Ubik, Kipple e Qualia: la coscienza dell’empatia come base per l’integrazione delle psicoterapie

Ubik, Kipple e Qualia: la coscienza dell'empatia come base per l'integrazione delle psicoterapie.Questo lavoro, concepito come contributo alla integrazione operativa della pratica psicoterapeutica, è la prosecuzione del paper di Baffigi A et al., Psicoterapia e integrazione: perché e come (BrainFactor, 28/7/2011). In un dialogo con pensatori del calibro di Wittgenstein, Searle, Dick, Rifkin l’Autore individua nella “coscienza dell’empatia” la base di una possibile “integrazione” fra le terapie.

“E’ una reazione primitiva quella di curare, accudire la parte malata di una persona che soffre, anche se quella persona non sono io stesso”.
L Wittgenstein, Zettel, 1948

Una fattuale definizione di terapia

Indipendentemente dalle mille definizioni gergali e tecniche, ed attenendoci alla nuda realtà sociale dei fatti, la psicoterapia non è nient’ altro che una attività professionale legalmente riconosciuta da (praticamente tutti) gli stati. È un “fatto istituzionale” messo in atto da un terapeuta, che ha un sesso, un’età, un codice fiscale, un ordine professionale di appartenenza, ed eroga un servizio retribuito.

Per comprendere cos’è un fatto istituzionale occorre ricondurci al ciclopico lavoro di John Searle:

Esistono due condizioni di adeguatezza per comprendere i fatti sociali. Primo, non dobbiamo permetterci di postulare due o tre mondi o altre cose simili. Il nostro obiettivo è rendere conto di come viviamo proprio in un solo mondo e di come tutti questi differenti fenomeni, dai quark e dall’attrazione gravitazionale fino ai cocktail party e agli stati, facciano parte di di tale unico mondo…. Una seconda condizione di adeguatezza è che questa descrizione rispetti i fatti fondamentali a noi noti sulla struttura dell’Universo che ci sono forniti dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia evolutiva e dalle altre scienze naturali… Per i nostri scopi, i due insiemi fondamentali di fatti di base sono dati in particolare dalla teoria atomica della materia e dalla teoria evoluzionistica della biologia. La nostra attività mentale dipende dai fatti di base…. I fenomeni mentali consci ed inconsci sono causati da processi neurobiologici e avvengono all’interno del cervello. La nostra capacità di coscienza e gli altri fenomeni mentali sono il risultato di lunghi periodi di evoluzione biologica; gli stessi fenomeni mentali collettivi che ci coinvolgono nella società organizzata dipendono dai fenomeni mentali degli individui che e da essi derivano.”

L’apparato concettuale di cui si serve Searle è il seguente: “uno degli scopi [del libro] è che c’è un principio sottostante l’ontologia sociale”.

Funzioni di status. La caratteristica distintiva della realtà sociale umana (…) è che gli esseri umani hanno la capacità di imporre funzioni a oggetti e persone la dove oggetti e persone non possono svolgere quelle funzioni solo in virtù della propria struttura fisica. Lo svolgimento di una funzione richiede che lo status della persona o dell’oggetto sia riconosciuto collettivamente ed è solo in virtù di tale status che la persona o l’oggetto può svolgere la funzione in questione.

Intenzionalità collettiva. Affinché una funzione di status svolga il suo compito, si richiede l’accettazione o il riconoscimento collettivo dell’effettivo possesso di quello status da parte dell’oggetto o della persona. Le funzioni di status dipendono dalla intenzionalità collettiva…. E’ un fatto degno di nota che gli esseri umani e certi animali abbiano la capacità di cooperare.

Poteri deontici. Tutte le funzioni di status, senza eccezioni, mobilitano quelle che chiamo “poteri deontici”. Ciò significa che esse mobilitano diritti, doveri, obblighi, richieste, permessi, autorizzazioni, onorificenze e via dicendo.

Ragioni per l’azione indipendenti dai desideri. Le funzioni di status sono il collante che tiene insieme la civiltà umana poiché è a loro che si deve la mobilitazione dei poteri deontici. In che modo accade tutto questo? I poteri deontici hanno una caratteristica unica, non comune e forse sconosciuta nel regno animale: una volta riconosciuti, ci forniscono ragioni per l’azione che sono indipendenti dalle nostre preferenze o dai nostri desideri…. per questo le funzioni di status sono il collante che tiene unita la società. Sono create attraverso l’intenzionalità collettiva e funzionano mobilitando i poteri deontici.

Regole costitutive. È importante distinguere almeno due tipi di regole. Le regole regolative (“guida sul lato destro della strada”) (fai X!), e le regole costitutive (le regole degli sacchi non regolano soltanto lo spostamento dei pezzi sulla tastiera, ma l’agire in accordo con un numero sufficiente di regole è condizione logicamente necessaria per giocare a scacchi, poiché gli scacchi non esistono indipendentemente dalle regole) (X ha valore di Y nel contesto di C). Il pezzo di carta nelle mie mani ha valore di banconota da venti dollari; gli sono stati assegnati, infatti, uno status e una funzione, associata a questo status, che esso non può svolgere senza che vi sia il riconoscimento collettivo. Una partita di football, il mercato azionario, un cocktail party, la proprietà privata e l’aggiornamento di una seduta sono tutti esempi di funzioni di status che sono posti in essere da regole costitutive.

Fatti istituzionali. Chiamiamo fatti bruti quei fatti che esistono indipendentemente da qualsiasi istituzione umana. I fatti istituzionali sono tipicamente oggettivi ma, in maniera abbastanza singolare, essi diventano fatti solo attraverso l’accettazione e l’accordo imano. I fatti istituzionali sono tipicamente fatti che esistono soltanto all’interno di istituzioni umane…. un’istituzione è un insieme di regole costitutive che genera automaticamente la possibilità di avere fatti istituzionali.

Per Searle tutti i fatti istituzionali e, quindi, tutte le funzioni di status sono create da atti linguistici da lui definite “dichiarazioni”. Infatti esistono atti linguistici che hanno direzione di adattamento:

  1. parola-a-mondo (il gatto è sul tappeto), non cambiano il mondo
  2. mondo-a-parola (libera la mia stanza), cambiano il mondo 
  3. parola-a-mondo e mondo-a-parola (io prometto, io ti scuso, io ti ordino), cambiano il mondo dichiarando che uno stato di cose esiste e, nel dichiararlo, costituiscono quello stesso stato di cose.

Queste ultime sono le dichiarazioni.

Per Searle tutta la realtà istituzionale, con l’eccezione fondamentale del linguaggio, è creata da atti linguistici che hanno la stessa forma delle dichiarazioni. I casi in cui viene creata la realtà istituzionale delle funzioni di status rappresentandole come esistenti “dichiarazione di funzioni di status”. Tutta la realtà istituzionale è creata e mantenuta in esistenza da dichiarazioni di funzione di status, inclusi i casi in cui non ci sono atti linguistici con la forma esplicita delle dichiarazioni.

La psicoterapia quindi è un “fatto istituzionale”, che ha la seguenti caratteristiche:

  • si basa sul postulato che esista un solo mondo;
  • questo mondo può essere spiegato dalla teoria atomica della materia e dalla teoria evoluzionistica della biologia;
  • lo status che la connota viene conferito dalla intenzionalità collettiva.

In quanto “fatto istituzionale” essa si basa su atti linguistici dichiarativi (parola-a-mondo e mondo-a-parola), atti che cambiano il mondo dichiarando che uno stato di cose esiste e, nel dichiararlo, costituiscono quello stesso stato di cose.

Ubik e Kipple nelle terapie

L’attività di terapia esiste dalla notte dei tempi, intrinsecamente legata alle pratiche di guarigione sciamanica e religiosa, che attivano – quando possibile – moduli di autoguarigione aiutando il malato a percepire il sentimento di essere evolutivamente utile al gruppo – geneticamente o memeticamente definito – di appartenenza.

La terapia ricorre alla scienza quando, assieme alla nascita dello stato moderno (da contestualizzare nel XVII secolo), si distacca definitivamente dalle pratiche magiche e religiose. Il paradigma scientifico che accoglie da allora tutte le terapie è quello newtoniano-cartesiano, basato su postulati mutuati dalla fisica classica: rispetto del principio di non contraddizione, relazioni unidirezionali tra cause e effetti, linearità delle dimensioni spazio-tempo.

Le formulazioni della fisica quantistica, della logica fuzzy, delle teorie delle complessità e dei sistemi non lineari, per quanto particolarmente feconde dal punto di vista euristico e teoreticamente molto più adatte allo studio del funzionamento dinamico degli organismi viventi non si sono ancora consolidate in una rivoluzione paradigmatica sufficientemente potente da portare ad una ricategorizzazione del sapere medico, psicologico e psichiatrico.

Per Searle vi sono caratteristiche della realtà che sono indipendenti dall’osservatore (o dalla intenzionalità) (forza, massa, legami chimici, gravità, fotosintesi) e realtà (denaro, matrimonio, proprietà, linguaggio) che dipendono da esso. Senza “agenti coscienti” i primi sopravviverebbero, gli altri no.

Dato che, secondo questo autore,  esistono:

  • Scienze Naturali (studio dei fenomeni indipendenti dall’uomo), a loro volta suddivise in: scienze della Oggettività, descrizioni esterne di ontologie in terza persona; cienze della Soggettività, descrizioni interne di ontologie in prima persona, cioè la psicologia e la psichiatria, che studiano la ontologia soggettiva irriducibile;
  • Scienze Sociali (studio dei fenomeni dipendenti dall’uomo)

ci troviamo nella condizione paradossale di affrontare lo studio delle scienze della soggettività con impianti concettuali antinomici rispetto allo scopo.

La terapia è quindi  un fatto istituzionale, con poteri deontici, che riconosce nella scientificità il suo valore dichiarativo. Ma non si sa bene quale scientificità, data la ridda di modelli teoretici presenti sul mercato, a volte complementari a volte mutualmente esclusivi l’uno con l’altro, ma comunque in ultima analisi basati su paradigmi inadatti alla professione / fatto sociale.

Searle, dopo Wittgenstein, ci aiuta a capire che il prendersi cura è un fatto istintuale che si declina nelle regole della collettività, basate sulle nostre capacità di cooperare. Pensando alle definzioni di Searle sovviene l’Ubik del grande P K Dick, il geniale scrittore (che di psichiatri, psicoterapeuti e guaritori nella sua breve e intensa vita ne ha conosciuti parecchi) di Ubik (appunto) e altri capolavori: “Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato. Il nome che nessuno conosce..  Io sono chiamato Ubik, 
ma questo non è il mio nome”.

Sempre PK Dick, metaforicamente, ci può aiutare a capire quali elementi portino alla difficoltà di integrazione operativa delle terapie: “Kipple, sono tutti gli oggetti inutili, come una bustina di fiammiferi dopo aver usato l’ultimo fiammifero, o una fascetta gommata, o il giornale omeopatico del giorno prima. Quando non c’è nessuno in giro, il kipple si riproduce. Per esempio, se vai a letto lasciando in giro del kipple, la mattina dopo, quando ti svegli, ce n’è il doppio. E diventa sempre di più.”

Certo, una volta di più la psicologia evoluzionista ci viene in soccorso ricordandoci che le  comunità (e il cervello) umane sono composte per lo più da 100-150 membri; superata questa soglia esse si dividono dando a nuove comunità (con nuovi usi, costumi, tradizioni) che vanno in cerca di nuovi territori e nuove risorse, entrando spesso in competizione con quelle originarie.

Forse questa è una delle spiegazioni per cui, di fronte ad una palese mancanza di disomogeneità nei paradigmi scientifici e, quindi, ad una non-significatività nelle reali differenze teoretiche (inversamente proporzionale, di contro, alle incommensurabili differenze linguistiche e gergali) ci si trova davanti, professionisti e utenti, ad una ineffabile pletora di scuole e di orientamenti psicoterapeutici.

Per recuperare il pensiero di Searle, si può pensare che queste differenze costituiscano semplici atti linguistici parola-a-mondo (il gatto è sul tappeto), che non cambiano il mondo, se non quello dei terapeuti.

Qualia, cooperazione, empatia

Tutto ciò, alla luce dei risultati empirici ottenuti, non sembra aver portato a significative evoluzioni nella qualità dei risultati delle psicoterapie, né nella nostra capacità di comprensione della psicopatologia, la cui evoluzione appare da ascriversi principalmente agli sviluppi tecnologici in ambito biologico (genetica, neurobiologia, neuroimaging).

Trovando sempre riscontro in Searle, è necessario notare che le (psico)terapie si reggono su alcuni assiomi:

  • che esista la coscienza (per Searle uno stato soggettivo, qualitativo di consapevolezza);
  • che esista l’intenzionalità;
  • che il linguaggio rappresenti il mondo;
  • che esista la razionalità;
  • che esista il libero arbitrio;
  • che esista un’etica naturalistica, non disgiunta dall’estetica.

La coscienza, nella accezione di Searle, consiste di stati che sono qualitativi e soggettivi e si verificano solo come parte di un un unico e unificato campo. Questi stati sono definiti “qualia”. Essi sono soggettivi in quanto esistono unicamente in quanto esperiti da un soggetto, umano o animale. Sono unificati in quanto ogni stato cosciente esiste come parte di un grande stato cosciente, il mio attuale campo di coscienza.

Pertanto, la dimensione soggettiva è irriducibile e non descrivibile con le categorie tuttora dominanti i modelli teorici delle (psico)terapie. Quindi, quanto è, allo stato attuale delle conoscenze generate dagli studi di filosofia della mente, evolutivo / vantaggioso focalizzarsi su inconsistenti differenze teoretiche piuttosto che sulla affinità che ogni scuola condivide con le altre?

Tenendo inoltre presente che lo scenario socio-relazionale odierno, grazie agli sviluppi tecnologici, è completamente differente da quello che ha visto nascere i vari modelli di psicoterapie. Lo sviluppo dei social-network, la documentata e praticabile teoria dei sei gradi di separazione, la possibilità di interagire peer-to-peer, anche emotivamente, in tempo reale con un numero pressoché infinito di persone ricordano stanno delineando un nuovo tipo di civiltà, sconosciuto ai nostri predecessori.

L’interazione con numeri elevati di persone innesca il processo di differenziazione del sé. Come afferma Rifkin: “il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di differenziazione, è cruciale per o sviluppo e l’estensione dell’empatia. È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo civiltà: il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi”.

Forse conviene recuperare, per gli psicoterapeuti, il concetto di cooperazione. Secondo Patricia Churchland:

  • un comportamento è sociale se ha conseguenze sulla fitness per chi lo mette in atto e chi lo riceve;
  • un comportamento che è di beneficio a chi lo mette in atto e di danno a chi lo riceve è egoistico;
  • un comportamento che è di beneficio ad entrambe è mutualisticamente vantaggioso;
  • un comportamento che è di beneficio a chi lo riceve e di danno a chi lo mette in atto è altruistico;
  • un comportamento  che è di danno a entrambi è dispettoso;
  • quanto un comportamento sia costoso o vantaggioso è definito sulla base di:
  • le conseguenze sulla fitness dell’intero ciclo di vita;
  • le conseguenze sulla fitness relativamente all’intera popolazione, non solo relativa agli individui o ai gruppi sociali con cui l’individuo interagisce.

La cooperazione è un comportamento che eroga un vantaggio a un altro individuo e al cui evoluzione dipende dagli effetti dei benefici per chi li riceve. Focalizzarsi sul principio di cooperazione tra terapeuti e pazienti e tra terapeuti e pazienti potrebbe essere la vera strada verso l’integrazione operativa. E la cooperazione non può che basarsi sull’empatia, uno stato di coscienza, per dirla con Searle, irriducibilmente individuale, che quando declinato secondo la Golden Rule diventa un modo-di-essere-nel-mondo est/etico.

Ambrogio Pennati
medico psichiatra
ambrogio.pennati@gmail.com

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