Noi siamo il nostro cervello, un libro scomodo?

Noi siamo il nostro cervello, un libro scomodo.Dick Swaab, uno dei più importanti neurologi europei contemporanei, fondatore della Banca olandese del cervello, docente di Neurobiologia ad Amsterdam, ha raccolto i risultati delle sue quarantennali ricerche nel volume “Noi siamo il nostro cervello”, pubblicato da Elliot (2011). È molto di più di un’antologia dei sui lavori, perché il filo che li collega tutti ne fa un’opera unitaria e completa. Ed è un filo molto particolare.

Perché l’Autore non si nasconde certo quando è il caso di prendere posizioni, anche scomode o singolari. Già il titolo dice, di fatto, tutto. Partendo da una citazione di Ippocrate (“Occorre sapere che il piacere, la gioia, il riso e il divertimento, così come la pena, il dolore, la paura e il pianto, non hanno altra fonte che il cervello”) le sue considerazioni ci portano a concludere che esiste ben poco spazio alla libertà del nostro agire. Vi è un intero capitolo dedicato al libero arbitrio e, quando se ne finisce la lettura, bisogna dirlo, ci si sente molto meno liberi che prima di iniziarla. Non a caso, il titolo del capitolo è “Libero arbitrio: una piacevole illusione”. Se il libero arbitrio è, secondo la definizione dello scienziato americano Joseph Price, “la possibilità di decidere di fare o meno qualcosa senza vincoli interni o esterni che determinino la nostra scelta”, in effetti cosa ci resta? Le conoscenze attuali nel campo della neurobiologia chiariscono che non si può parlare di una completa libertà. Molti fattori ereditari e influssi esterni, con l’azione che esercitano fin dalle primissime fasi sullo sviluppo cerebrale, hanno stabilito la struttura e il funzionamento del cervello per il resto della nostra vita. Non siamo liberi di scegliere l’identità di genere, l’orientamento sessuale, il grado di aggressività, il carattere, la religione o la lingua madre che ci appartengono. Tanto meno possiamo decidere di possedere un talento o di non pensare più a una determinata cosa.

Come diceva Nietzsche, “un pensiero mi viene quando vuole lui, non quando voglio io”. O, per fare un altro esempio, nessuno che ancora ricordi il violento e improvviso manifestarsi di un innamoramento classificherà la scelta del partner come una decisione presa liberamente e ben ponderata. Insomma, non c’è posto per un libero arbitrio consapevole. Ciò ha gravi conseguenze perché quando giudichiamo qualcuno responsabile dei suoi atti, diamo per scontato il libero arbitrio, che in ogni caso per una parte rilevante delle nostre azioni è inesistente. Anche la neurofisiologia va in questa direzione: ormai è provato che l’esperienza cosciente è preceduta da mezzo secondo di attività cerebrale inconscia che avvia l’azione. Cosa siamo dunque noi se non esecutori di ciò che sta nel nostro cervello? C’è una sindrome, che si definisce della “mano aliena”, che si manifesta quando non vi è una buona comunicazione tra i due emisferi del cervello, per esempio a causa di un’emorragia che abbia danneggiato la connessione tra i due emisferi, il corpo calloso. I pazienti che ne sono affetti con una mano possono infilarsi i pantaloni, mente l’altra tenta di toglierli. Una donna che ne era affetta ha raccontato di essersi più volte svegliata perché la mano sinistra cercava di strangolarla. Dov’è il libero arbitrio in questi gesti?

Un altro capitolo è dedicato all’omosessualità, che non è una scelta. Solo nel 1992 l’omosessualità è stata cancellata dalla ICD-10, la decima revisione della classificazione statistica internazionale delle malattie. Fino ad allora, si è tentato di “guarire” gli uomini dalla loro omosessualità. Oggi tutte le ricerche lasciano supporre che durante lo sviluppo intrauterino avvenga nel cervello una precoce programmazione dell’orientamento sessuale che viene in tal modo fissato per il resto della nostra vita. ’Autore ha poi occasione di scagliarsi contro molti luoghi comuni, per esempio quello secondo cui noi useremmo il nostro cervello solo per il 10% delle sue potenzialità, oppure circa i milioni di cellule che perderemmo quotidianamente durante l’invecchiamento: non è vero, come ha modo di dimostrare nel capitolo sull’Alzheimer: se i disturbi della memoria negli stadi iniziali della malattia dipendessero dalla morte delle cellule, non vi sarebbero fluttuazioni; la morte cellulare non è irreversibile.

Singolare la sua opinione sullo sport, che sfocia nella provocatoria domanda “ma quando è nato l’equivoco secondo cui lo sport sarebbe sano”? Da qui, il divertente titolo del capitolo (“In forma da morire”). Nelle divisioni di pronto soccorso degli ospedali una buona fetta dei pazienti afferisce per traumi sportivi, gli sforzi intensi nuocciono. Implacabile poi il suo giudizio sulla box che arriva a definire “neuropornografia”. I danni cerebrali che provoca la boxe sono enormi, è uno sport barbaro che andrebbe abolito per legge. Insomma, se proprio volete fare sport, la cosa migliore è dedicarsi agli scacchi. Altro mito sfatato è quello sugli SSRI, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina impiegati nella terapia della depressione: secondo l’autore, non sono affatto così efficaci. Producono effetti solo dopo qualche settimana, mentre nel frattempo sussistono seri rischi di suicidio, e l’effetto placebo degli SSRI è stimato intorno al 50%.

Insomma un libro scomodo, ma incredibilmente stimolante, di quelli che si leggono con entusiasmo, fosse anche per costruire opinioni opposte. A proposito di entusiasmo e felicità, per chi cercasse qualcosa su quest’ultima, beh… “la felicità non è altro che una buona salute e una cattiva memoria” (Albert Schweitzer).

Tiziano Cornegliani

1 Comment on "Noi siamo il nostro cervello, un libro scomodo?"

  1. redazione brainfacto | 13/04/2012 at 22:17 | Rispondi

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