Il cervello Geniale

Il cervello Geniale.Con l’articolo di Tiziano Cornegliani sul “Cervello Geniale” si apre la terza giornata dell’iniziativa di BrainFactor per la Settimana del cervello (12-18/3/2012) “L’Alfabeto del cervello”, patrocinata anche quest’anno da Dana Foundation e realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Neurologia (SIN) e con il Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche (DNTB) dell’Università di Milano Bicocca.

Il genio, nella sua accezione corrente, è – secondo la definizione che ne fornisce la Treccani – “la somma potenza creatrice dello spirito umano, propria per virtù innata di pochi ed eccezionali individui, i quali per mezzo del loro talento giungono a straordinarie altezze nell’ambito dell’arte o della scienza”. E così in effetti è. Quando noi pensiamo al genio, la mente corre subito a Leonardo da Vinci, o Mozart, o Raffaello e Michelangelo, o naturalmente a Shakespeare. E ci chiediamo come sia possibile.

Come sia possibile che una sola persona, come appunto Leonardo, sia stato al contempo inventore, scrittore, poeta, pittore, anatomista, e in ogni campo ai massimi livelli. Oppure ci chiediamo come Mozart abbia potuto comporre sinfonie praticamente da bambino, e lasciarci il Flauto magico, che è forse il modello di bellezza assoluto di tutta la nostra civiltà. Per non dire, il Requiem. O come la Cappella Sistina sia potuta uscire dal pennello di un solo uomo, con la sua perfezione pittorica e il suo infinito bagaglio di significati e rimandi. E ancora di come un oscuro uomo di teatro abbia composto decine di tragedie e commedie nella prosa più alta che si possa immaginare e nelle quali tutto, ma proprio tutto, è contenuto. Da qui, il detto corrente che qualunque cosa noi si pensi, si dica, si scriva, ebbene Shakespeare l’aveva già pensata, detta, scritta, e anche nel miglior modo possibile. Il grande Laurence Olivier definì Shakespeare “la cosa mortale più vicina agli occhi di Dio”.

Ma da che cosa nasce il genio? Da predisposizione genetica è difficile sostenerlo perché i genitori dei grandi geni non ci risulta brillassero in modo particolare, così come i loro figli, quando ci sono stati. E neppure dall’ambiente in cui sono vissuti, perché spesso costoro hanno trascorso le loro vite in contesti cupi, se non addirittura ostili. Semmai c’è da interrogarsi sul perché alcune epoche siano state prolifiche di geni (si pensi anzitutto al Rinascimento) e altre assai avare, come il Medioevo e forse proprio questi anni in cui noi viviamo, caratterizzati da un “pensiero di massa” che genera mediocrità.

Ci colpisce poi il fatto che molti geni siano morti giovani. Flavio Caroli, grande esperto di arte, in un suo bellissimo libro dal titolo “Trentasette” si chiede come mai alcuni grandi delle arti visive (Raffaello, Parmigianino, Van Gogh, e molti altri) siano morti tutti a quell’età o a cavallo di essa. Circostanza che ricorre anche al di là delle arti visive: 37, o giù di lì, sono gli anni che hanno vissuto Mozart, Rimbaud, Byron. Leopardi arrivò a 39. Caroli si chiede se forse “trentasette anni non sia l’età in cui per i divini fanciulli si chiuda il ciclo della grazia, e del felice, inebriante, gioco delle potenzialità”. E si spiega anche perché, al contrario, altri grandi geni siano invece vissuti molto a lungo, come appunto Michelangelo, o Tiziano: è come se costoro, giunti alla soglia dei 37 anni, abbiano dovuto “scegliere tra il vitalismo, cioè la creazione, e la vita profonda, la profonda armonia fra l’io, il mondo e l’opera”. In altre parole, abbiano rinunciato alla creazione geniale ma anche un po’ folle, o almeno sregolata, per un’armonia suprema.
 
E questo rimanda a un altro dei luoghi comuni circa la genialità, e cioè di come essa vada a braccetto con la follia. Un rapporto, quello tra genio e follia, accuratamente analizzato in uno studio di Karl Jaspers che prende ad esempio le vite di Van Gogh e di Strindberg. La filosofia, la psicologia, la psicoanalisi e naturalmente la neurologia si sono a lungo interrogate sul genio. Cominciarono i latini che nella loro lingua perfetta contrapponendo genium (che ha la medesima radice di ingenium, ingegno appunto, ovvero acutezza d’intelletto) a studium (capacità acquisite con un impegno lungo e laborioso) già fissarono il concetto che il genio non è necessariamente correlato allo studio, né tanto meno dipendente.

Immanuel Kant, nella sua opera “Critica del giudizio”, distinguendo tra “arte bella” e “arte meccanica” sostenne che la produzione artistica geniale  non segue metodi o regole specifiche, anzi l’artista spesso non sa neppure che cosa l’ha portato a creare la sua opera, mentre nella scienza la scoperta “geniale” è in realtà il risultato di un metodo, già elaborato da altri. In altre parole, la scoperta scientifica, per quanto geniale, arriva dopo un duro lavoro d’insegnamento e apprendimento. Per Friedrich Schelling l’arte del genio è la suprema forma del sapere, capace di cogliere l’Assoluto nella sua unità indifferenziata di natura e spirito, al punto che l’arte è collocata al culmine del suo sistema filosofico. Hegel liquidò come “romantiche fantasticherie” il genio, l’immaginazione e la spontaneità, sostenendo che solo le  competenze tecniche, accompagnate dall’esperienza e da emozioni intellettualmente governate, rendono l’opera veramente artistica. D’altronde, definì il genio come lo strumento e la manifestazione dell’assoluto. Per Schopenhauer, il genio si abbandona a una sorta di delirio estetico, che gli permette di affrancarsi, sia pur brevemente, dalla ben nota “volontà” (Wille) per abbracciare la noluntas, che ne è la negazione. Per Nietzsche, il genio con la sua creatività trasforma la realtà umana in qualcosa di attraente e desiderabile.

Sigmund Freud se ne è occupato nella “Psicoanalisi del genio”. Più recentemente, Michael Howe, nel suo lavoro “Anatomia del genio”, nel tentativo di rovesciare il luogo comune secondo il quale “geni si nasce, non si diventa”, propone una visione in cui il genio non è dono misterioso e trascendentale ma il prodotto di favorevoli condizioni ambientali, predisposizione caratteriale e anche duro lavoro. Secondo la sua teoria, gli eccezionali talenti di quelli che noi definiamo “geni” sono sì il risultato di una combinazione unica e irripetibile di circostanze e opportunità, ma sempre e comunque precisamente coltivate e indirizzate con volontà, determinazione e chiarezza di obiettivi, raramente riscontrabili nelle persone comuni.

Anche Alberto Oliviero, nel suo lavoro “Come nasce un’idea” va in questa direzione. Dopo aver esplorato le radici biologiche e culturali, le caratteristiche della personalità creativa, nonché i meccanismi percettivi e neuronali attraverso cui il cervello è in grado di elaborare idee innovative, conclude che il genio è in gran parte innato, ma che la creatività è anche tecnica e disciplina: possiamo svilupparla, e soprattutto occorre tenerla allenata.

A noi piace credere che il genio sia, come del resto un po’ tutto, frutto del caso e della necessità. Il caso che ha permesso appunto quella magica combinazione di neuroni dalle straordinarie potenzialità, e la necessità che nella storia dell’uomo irrompa di tanto in tanto qualcuno che faccia intravedere una luce, che dia forma alla bellezza per permetterci di tirare avanti e di credere ancora nell’uomo.

Tiziano Cornegliani, MD
BrainFactor

Bibliografia essenziale

Bloom H. Il genio. Rizzoli, 2002.
Caroli F. Trentasette. Il mistero del genio adolescente. Mondadori, 1996.
Freud S. Psicoanalisi del genio. Newton Compton, 1971
Howe M.J. Anatomia del genio. Il Saggiatore, 2003
Jaspers K. Genio e follia. Raffaello Cortina, 2001
Kant I. Critica del giudizio. Bompiani, 2004
Oliviero A. Come nasce un’idea. Rizzoli, 2006.

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