Dalla trance alla cura: le psicoterapie come teorie della mente in azione

Dalla trance alla cura: le psicoterapie come teorie della mente in azione.L’ipnosi quale induttore di stati modificati di coscienza appare tardivamente nell’evoluzione umana e rappresenta la chiave della strutturazione di ogni interazione sociale terapeuticamente orientata… Il nuovo contributo di Ambrogio Pennati, medico psichiatra e psicoterapeuta, docente di psicoterapia ipnotica e psicopatologo forense, analizza i meccanismi cerebrali della “guarigione interna” in un lucido confronto fra “vecchi” e “nuovi” paradigmi delle neuroscienze.

“Esser certi che qualcuno stia soffrendo, aver dei dubbi in proposito, e così via, sono altrettante modalità naturali, istintive, di rapporto con gli altri esseri umani, e il nostro linguaggio non è altro che un supporto, e un’ulteriore estensione, di questo comportamento. Il nostro gioco linguistico è l’estensione di un comportamento primitivo” (L. Wittgenstein, Zettel 1967)

Il ruolo chiave dell’empatia

Come è stato dimostrato nei precedenti lavori, l’ipnosi appare come il dispositivo induttore di stati modificati di coscienza apparso più tardivamente sulla scena evolutiva dell’homo sapiens. La sua chiave è l’elicitazione di uno stato una sintonizzazione emotiva ed affettiva (empatia) che struttura il cosiddetto “rapport”, evento alla base di ogni interazione sociale terapeuticamente orientata. Una volta instaurato il rapport empatico è possibile, per il cervello umano – soprattutto per i più predisposti, ma non solo – sviluppare uno stato di trance, caratterizzato da una ipofrontalità transitoria.

Il “guaritore interno”

Appare evidente, nello spirito evoluzionistico, che l’obiettivo finale del lavoro psicoterapeutico è l’attivazione dei moduli di guarigione interna. Tali moduli non sono un’oscura creazione di qualche cultore di esoterismo, ma delle strutture cerebrali ormai in corso di identificazione: numerosi studi sui correlati funzionali della risposta al “placebo” documentano una disattivazione di strutture sottocorticali, un incremento del funzionamento dopaminergico nelle aree associate ai meccanismi di rinforzo (nucleo accumbens) – e, viceversa, una riduzione nel caso di effetto “nocebo” – forse attraverso la modulazione del release di endorfine.

NAC. Fonte: NIAAA

Nello specifico, si assiste spesso ad una combinazione fra un incremento di attività delle zone dorsali della corteccia ed un decremento delle strutture limbiche e paralimbiche. Inoltre, è stata rilevata una attivazione dei sistemi endorfinergici della corteccia del cingolo anteriore, orbito frontale, ed insulare, del nucleo accumbens, dell’amigdala, della materia grigia periacqueduttale. Uno di questi lavori ha dimostrato che la responsività al placebo è predetta dall’attivazione dei sistemi dopaminergici ed endorfinergici del nucleo accumbens. Tali strutture sembrano attivarsi anche quando un soggetto valuta un potenziale guadagno od una potenziale perdita di risorse se mette in atto un determinato comportamento in condizioni di incertezza.

Lo studio dei meccanismi alla base della risposta placebo sono solo all’inizio, ma tutte le ricerche evidenziano l’importanza del setting, delle aspettative, delle suggestioni verbali e non verbali. Ciò che è evidente è che l’assunzione di placebo è solo un “inganno” che permette al soggetto l’attivazione dei moduli di autoguarigione. Qualche autore ha identificato importanti affinità fra la risposta al placebo e l’ipnosi, tanto da coniare il termine “hypnobo”, a parere dello scrivente fuorviante perché l’ipnosi, ovviamente, non si basa – quanto meno consapevolmente – sull’inganno esercitato dal terapeuta che somministra la “pastiglia rosa”. Allo studio del fenomeno placebo sarebbe utile associare una valutazione antropologica dei casi di guarigione spontanea o ottenuta mediante tecniche “alternative”, esperienze troppo spesso dimenticate da una medicina troppo condizionata dalle Big Pharma…

Ritorno al futuro?

Con il passaggio allo stato moderno (che comporta la apparente sepoltura della c.d. “mente bicamerale”) viene sempre più delegata ai medici la gestione degli ammalati, ed i medici operano secondo lo zeigeist, adottando i paradigmi scientifici dominanti. Da allora poco è cambiato; la medicina era (ed è tuttora) in larga misura basata su paradigmi newtoniani: relazioni causa – effetto lineari, rispetto del principio di non contraddizione, accettazione del principio di parsimonia nelle spiegazioni scientifiche, e così via. Tutto ciò va bene con la chirurgia, con la cura delle infezioni, con la grande maggioranza delle malattie degenerative, ma negli ultimi venti anni ci si rende sempre più conto che, per quanto agli albori, il paradigma della complessità, almeno per lo studio delle strutture viventi, sembra più adatto.

Certo, come dice Max Planck, “i paradigmi cambiano quando muoiono i professori universitari che li usano; solo allora ne subentrano di nuovi”. Searle ci insegna che il problema, che al di là delle nostre disquisizioni teoretiche ha anche importanti implicazioni giuridiche, è che “le scienze psicologiche e psichiatriche sono sì scienze naturali, ma della soggettività”. Secondo Searle esistono scienze sociali (lo studio dei fenomeni dipendenti dall’uomo) e scienze naturali (lo studio dei fenomeni indipendenti dall’uomo), e in queste ultime colloca le scienze psicologiche e psichiatriche. Queste ultime tuttavia, a differenza della biologia, della fisica, della astronomia e così via (che sono scienze dell’oggettività) sono scienze della soggettività. Si apre una nuova prospettiva di studio: partendo da una critica del dualismo cartesiano mente-corpo (secondo lui tuttora operante) egli dimostra che l’oggetto (mente/cervello, che sono la stessa cosa) può essere descritto e studiato tramite ontologie “in prima persona” (dall’interno, si osserva la mente, la coscienza) o “in terza persona” (dall’esterno, si osserva il cervello e la sua fisiologia).

L’approccio di Searle per i nostri scopi pratici è rivoluzionario sul piano metodologico, in quanto evidenzia che gli stati interni sono indagabili anche con gli attuali paradigmi di riferimento, ma occorre fondare gli studi ad essi relativi partendo dalla soggettività. Searle evidenzia come scientifico possa (e debba) non corrispondere ad oggettivo: lo studio degli stati interni è “scientifico ma soggettivo”, e ci dimostra che tutti stiamo ancora affrontando lo studio della mente con strumenti linguistici e categoriali che risalgono al tardo Seicento (guarda caso periodo di nascita dello stato moderno).

Perché questa lunga riflessione? Perché, a parere di chi scrive, quando si parla di psicoterapia si parla di una pratica (per la precisione: una attività) che per sua natura anela al riconoscimento di uno status di scientificità, e sembra che la competizione fra le psicoterapie non si basi tanto sulla loro costitutiva capacità di “curare” nel senso più ampio del termine, ma piuttosto sul fatto che esse siano più o meno omologabili al modello medico (scientifico-oggettivo).

A parere dello scrivente non vi è, allo stato attuale, un sufficiente sviluppo dello studio secondo le indicazioni di Searle, dei modelli sviluppati dalle psicoterapie, quindi, almeno in linea teorica, tutte le psicoterapie di per sé stanno in piedi da sole per il semplice fatto di esistere (e quindi di essere state selezionate nella competizione di mercato), come recepito dal Royal College of Psychiatrist. In base alle definizioni più recenti ciò potrebbe bastare, anche se altri approcci potrebbero sostenere che questa non è tuttavia condizione anche sufficiente, e che occorre quindi che ciascuna psicoterapia sviluppi un suo proprio modello etiopatogenetico dei disturbi che tratta. Ciò allo scopo di formulare diagnosi e prognosi operative.

Bisogna però a questo punto chiedersi come venga  sviluppata una teoretica etiopatogenetica: con gli innovativi approcci di Searle o con le vecchie metodologie? Dalla risposta a questa domanda dipende se la ricerca della condizione di sufficienza viene soddisfatta coerentemente alla materia di cui si tratta, la soggettività. È evidente che il cognitivismo ed il comportamentismo hanno risposto al quesito basandosi su dati prodotti da osservazioni in terza persona (scientifico = oggettivo), e quindi hanno generato una soluzione non coerente al problema; il discorso relativo alla psicoanalisi è certamente più variegato. Quindi allo stato attuale non sussiste, se accettiamo le osservazioni di Searle, la necessità impellente di soggiacere ad una verifica, sia essa empirica o teoretica, validazionista. Searle ci esime da questo compito.

Nei fatti la stragrande maggioranza degli psicoterapeuti clinici dà ragione a Searle per il semplice fatto che trascende il (nel migliore dei casi) o prescinde dal (nel peggiore) problema della validazione del proprio modello teoretico, dato che l’integrazione e l’eclettismo dei vari approcci dominano nella pratica quotidiana di chi ha il compito di curare. Ad esempio, vi sono studi che riescono a documentare il grado di empatia che si instaura fra due o più soggetti, le modalità di funzionamento del cervello mentre la mente compie decisioni importanti in campo etico, morale, valoriale, sul piano sia individuale che sociale. In estrema sintesi si può dire che una delle più importanti acquisizioni neuropsicologiche sia la definizione del concetto di teoria della mente (TOM), intesa come la capacità che gli umani (e probabilmente non solo loro) hanno di rappresentarsi gli stati mentali del loro simile. Il rapporto di tale funzione, che coinvolge certamente i lobi frontali anteriori e rappresenta un vantaggio evolutivo che gli uomini hanno avuto su altre specie, è già stata discussa nei precedenti lavori. Ci si permette unicamente di ricordare che su di essa si basa la capacità di strutturare rapport e quindi trance.

La validazione neurobiologica, condotta secondo le impostazioni di Searle, certamente passerà per lo studio della soggettività delle interazioni sociali, fra le quali si colloca l’evento fattuale dell’esperienza, per il cliente ed il terapeuta, della  psicoterapia; e la bontà dei diversi approcci psicoterapeutici potrà essere valutata finalmente non in base alla “eleganza” (che va dalla forbitezza in alcuni, all’ampollosità in altri, al delirio condiviso in molti) dei costrutti linguistici da esse proposti, ma alla capacità di evocare stati d’animo utili alla cura e, in taluni casi, al miglioramento sintomatologico o al cambiamento personologico (inteso come ampliamento delle capacità di adattamento del soggetto). Finalmente l’analisi dell’esito terapeutico non potrà più essere scissa da quella del processo terapeutico. Se tale ipotesi fosse condivisa allora sarebbe utile potenziare i nostri sforzi non nel produrre nuove metodologie di colloquio o di induzione, quanto piuttosto nel progettare, insieme ai neuropsicologi ed agli studiosi del funzionamento cerebrale “in vivo”, ricerche che valutino gli aspetti soggettivi del rapport terapeutico e le loro relazioni con l’andamento clinico.

Una visione?

Gli studi sono agli albori, ma certamente, essendo la pratica psicoterapeutica una teoria della mente in azione, l’analisi funzionale e soggettiva degli stati mentali, da Searle posta alla base dello studio della mente (e dell’intenzionalità del soggetto) non potrà prescindere da procedure standardizzate di induzione di specifici stati della mente analizzabili attraverso tecniche di neuroimaging dinamiche che producano dati analizzati con procedure statistiche non lineari, più adatte allo studio dei sistemi complessi, come sono oggi considerati gli organismi.

Nel caso specifico delle psicoterapie, vi sono dati che evidenziano che i vari approcci terapeutici (dinamici, cognitivo – comportamentali, interpersonali) hanno in comune l’attivazione della corteccia anteriore del cingolo, in particolare delle sue componenti dorsali e rostrali, dato che si ricollega alle osservazioni sui correlati della trance. Si può affermare che i cambiamenti biologici che sopravvengono durante le psicoterapie, spesso assimilabili allo stato di trance, basati sulle capacità empatiche e sulle capacità del paziente di narrare, siano condizioni necessarie e sufficienti a permettere l’attivazione dei moduli interni di guarigione, indipendentemente dal modello teorico di riferimento. Appare molto probabile che con le tecniche di visualizzazione cerebrale da poco disponibili si arriverà a delineare uno studio scientifico della soggettività, le cui applicazioni nell’ambito clinico sono evidenti. Ciò permetterà, fra l’altro, di integrare non sincreticamente ma operazionalmente nel nostro armamentario terapeutico le esperienze di guarigione e di cambiamento che molte delle pratiche orientali basate sulla crescita della consapevolezza riescono a generare.

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2011 © BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze. Articolo di Ambrogio Pennati, medico psichiatra, psicoterapeuta, psicopatologo forense – ambrogio.pennati@gmail.com

 

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