La libertà di essere diversi

La libertà di essere diversi.Forse qualcuno ricorda l’esperimento condotto da Benjamin Libet nell’ormai lontano 1983, non fosse altro perché fece molto discutere: si chiese a soggetti volontari di alzare un dito della mano qualora sentissero la voglia di farlo. Contemporaneamente si registrava il loro elettroencefalogramma. Libet chiese ai soggetti di segnare per mezzo di uno speciale orologio l’istante in cui sentivano la voglia ed erano quindi consapevoli dell’intenzione di alzare il dito.

Risultò che ciò avveniva 200 millisecondi prima del sollevamento del dito, ma che assai sorprendentemente l’attività cerebrale cambiava drasticamente 500 millisecondi prima che il soggetto sollevasse il dito, ovvero 300 millisecondi prima di sentirne la voglia o l’impulso. Insomma, lo sperimentatore, misurando l’attività elettrica, sapeva prima del soggetto che lui avrebbe deciso di alzare il dito. Come dire che le nostre decisioni sono già predeterminate nel cervello e che la libertà di decidere è illusoria. Insomma, esattamente il contrario del libero arbitrio perché secondo questa interpretazione la decisione di alzare il dito arriverebbe alla nostra coscienza con 300 millisecondi di ritardo.

Ed è proprio l’interrogarsi sul libero arbitrio la chiave di lettura del più recente lavoro di Lamberto Maffei: “La libertà di essere diversi”, pubblicato da Il Mulino. L’autore (già direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR e del Laboratorio di Neurobiologia della Scuola Normale Superiore di Pisa, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei e professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale) si chiede infatti: Possiamo decidere la nostra strada o siamo condannati, almeno in parte, a percorrere grandi autostrade comuni? La struttura del cervello è di per sé una prigione del pensiero? La riflessione e lo studio possono far crescere il nostro ambito di libertà?

In altre parole: possiamo cambiare noi stessi, modificare vivendo il nostro cervello, la nostra mente? Trasformare – per usare una metafora – le macchine in serie in macchine artigianali uniche con alto grado di personalizzazione, costruite da noi stessi, lavorando su una struttura di base fornitaci dalla natura? Anche perché, diversamente, l’ipotesi secondo la quale noi saremmo nati senza alcuna possibilità di interferire sul nostro comportamento e cambiare noi stessi sarebbe francamente oscurantista, per non dire tragica. Forse è per questo, afferma l’Autore nell’Introduzione del volume, che “ho dedicato tutto il mio lavoro di ricerca a studiare la plasticità del sistema nervoso la cui struttura cambia durante lo sviluppo e la vita adulta”. E il volume è la traccia di questo lavoro, specie nel capitolo “Il cervello che cambia” in cui ci si interroga su quanto possiamo cambiare il nostro cervello, su quanto contano i geni e l’ambiente, sulle proprietà cerebrali innate piuttosto che acquisite e infine sulla plasticità del cervello.

A noi sembra che l’ipotesi oscurantista di cui dicevamo sopra sia stata abilmente combattuta, pur sempre con la certezza che esiste solo il dialogo e che la verità non è che il punto fortunato di convergenza di dialoghi diversi. La verità – afferma Maffei – non è altro che la sintesi dinamica del pensiero collettivo, cioè il pensiero che viene approvato dai più. Lo scienziato, o semplicemente l’uomo di ragione, è sempre roso dal dubbio, non è sicuro di niente e ritiene che il punto di arrivo del suo pensiero non sia che uno scalino provvisorio nella scala del ragionamento. Diceva Voltaire: “Il dubbio è una condizione sconfortante, ma la certezza è una condizione assurda”.

Tiziano Cornegliani

Il libro:

Lamberto Maffei, La libertà di essere diversi. Natura e cultura alla prova delle neuroscienze, Il Mulino, 2011

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