Relazioni, a Regola d’arte…

Relazioni, a Regola d'arte...Nessuno vive per se stesso. Tutti orientiamo la nostra vita verso le persone che amiamo. Questo determina le scelte e finalizza gli sforzi nella realizzazione dei nostri sogni. Il monastero esalta questa visione. L’interrogativo di Benedetto è  semplice: “Chi vuole la vita e desidera che i suoi giorni trascorrano beati?” Cosa significa “amare la vita fino in fondo” e “trascorrere giorni beati”? L’invito un po’ sconcerta, perché da una Regola monastica ci aspetteremmo domande di ben altro tono.

Qui tutte le aspirazioni dell’uomo trovano risposta; siano esse desiderio, azioni, riflessioni o vita attiva. La Regola sembra dire “sarai felice se saprai cosa vorrai e se saprai amarlo fino in fondo”. Come realizzare dunque questo sogno? La risposta è sempre nel Prologo qualche riga più avanti “… è nostro intento non prescrivere nulla di duro o di gravoso”.

Molte persone si allenano un’intera vita per superare una gara o un esame importante; a volte si esercitano per ore per raggiungere un risultato fisico o intellettuale. Non è il caso dei monasteri che non sono luoghi di perfezione, ma semplicemente “scuole di servizio”. In queste “scuole” è possibile allenarsi in continuità e, soprattutto in serenità verso le proprie mete provando a se stessi la capacità di individuare, esaminare, perseguire e raggiungere obiettivi necessari a realizzare la vita.

È per questo che sempre nel Prologo la Regola ci invita a “operare ciò che sarà utile per l’eternità”, a evitare di disperdere energie in ricerche inutili e a concentrare tutto il nostro essere solo in ciò che conta veramente per noi. È come prepararsi a un lungo viaggio che ci riserverà le più svariate avventure e dal quale non sapremo mai quando faremo ritorno. Per questo ogni singolo dettaglio è importante per la nostra sopravvivenza per quella dei nostri compagni di viaggio la cui scelta è fondamentale per il successo dell’impresa.

Questo è un punto focale nella Regola che ci introduce al tema della relazione. Benedetto traccia diverse tipologie di monaci e di possibili modelli di vita comunitaria. Tra “cenobiti” (vita comunitaria), “eremiti” (vita solitaria), “sarabaiti” (senza una regola), “girovaghi” (senza una casa e una mèta) Benedetto predilige i cenobiti. Il “cenobio” infatti è il prototipo del monastero stesso dove la condivisione della vita è totale, dai compiti alla vita spirituale. Con la creazione di una Regola il “Cenobio” diventa ufficialmente “Monastero”, quindi un luogo dove chi ha l’ambizione di vivere una vita di ricerca spirituale e umana continua possa farlo con regole a dimensione dell’individuo e con l’aiuto reciproco ed aperto dei confratelli.

Per noi, calati nella vita di tutti i giorni è evidente che la complessità imponendosi con maggiore facilità rispetto alla semplificazione può portare, soprattutto in assenza di un equilibrio personale, ad un forte disorientamento che richiama alla necessità di condivisione e di relazione con gli altri. Saper creare una rete di relazioni professionali e personali nelle quali condividere i valori della vita è un cardine di molte teorie di counseling. Lo stile di vita cenobitico è una esemplificazione perfetta di questo sistema nel quale “dare e avere” si sviluppa nella reciprocità.

La relazione è imparare a vivere in pace con se stessi e con gli altri e vedere gli altri non come li vorremmo noi, ma per quello che sono. Tutti siamo carichi di pregi e difetti. La vita ci porta a considerare più i secondi dei primi, ma quando amiamo facciamo l’esperienza opposta e anche i difetti che in altre situazioni non avremmo mai tollerato diventano più sopportabili o addirittura si trasformano in pregi.

Nel continuo gioco tra l’Io e il Noi l’equilibrio che la persona porta dentro di sé fa la grande differenza. Esistono persone che si annientano per gli altri e altre che li sfruttano all’osso e divorano tutto quello che incontrano. La capacità di equanimità, di vedere cioè tutte le persone per quello che sono abbandonando i pregiudizi, aiuta ad evitare sia il servilismo che il cinismo nei confronti degli altri senza per questo cadere nella zona grigia dell’anonimato e dell’indifferenza. Nel monastero nessuno è inutile come nessuno è avulso dalla comunità: tutti sono indispensabili proprio perché parte della comunità stessa.

Nel monastero la struttura lineare della vita agevola quella delle relazione tra i monaci. Questa semplificazione porta a ridurre gli attriti soprattutto perché nessuno è costretto ad accettare questo stile di vita e la regola che lo governa. Eppure il monaco è libero di esprimersi in tutta la sua totalità, sia essa artistica, mistica, operativa o teorica: sa fin dal suo primo giorno in monastero che i suoi superiori cercheranno sempre di valorizzarlo e di sostenerlo nelle scelte. Il suo unico compito sarà di ricercare quella pace che gli permetta di trascorrere giorni di beatitudine.

Chi vuole raggiungere questa pace dentro o fuori il monastero deve ricercare con tutte le forze la pace duratura entrando prima di tutto in armonia con la propria vita. Accettarne il ritmo, il passare delle stagioni, gli alti e i bassi, imparando da ogni situazione porta calma e serenità che sono i principi ispiratori dell’amare se stessi.

La Regola allora ci suggerisce che se vogliamo instaurare ottime relazioni con gli altri dobbiamo:

  • riportare noi stessi ad un piano di crescita personale continuo: imparare a leggere l’esistenza e leggere in essa la nostra storia come parte importante e creativa;
  • evitare le guerre inutili prima di tutto con noi stessi e poi con gli altri, mettere da parte orgoglio, pregiudizi e soprattutto saper scegliere sempre con chiarezza quello che dipende espressamente da noi in termini di cambiamento e miglioramento continuo;
  • non avere paura del futuro: quello che costruiamo è una logica conseguenza delle nostre azioni e, siano esse giuste o sbagliate, ci porteranno dove ci siamo prospettati. Quando non ci riusciremo sarà perché da una parte le nostre energie non sono state ben orientate e dall’altra perché, comunque, situazioni esterne non ci avranno permesso di realizzare i nostri piani. E’ fondamentale saper vivere il momento presente come una realtà imminente alla quale non ci si può sottrarre, lasciarci dietro il passato senza escluderne l’esperienza, ma fare in modo che questa non precluda il futuro. Non è detto che quello che ci è successo, positivo o negativo, non possa ripetersi e per questo è importante restare vigili, ma con serenità;
  • “Ora et Labora” è il motto attribuito ai benedettini, ma può essere utilizzato da ciascuno di noi ritraducendolo semplicemente con “lavora, vai alla ricerca di te stesso e lasciati trovare”.

Articolo di di Paolo G. Bianchi, autore di “Ora et Labora. La regola benedettina applicata alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale” (Edizioni Xenia) – Quarto articolo di una serie di quattro, dedicati agli insegnamenti della Regola Benedettina nel contesto del Counseling… In esclusiva, su BrainFactor © 2011

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