Leadership, luci ed ombre

Leadership, luci ed ombre.Mai come di questi tempi si sente parlare della necessità di una leadership forte capace di risolvere i problemi. Ma cosa è la leadership e quali caratteristiche deve avere un leader? Come lo si riconosce e soprattutto la leadership è innata e dura per sempre? Nel mondo aziendale, dove la necessità di capi che sappiano rispondere alle esigenze delle imprese in modo rapido e continuativo è molto forte, queste sono le domande di sempre.

I modelli di riferimento sono i più svariati e ci arrivano non solo dal mondo della politica (Kennedy, Mandela, Ghandi – i nomi, ovviamente, sono solo indicativi), ma anche da quello militare (Napoleone, Patton, Giulio Cesare), o religioso (Gesù, Buddha, Maometto…) perché l’arte del comando non esclude nessun settore della vita. A prima vista sembra che l’uomo debba essere sempre guidato e diretto. La sua capacità di autonomia si scontra con la necessità di relazionarsi, di fare gruppo e, in qualsiasi logica strutturata, quando esiste un gruppo deve esistere un capo. Lo si vede nella famiglia, nella scuola, nel gruppo di amici: qualcuno è sempre più trascinante di altri e qualcuno, invece, è più accomodante.

E’ una questione di carattere? Tutti siamo ambiziosi in modo diverso anche se tutti piace essere seguiti e valorizzati. È il senso della gratificazione profonda che proviamo da bambini quando veniamo premiati dai genitori e che si perpetua nei successi che otteniamo nella vita. Sembra che la nostra capacità di leadership si risvegli proprio in questi casi: i nostri sensi sono appagati dall’adulazione che riceviamo in quel momento più o meno breve. I più timidi arrossiscono, i più determinati incamerano nella loro memoria la capacità di ripetere quell’azione gratificante per riprovarne il gusto. Tutti, indistintamente, ne godono in modo profondo e sperano che quella sensazione si ripeta. Per ottenere ciò è indispensabile crearci un gruppo di fedeli seguaci (ogni leader che si rispetti ne aveva almeno uno) che oggi potremmo definire “followers”.

Crescendo nasce la necessità di affinare le tecniche della gratificazione: non basta più prendere bei voti a scuola o avere un gruppo di amichetti fidati con cui giocare nei pomeriggi d’estate: la ricerca si amplia alla sfera degli adulti, degli insegnanti. È il momento in cui il leader che è in noi sfodera le armi del fascino discreto, delle piccole abilità che potrebbero svilupparsi in talenti. È qui che i bambini prodigio suonano brani di Mozart o gentili bambine si esibiscono in passi di danza di fronte a genitori e parenti, immaginando di trovarsi di fronte alle sale plaudenti dei più grandi e famosi teatri.

Pochi ce la faranno, ma lo spirito che viene coltivato in queste fasi spinge a migliorarsi, a continuare a cercare il consenso per sé e per gli altri. Crescendo le cose non cambiano molto, gli attori rimangono gli stessi, ma cambiano gli spettatori: con la maturità, infatti, le persone selezionano nuove amicizie e la cerchia si allarga o si restringe alla fascia di interessi comuni e aspirazioni. Questo via via si sviluppa fino a quando, conclusi gli anni formativi, si arriva alle scelte importanti di lavoro e carriera. Qui la necessità di essere leader o di aggregarsi ad un leader si fa sentire maggiormente sia che si scelga una strada imprenditoriale che una più esecutiva.

I cataloghi formativi che prospettano modelli e tecniche sono innumerevoli: spesso l’offerta supera ampiamente la domanda creando da una parte confusione e dall’altra una vasta possibilità di scelta: come sempre nell’indecisione molti preferiscono il fai da te sperando di raggiungere dei risultati. In realtà non esiste un modello migliore di un altro e non è vero che l’efficacia sia legata a tutta una serie di abilità più o meno acquisite: molti pensano addirittura che queste abilità siano innate e che si sviluppino nel corso degli anni.

Nelle mie sessioni di counseling quasi tutte le persone che incontro mi dicono di avere difficoltà nel trovare un loro stile di guida e leadership. Spesso la necessità più impellente non è tanto guidare un’impresa o gestire un progetto importante, ma come comportarsi con i figli che non vogliono fare i compiti o come acquisire la stima dei colleghi o del proprio capo. L’idea che si ha della leadership, nonostante se ne parli ampiamente, è molto soggettiva e credo che, spesso, venga confusa con “l’imporsi sugli altri”. La leadership non è come conquistare il potere e tenerlo ad ogni costo, o come ottenere ubbidienza cieca ed assoluta dalle persone con cui si condivide la vita o il lavoro, ma piuttosto è una modalità che ci indica come meritarci il potere per esercitarlo seguendo una serie di principi etici e morali. Infatti il problema non è tanto il comandare, ma come farlo: questa è la caratteristica fondamentale che rende diverso un leader da un dittatore o da un despota.

Chi ha bisogno della leadership? Oserei dire chi ha responsabilità verso gli altri, di qualunque tipo esse siano. Il panorama storico, politico, culturale e sociale in cui ci troviamo rende la figura del leader una necessità: il vuoto dei valori e dei sistemi etici rende evidente la necessità di punti di riferimento stabili in cui ritrovarsi e di cui condividere piani e azioni. È come se la leadership, una volta riconosciuta, debba essere sempre riconfermata attraverso risultati concreti e soprattutto tramite un’immagine cristallina e irreprensibile.

Se ritorniamo agli esempi dei leader citati all’inizio tutti sicuramente hanno dei difetti: del resto, lo stesso Gesù non è esente da critiche, basti pensare a come sia stato tradito, venduto e rinnegato proprio da uno dei suoi collaboratori più vicini. Tuttavia è la loro profonda umanità che fa la differenza e infatti, nonostante siano passati anni, decenni o secoli, questi personaggi hanno lasciato una traccia indelebile del loro cammino. I loro pregi sono stati tali e tanti da oscurare i loro normali e umani difetti (le scappatelle di Kennedy o le fobie di Napoleone, ad esempio) perché hanno voluto e sono riusciti a realizzare qualcosa di utile e buono per tutti.

È anche vero anche che spesso ricordiamo “leader al negativo”: persone che hanno comunque fatto il corso della storia, ma hanno seminato morte, distruzione e odio. Questo avviene perché la leadership utilizzata in modo coercitivo produce sempre egoismo, avidità, corruzione e prepotenza. Sono persone spesso malate di protagonismo o con psicosi profonde: una volta al potere utilizzano tutta la loro irrequietezza e instabilità per riversarla e permeare tutto e tutti. Chi vive accanto a questi mostri, spesso, può solo subire passivamente oppure, l’unica alternativa è lottare contro di loro con tutte le forze.

Ognuno è leader di se stesso, della sua vita, ma soprattutto, come dicevo, ognuno è chiamato ad essere leader quando ha la responsabilità di qualcun altro siano essi i figli, la moglie o i collaboratori. E queste persone non possono esimersi da questo gravoso compito che li chiama ad essere sprone ed esempio, guida e stimolo in tempo di pace come in tempo di crisi e instabilità. Quasi non basta la durata di una vita per scoprirsi leader o per riuscire con successo in questa missione.

Tuttavia ci sono alcuni passaggi chiave che devo essere ben chiari fin dall’inizio:

  1. il leader ha sempre un sogno, una visione, a volte è anche un po’ utopista, ma quello in cui crede va oltre alle sue stesse semplici necessità. La sua visione è sempre lungimirante e non sempre condivisibile, ma è frutto di attente riflessioni, prove pratiche sulla propria pelle e soprattutto tanta attenzione verso gli altri;
  2. il leader non cerca adepti, ma si fa trovare. Un vecchio detto zen dice: “quando l’allievo è pronto il maestro appare”;
  3. per il leader questa è la legge: seminare idee per raccogliere chi è pronto a farle proprie con entusiasmo;
  4. il leader condivide tutto, successi e insuccessi e per questo sa premiare almeno tanto quanto sa riprendere: se si deve soffrire si soffre tutti, lui per primo; lo stesso vale naturalmente per il gioire;
  5. il leader non desidera sentirsi tale: raccoglie solo la richiesta di chi gli chiede di diventare la loro guida per rappresentarli e aiutarli nel loro cammino;
  6. il leader non ambisce a essere tale per tutta la vita: quando il suo missione è finita sa ritirarsi in buon ordine; anche per questo il segno che lui lascerà sarà indelebile.

Paolo G. Bianchi
Antropologo, Counselor

Bibliografia:

  1. Maxwell John C.: “Il libro d’oro della leadership”, Etas Libri, 2008.
  2. Rajeeev Peshawaria: “Tanti boss, pochi leader” Rizzoli Etas, 2011.
  3. M. O’Malley, W.F. Baker: “Comandare con gentilezza”, Aliberti, 2011.
  4. Anna Zanardi Cappon, Il coraggio di essere stupidi. Nuovi modelli di leadership, Milano, Tecniche Nuove, 2011.
  5. S.A. Aslam, S.D. Reicher, M.J. Platow: “The New Psychology of Leadership: Identity, Influence and Power”, Reserach, 2011.

1 Comment on "Leadership, luci ed ombre"

  1. mario staffaroni | 04/12/2011 at 22:31 | Rispondi

    ho letto con grande interesse e condivisione. E credo anche io che un aspetto caratterizzi il ritrovarsi ad un ruolo di laeder in positivo: non aver alcun interesse e bisogno dell’autorità della violenza e della intimidazione per esercitarla: rimane infatti, credo, al fondo un servizio. Se condivisa e serve, bene, se non è condivisa, non serve.

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