La donna che trema

La donna che trema.IIlluminante la lettura del libro La donna che trema di Siri Hustvedt (Einaudi, 2011), moglie di Paul Auster, anche se va ricordata in quanto tale e non in quanto “moglie di”. Siri ha sofferto per tutta la vita di mal di testa, addirittura cita due lunghi periodi, più o meno di un anno ciascuno, in cui il mal di testa è stato pressoché ininterrotto. Inoltre, ha sviluppato episodi di tremori convulsi, e da qui il titolo del libro.

Non poteva che derivarne, in una donna della sua cultura e sensibilità, una disamina accurata e approfondita. Ha studiato neurologia, psicologia, psicoanalisi e altro ancora. Ha letto tutto da Freud in giù. E giunge a conclusioni alquanto interessanti che forse possono aiutare chi soffre di mal di testa.

Anzitutto, il contesto: “Ahimè, la mia vita si svolge nella terra di confine del Mal di testa”, che – già di per sé – è una metafora bellissima. “Molto spesso mi sveglio con l’emicrania, che diminuisce dopo il caffè, ma praticamente ogni giornata include dolore, testa leggera, eccessiva sensibilità alla luce, ai suoni, all’umidità dell’aria”.

Ma poi giunge alla conclusione fulminante e illuminante: “Il mal di testa sono io, e comprendere questo aspetto è stata la mia salvezza. Forse il trucco adesso sarà integrare anche la donna che trema, accettare il fatto che anche lei è parte di me”. In altre parole, Siri non combatte più l’emicrania, la abbraccia e così facendo, stranamente, riesce a provare meno dolore. Dovremmo tutti riflettere su quel “l’abbraccia”, perché è sinonimo di introiettarla in sé, accoglierla, accettarla.

Ricorda in proposito l’esperienza già fatta dalla grande Simone Weil, che soffriva di mal di testa debilitanti, un’emicrania cronica. Ebbene, La Weil, in L’ombra e la grazia, scriveva: “Mal di testa. A un certo punto, dolore diminuito proiettandolo nell’universo; ma l’universo si altera. Dolore più vivo, una volta ricondotto al suo luogo di origine, ma qualcosa in me non soffre e rimane in contatto con un universo non alterato”. Insomma, il mal di testa è una parte essenziale nella storia della vita della Weil, così come della Hustvedt, così come di tutti coloro che ne soffrono.

Siri aggiunge che riesce a lavorare anche con un forte mal di testa (è il caso di ricordare che invece questa per i neurologi è proprio una discriminante: non riuscire a svolgere le attività quotidiane a causa del mal di testa lo classifica come grave, intenso). Sente il dolore, ma impara a non prestarvi attenzione più di tanto, cosa che ne intensificherebbe ancor più la sofferenza.

Concentrazione e preoccupazione non fanno altro che peggiorare le cose, mentre la distrazione e la meditazione risultano molto utili. Arriva così a soffrire di meno perché è cambiata la percezione del dolore che prova e del significato che gli attribuisce.

Molto interessanti anche le sue considerazioni sul dolore. “Il dolore è sempre emotivo, e non può essere separato dalla percezione del dolore, e quelle percezioni hanno un significato e coinvolgono un sistema nervoso all’interno di un particolare corpo in relazione a un particolare ambiente: alla cultura, alla lingua e alle altre persone. Il dolore si presenta all’interno del corpo vissuto di un soggetto, non in un corpo inerte, ipotetico, oggettivo, come nell’Anatomia del Gray.”

È quasi esilarante il commento che Siri fa alla ormai affermatasi pratica che usano i medici quando chiedono a un paziente di classificare il dolore che prova su una scala da 1 a 10: “Classificare il dolore in relazione a cosa? Il peggior dolore che abbia mai provato? Lo ricordo? Non riesco a rievocarlo come dolore, ma solo come ricordo articolato o relazione empatica al mio sé passato: il dolore del parto, delle emicranie, del gomito quando me lo sono rotto.

Qual era classificabile come 6 o 7? Il tuo 4 è uguale al mio 5? Il 9 per X è uguale al 2 per Y? Il 10 esiste davvero o è una specie di rappresentazione ideale dell’insopportabile? Si muore dopo il 10? L’idea che i livelli di dolore possano essere classificati numericamente è assurda, ma è la routine. Il tentativo di evitare l’ambiguità non fa che aumentarla”.

Accogliere il nostro dolore, accettarlo come parte di sé, può avere riflessi infinitamente positivi. Si pensi a coloro che assumono psicofarmaci per le loro patologie: è innegabile che ne vengono “istupiditi”, che qualcosa dentro di loro si addormenta, la coscienza e il pensiero anzitutto. In L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello il grande Oliver Sacks descrive un paziente affetto da sindrome di Tourette che, quando i suoi tic sparivano grazie ai farmaci, ne sentiva talmente la mancanza che aveva smesso di prendere le medicine nei fine settimana, in modo da “poterseli godere ancora”.

Una paziente bipolare che aveva prodotto un  manoscritto di settemila pagine in pochi giorni, una volta in terapia con il litio, riferì che la sua mania le mancava terribilmente, anche perché non riusciva più a scrivere. Un paziente schizofrenico, adeguatamente curato, si era sentito solo per la prima volta dopo tanti anni e non era sicuro che gli piacesse, perché gli mancavano le sue voci. Un altro riferisce che “il mondo intorno a sé era divenuto così spento, per via dei farmaci, che insieme al suo psichiatra decise di abbassare le dosi per recuperare almeno in parte le sue tiranniche metafore”.

Viene alla mente il famoso principe  Myskin, de L’idiota di Dostoevskij che – a proposito della sua epilessia – diceva “E che importa se è una malattia? Che importa che questa tensione sia anormale, se il suo risultato, la sensazione di un minuto secondo, ricordata poi e analizzata nello stato sano, si rivela formata in sommo grado di armonia e di bellezza, e dà un senso inaudito, mai prima conosciuto, di pienezza, di equilibrio, di pace e di trepidante, estatica fusione con la sintesi suprema della vita?”

Insomma, conclude Siri, “anch’io mi sono stranamente affezionata alle mie emicranie e alle varie sensazioni che le accompagnano. Non riesco effettivamente a vedere dove finisce la malattia e dove finisco io, o meglio i mal di testa sono con me, e rifiutarli significherebbe autoespellermi.”

Tiziano Cornegliani, MD
Medical writer

Il libro:

Siri Hustvedt, La donna che trema, Giulio Einaudi Editore, 2011

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