In pluribus unum? Sul concetto di integrazione nei processi di cura

In pluribus unum? Sul concetto di integrazione nei processi di cura.Lo sforzo nel cercare di integrare le varie forme di cura, in medicina e in psicoterapia, sembra essere ormai prevalente su quello, più vecchio anche se non estinto, del differenziarle. Oggi si dà per lo più per scontato che integrare sia bene, differenziare sia male. Fioriscono scuole e centri di medicina integrata, di psicoterapia integrata, di approcci olistici (il termine olistico e quello integrato talvolta appaiono usati, scorrettamente, come sinonimi).

Don’t get involved in partial problems, but always take flight to where there is a free view over the whole single great problem, even if this view is still not a clear one.
L. Wittgenstein, Notebooks 1914-16 (1 November 1914)

Uno spettro si aggira…

Certamente questa tendenza riflette lo zeitgeist che insuffla l’homo tecnologicus, che di fronte alla sempre più spinta frammentazione dei saperi,  delle scienze (o, forse, sarebbe più esatto dire delle tecnologie), dei linguaggi, ha bisogno di certezze prontamente riconoscibili e facilmente condivisibili per ottimizzare i suoi processi di affiliazione, di identificazione e di individuazione.

Tale processo è stato accelerato:

  • dall’incremento della popolazione del pianeta e dalla globalizzazione dei mercati, con le conseguenti necessità di confronto con realtà competitive molto diverse tra loro e sino a poco tempo fa quasi non percepite;
  • dalla sempre maggiore urbanizzazione, che favorisce l’affiliazione di gruppo sulla base del rispetto di norme condivise (processo memetico/istituzionale) rispetto ai vincoli di sangue (processo genetico/tribale), gruppi che però hanno necessità di differenziarsi chiaramente gli uni dagli altri;
  • dalla capillare diffusione della rete e dei suoi servizi (come, ad esempio, i social networks), diffusione che se da un lato favorisce l’acquisizione di contatti interpersonali (spesso molto differenti tra di loro per temperamento, carattere, set di valori e stili comunicativi) e di informazioni (talvolta di vitale importanza, si pensi alle angosciose ricerche sulla rete di cosa significhi una diagnosi, per fare un esempio pregnante) in vari campi relativi alla soddisfazione di bisogni primari e/o secondari, dall’altro attiva il bisogno di  sapere di poter adottare un framework interpretativo tendenzialmente omogeneo che sia in grado di rendere operativamente fruibile tale messe di dati percettivi.

In sintesi, dobbiamo gestire un numero sempre maggiore  di saperi che si atomizzano sempre di più  differenziandosi fra di loro. il punto è che il nostro apparato emotivo-cognitivo è progettato per gestire informazioni relative all’ambiente e al gruppo di appartenenza su una scala più piccola di quella che dobbiamo affrontare oggi; siamo tuttora ancorati al “magic number 150-200” (numero di contatti gestibili direttamente) e  al The Magical Number Seven Plus or Minus Two (numero di variabili gestibili dalla working memory), e dobbiamo adattarci ad un ambiente esponenzialmente cresciuto  nella sua complessità. Ciò vale sia per l’uomo della strada che per i tecnici delle varie discipline. Forse è proprio da qui che nasce il bisogno di integrazione e l’enfasi a realizzarla, strutturalmente relata con modalità fuzzy al bisogno di differenziazione.

Ma come è fatto?

C’è però un piccolo problemino: per quanto ci sia dia da fare, non si riesce a trovare una definizione precisa del concetto di integrazione, con l’eccezione della matematica; i sociologi hanno un loro concetto, gli ingegneri un altro, i teologi un altro ancora… Figuriamoci psicologi e/o psichiatri.

Per quanto il termine “integrazione” sia ormai in auge, ad oggi non si trova né una teoretica né una trattatistica del concetto di integrazione nell’ambito genericamente scientifico. Si trovano sparsi spunti di riflessione e definizioni lessicali, non di più… Casuale? Forse no, perchè il bisogno è, almeno in ambito scientifico, recente.

Ci possiamo comunque trarre d’impaccio ricordandoci che le definizioni sono meri strumenti analitici senza valore di verità intrinseco. È in fondo divertente vedere che il concetto stesso di integrazione è un’integrazione di vari significati attribuiti al termine stesso… Il termine integrazione deriva dal latino “integer”, che significa integro, unico, completo.

Come ricorda Baffigi: Un dizionario definisce “integrazione” come il “funzionale comportamento mediante opportune addizioni e compensazioni” (Devoto-Oli). Per “integrare” si intende quindi “Rendere completo dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, per lo più attraverso l’aggiunta di opportuni elementi complementari” (Ibid.). In termini generali integrazione significa l’azione di combinare o aggiungere parti per realizzare un insieme unificato.

L’integrazione è vista:

  • come un esito;
  • come un processo;
  • come una combinazione dei due.

L’integrazione come esito si realizza solo quando alcuni criteri predefiniti sono soddisfatti. In questo caso diventa la proprietà di un sistema che ne caratterizza la struttura e la modalità di funzionamento ad un determinato punto. Gli studiosi definiscono i criteri attraverso i quali si realizza l’integrazione e stabiliscono quando questi sono soddisfatti.

L’integrazione come processo si realizza quando da uno stato di isolamento un sistema passa ad uno stato di integrazione con altri sistemi. La ricerca in questo caso si focalizza sulle variabili che favoriscono/inibiscono il processo. 

L’integrazione come combinazione delle due definizioni precedenti è intesa come ogni livello di associazione verificato da specifiche misurazioni o come ogni livello di associazione tra agenti del process, su una dimensione o su un’altra.

Questa definizione consente ai ricercatori di parlare di vari tipi di integrazione (economica, politica, sociale, e così via) e di vari livelli di integrazione. Questo consente lo sviluppo di ricerche comparative.

Le aree dove il concetto è più utilizzato sono l’economia (per lo più aziendale), la sociologia e la politica, la matematica, l’ingegneria. In economia si parla per lo più di integrazione verticale e di integrazione orizzontale.

Per integrazione verticale si intende il processo che consente ad un’azienda di controllare le varie fasi della produzione di una merce: ad esempio, se l’azienda vende una bibita da lei prodotta commercializzandola in bottiglie prodotte da un’ altra azienda, l’acquisizione di quest’ultima le permette di incrementare il suo potere sul mercato. Vi sono tre tipi di integrazione verticale:

  • backward integration: l’azienda che produce auto compra l’azienda che produce i copertoni utilizzati dalle auto da essa prodotte;
  • forward integration: l’azienda acquista la rete vendita di cui si serve per commercializzare le sue auto;
  • balanced integration: un mix delle due precedenti.

Per integrazione orizzontale (altrimenti nota come laterale) si intende l’acquisizione/controllo di un competitor.

L’analisi del concetto di integrazione in sociologia per un non addetto ai lavori è piuttosto difficile; per lo più ci si ritrova davanti una riproposizione di quanto sopra accennato articolata nel linguaggio specifico della materia.

Una studiosa di un gruppo di ricerca delle Nazioni Unite afferma che:

Social integration is one of a constellation of “social” terms that is being used widely in contemporary policy development to describe concepts whose aim (as stated by the  Copenhagen Declaration and Programme of Action) is to foster societies that are stable,  safe, just and tolerant, and respect diversity, equality of opportunity and participation of  all people.  Other terms that often invoked in support of this goal are “social inclusion”, “social cohesion” and “social capital”. All of these are contested terms, which often results in fruitless debate about what is meant when the terms are used.  More seriously for policy makers, they are also notoriously difficult concepts to measure and operationalize, which is a distinct disadvantage in the current context of “evidence-based policy making.

La stessa autrice ricorda che:

In a briefing paper prepared in 1994 for the World Summit for Social Development, the United Nations Research Institute for Social Development (UNRISD) noted that “In each context, there is a pattern of social integration, or network of social relations and institutions, regulated by specific ideas concerning what is right and wrong, which bind people to one another under certain conditions (UNRISD, 1994: n.p.).

Come si può notare siamo tutto sommato in buona compagnia: solo i matematici sanno con precisione cos’è l’integrazione. Nel nostro ambito possiamo pensare che integrazione sia un termine che si riferisce:

  • ad uno stato;
  • ad un processo;
  • a entrambi;

e che si basa sulla variabile procedurale della capacità di cooperare: far sì che due saperi affini ma differenti unendosi consentano la risoluzione di problemi adattativi altrimenti irrisolvibili (io so tirare le frecce ma non so curare le ferite, tu sai curare le ferite ma non sai tirare le frecce: se ci mettiamo d’accordo risolviamo il mio problema di avere un esercito efficace ma che  che ha troppe perdite e il tuo di avere un esercito inefficace ma che risente poco delle battaglie), nel rispetto della legge del vantaggio competitivo (io continuo a migliorare la mia capacità nel tirare frecce, tu nel curare: incrementiamo parallelamente la differenziazione perchè ci conviene).

La capacità di collaborare richiede solo unità di intenti, non integrazione: essa infatti consiste nel far sì che due o più saperi identici consentano la risoluzione di problemi adattativi altrimenti irrisolvibili  (io so tirare le frecce e ho sei neimici, tu sai tirare le frecce e hai sei nemici; da solo uccido tre nemici, da solo tu uccidi tre nemici; insieme ne uccidiamo sei e non ci tiriamo frecce a vicenda). Qui è sufficiente unirsi, non integrarsi.

Ma è buono, è cattivo… O è il fantasmino formaggino?

Come abbiamo visto, non può esistere la necessità di integrazione se non non esiste la necessità di differenziazione. L’integrazione però, plausibilmente, ci sta più simpatica perchè risponde ad un bisogno di rassicurazione che riguarda la nostra sopravvivenza; bisogno che, forse, è più forte di quello che spinge alla differenziazione (che sembra appartenere più al bisogno di affermazione sociale/riproduzione, meno evocativo di angoscia di morte rispetto al precedente).

Corollario di questa riflessione è che all’inizio di carriera si tende a differenziare, alla maturità professionale si tende ad integrare. Ma, in ogni caso, il fantasma è buono o cattivo? Dipende dalle necessità adattative che l’ambiente ci pone (anche se in generale i fantasmi, facendoci pensare che possiamo campare con fattezze abbastanza simili a quelle alle quali siamo adusi anche dopo che siamo trapassati a miglior vita, ci stanno in fondo simpatici).

A parere di chi scrive i sempre più articolati processi di differenziazione socio-relazionale cui l’individuo va incontro richiedono che chi ha compiti di cura sappia cogliere nel disagio / sofferenza / malattia anche un mai sopito – in quanto biologicamente rappresentato – bisogno di risposte integrate (stato: c’è un sistema di dati che può spiegare ciò che stai provando) e, forse soprattutto, integrazionali (processo: diventi te stessa/o riconoscendoti nelle molte parti di te e facilitando la loro cooperazione), fornendo conseguentemente risposte adeguate. E non si tratta del fantasmino formaggino, ma di qualcosa che ha a che fare con la complessità e l’etica.

Ambrogio Pennati
Medico psichiatra, psicoterapeuta

In pluribus unum? Sul concetto di integrazione nei processi di cura.

Nell’immagine: il Labirinto della Cattedrale di Chartres

Bibliografia

  1. Alessandro Baffigi, Marco Mozzoni, Ambrogio Pennati, Psicoterapia e integrazione: perché e come, BRAINFACTOR (DOAJ Indexed), Year: 2011 Vol: 3 Issue: 2 Pages/record No.: 002
  2. Axelrod, R. (1984). The evolution of cooperation. New York: Basic Books.
  3. Bateson, Patrick (2000) ‘The Biological Evolution of Cooperation and Trust’, in:Gambetta, Diego (ed.) Trust: Making and Breaking Cooperative Relations, electronic edition,Department of Sociology, University of Oxford, chapter 2, pp. 14-30
  4. Collins English Dictionary – Complete and Unabridged © HarperCollins Publishers 1991, 1994, 1998, 2000, 2003
  5. Gordon Marshall. “Social integration and system integration.” A Dictionary of Sociology. 1998. Encyclopedia.com
  6. Lane D, Pumain D, van der Leeuw SE, West G (eds):  Complexity Perspectives in Innovation and Social Change. Springer Science, 2009
  7. Jennifer Mundale & William P. Bechtel (1996). Integrating Neuroscience, Psychology, and Evolutionary Biology Through a Teleological Conception of Function. Minds and Machines 6 (4):481-505.
  8. Ambrogio Pennati, Ubik, Kipple e Qualia: la coscienza dell’empatia come base per l’integrazione delle psicoterapie, BRAINFACTOR (DOAJ Indexed), Year: 2011 Vol: 3 Issue: 2 Pages/record No.: 003
  9. Promoting Social Integration – A Brief Examination of Concepts and Issues. Prepared by M. Sharon Jeannotte for Experts Group Meeting, July 8-10, 2008, Helsinki, Finland.
  10. Singer JL: The scientific basis of psychotherapeutic practice: a question of values and ethics. Psychotherapy: theory, research and practice, vol 17, 4, 1980.
  11. The American Heritage® Dictionary of the English Language, Fourth Edition copyright ©2000 by Houghton Mifflin Company.
  12. United Nations Research Institute for Social Development. 1994.  Social Integration: Approaches and Issues.  Geneva: United Nations Research Institute for Social Development

Be the first to comment on "In pluribus unum? Sul concetto di integrazione nei processi di cura"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.