piangenti), di commozione, anche di fronte a situazioni indirette (per es., spettacoli, cerimonie ecc.), e infine il pianto tipico dell’età involutiva. Diversi sono il pianto ridotto, in tono minore – il quale può avere forma di piantarello (le latine lacrimulae), di piagnucolio, analogo a un piovigginare, lamentoso e poco espressivo, di piagnisteo, in sordina con progressivo distacco dal tono emotivo d’origine – e il pianto misto a riso, di frequente riscontro nei bambini. Ciò in netta contrapposizione con lo scoppio di pianto, in genere intenso e disperato, da empito emotivo di dolore, di rabbia, di intensa nostalgia, di caduta nella desolazione, spesso senza preavviso, a volte inesplicabile, non raramente sfogo prorompente di una tensione a lungo controllata” (fonte Treccani).

Jonathan Rottenberg e Lauren M. Bylsma alla University of South Florida hanno fatto una dettagliata analisi su più di 3000 casi di esperienza di pianto al di fuori delle sedute terapeutiche e in condizioni normali. Il risultato è stato che la maggior parte delle persone si sentivano meglio dopo il pianto e che questo dipendeva sia dalla situazione in cui si verificava l’evento, ma soprattutto dalla causa scatenante. Sempre in questa ricerca è anche emerso che la parte restante, circa un terzo dei partecipanti, non solo non aveva ricevuto alcun beneficio, ma alcuni si erano addirittura sentiti peggio dopo lo sfogo di pianto. La spiegazione? Solo chi aveva ricevuto il conforto da parte di un amico, di un parente o un confidente considerava il pianto un evento positivo.

Da questa prima analisi la ricerca conferma che fa bene aver “una spalla su cui piangere”, anche se il rischio può essere quello di diventare un peso per chi deve offrire un conforto continuo. Fin da bambini ci insegnano che non si deve piangere in pubblico, che è una debolezza che tradisce i nostri sentimenti e le nostre emozioni che, invece è bene rimangano nascoste. Il problema non è tanto lo sfogo o la scarica emotiva, ma l’imbarazzo, la vergogna, che ne derivano e che causano spesso senso di inadeguatezza e incapacità nella risoluzione dei problemi.

Tornando all’interessante ricerca di Rottenberg e Bylsma emerge che il beneficio “post-pianto” dipende direttamente dall’atteggiamento della persona. Infatti i loro pazienti ansiosi, che dopo il pianto ottengono un effetto calmante, è perché vivono il pianto come un evento positivo, un momento particolare nel quale si liberano in modo pratico di emozioni, pensieri, associazioni ed energie negative; il pianto non è una fase di autoisolamento o chiusura, ma un vero e proprio “step” di esternazione fisica e psichica.

Alexander Lowen nella sua teoria bioenergetica pone il pianto liberatorio quale cardine del suo metodo psicoterapeutico. Lowen incentra i suoi trattamenti sulla sinergia tra corpo e mente. Nella sua visione ciò che avviene nella mente deve avvenire anche nel corpo in una interrelazione tra tensione muscolare e blocco emozionale. La sua visione terapica del pianto si basa sul senso di “abbandono” sul lasciarsi cioè andare all’esistenza senza paure ed inibizioni sciogliendo in questo modo tutta quella serie di tensioni che imprigionano l’anima impedendole di esprimersi.

La modalità è quella del saper guardare i sentimenti che viviamo senza necessariamente volerli controllare, ma lasciandoli fluire con naturalità. La differenza con altri metodi che inducono al pianto volontariamente sta nel fatto che quello di Lowen si presenta come un percorso educativo nel quale la persona impara a conoscere i propri sentimenti e soprattutto le proprie emozioni come qualcosa di naturale. In quest’ottica il pianto e il piangere diventano uno strumento prezioso che appartiene all’uomo e lo aiuta a liberarsi dal fardello di tutti quei condizionamenti che sono prodotti in lui dall’”io narcisistico”.

Non è molto differente l’approccio di molte discipline orientali dove si ritiene che le emozioni e i sentimenti non debbano mai essere trattenuti a scapito della propria salute psicofisica. Per esempio la pratica della tensioriflessologia (come applicazione bionaturale della medicina tradizionale cinese) invita a lasciare scorrere emozioni quali la tristezza, la gioia, la rabbia, la riflessione profonda o la paura perché, se represse, vanno ad occludere l’attività energetica nei metameri dorsali creando prima il dolore cronico e poi la sua sedimentazione con conseguenze negative agli organi che corrispondono a quei metameri.

In molte culture il pianto ha anche un valore sociale. Ne sono una testimonianza tutti quei popoli di discendenza greca dove, per esempio, il valore di piangere per un defunto è tale da tale da diventare, in certi casi, più importante del rito funerario stesso. In questa circostanza un coro di donne vengono retribuite dalla famiglia del defunto per piangerlo (“pianto greco” appunto ) e ricordarne la figura attraverso “frasi fatte”. Più grande è il coro delle piangenti, maggiore è l’importanza del trapassato. Questa tradizione risale all’antico teatro greco dove il coro che, accompagnava gli eroi che cadevano sul campo e anche ad altri riti pagani nei quali venivano celebrati sacrifici animali. Il pianto secondo molti studiosi ha qui una logica di regolarizzazione delle tensioni, esteriorizzazione del dispiacere e perciò di naturale fluizione del dolore personale che in questo caso diventa condiviso e pubblico e in psicoanalisi viene definito “endemico”.

Al contrario, in molte forme di Buddhismo alla morte di una persona cara bisogna evitare di piangere per permettere così all’anima del defunto di lasciare la terra. La motivazione, in questo caso, non è tanto legata alla limitazione o al trattenimento di un sentimento, ma alla continua disciplinata ricerca di distacco nei confronti di cose e persone tipica del Buddhismo.

Anche nel Cristianesimo (a noi più noto e comune) la morte è vista come un evento positivo, transitorio, che apre all’immortalità celeste e alla ricongiunzione con il padre. Pertanto è sempre forte l’invito a non abbandonarsi ad atteggiamenti smodati, ma composti e seri soprattutto durante il rito funebre che non è molto differente da quello di ogni domenica o festività proprio nell’ottica di una resurrezione che supera la tristezza del momento. Per questa ragione in molte zone dell’Africa quando muore qualcuno si organizzano grandi festeggiamenti. Non bisogna quindi vergognarsi del proprio pianto: la natura attraverso di esso fa il suo normale decorso e ci evita di alimentare astio e rancori.

Il pianto accompagna molte situazioni che vivo nelle sessioni di counseling. Le persone non hanno problemi particolari, ma a causa dei tempi in cui viviamo, sono particolarmente sottoposte a stress emotivi soprattutto sul lavoro. Piangere è un momento liberatorio nel quale possono rilassarsi, sfogarsi rilasciare le tensioni accumulate e riequilibrare il loro stato di benessere.

Fino a qualche tempo fa solo gli uomini avevano la reticenza nel piangere; ora, al contrario, è sempre più apprezzato un modello di virilità che fa della insensibilità uno dei suoi punti di forza soprattutto se si occupano ruoli e posizioni di un certo livello.
Tuttavia ora che molte donne hanno raggiunto i vertici di imprese o giochino un ruolo chiave nell’economia o nella politica anche a loro “il potere” vieta il pianto e quando accade l’avvenimento fa scalpore o attira critiche e discussioni.

Allora che fare? Soffrire in silenzio come Alcino nell’Odissea? Uomini e donne nelle sessioni di counseling si ritrovano a piangere per sfogare le loro tensioni soprattutto perché si sentono in un ambiente protetto, coperti dal segreto, tutelati dall’intimità del racconto dove possono togliere la loro maschera di dirigenti, padri, madri e persone di successo e mostrarsi per quello che sono: persone normali alla ricerca di uno spazio di serenità e di dovuta pace. Il fatto di non ricevere critiche o commenti, ma solo comprensione e presenza umana li aiuta nel processo.

La necessità di dimostrarsi sempre efficaci, sempre pronti alla risposta, sempre attivi nella risoluzione dei problemi sta inibendo il commuoversi come l’addolorarsi e nell’inibizione al pianto si infligge al proprio corpo un ulteriore aumento dello stato di stress e tensione. L’essere forti non è questo, ma se chiedete alle persone cosa pensano del piangere nessuno ammetterà mai di farlo abitualmente.

“Il pianto causato da emozioni é una delle poche specificità fisiologiche uniche degli esseri umani” afferma William Frey –  Direttore dell’Alzheimer Research Center della University of Minnesota – che addirittura sostiene che se affettiamo una cipolla produciamo delle lacrime che sono chimicamente differenti da quelle causate da un dispiacere o da una forte emozione.

Il pianto da sempre ci riconduce a noi stessi e alla nostra interiorità. Nella Cabbalà, esperienza mistico esoterica del popolo ebraico si dice: “D-o conta le lacrime delle donne” perché comunque solo una grande sensibilità (evidentemente più tipica delle donne) sa capire il mondo. Sempre un antico proverbio yiddish afferma “Il sapone è per il corpo quello che le lacrime sono per l’anima”.

Non proviamo vergogna dunque se siamo sensibili, se durante un film lasciamo scendere qualche lacrima o se dopo una giornata di stress sfoghiamo la rabbia in un pianto liberatorio. Siamo persone e se anche eroi, dei, e profeti hanno pianto non si capisce perché debba essere proibito proprio a noi mortali.

Paolo G. Bianchi
Antropologo e counselor

Bibliografia

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  2. B. Callieri, “La depressione: solitudine dell’essere e crisi dell’amore”, Rivista Sperimentale di Freniatria, 1990
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  4. Jonathan Rottenberg, Sheri L. Johnson “Emotion and Psychopathology: Bridging Affective and Clinical Science”, American Psychological Association (APA), 2007
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  6. Tom Lutz, “Storia delle lacrime, aspetti naturali e culturali del pianto”, Feltrinelli, 2002
  7. David Le Bretom, “Antropologia del dolore”, Meltemi, 2007
  8. Grenier Roger, “Le lacrime di Ulisse”, Dal Mondo, 2003
  9. Ernesto de Martino, “Morte e pianto rituale nel mondo antico”, Bollati Boringheri, 2008
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  11. Roberto Gision, “Un adulto avvelenato nasconde un bambino che piange”, Il Ciliegio, 2012
  12. Alexander Lowen: “Paura di Vivere”, Astrolabio, 2008
  13. Alexander Lowen: “L’Arte di Vivere”, Xenia, 2012
  14. AAVV: “Il significato della disperazione”, Astrolabio, 1973
  15. G. Mereu: “La terapia verbale, la medicina della consapevolezza”, Il giardino dei libri, 2012
  16. Kancyper L. “Il risentimento e il rimorso”, Milano, Franco Angeli 2003

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