Farmaci e potenziamento cognitivo, Nature apre dibattito

cervello blu“La società deve affrontare la crescente domanda di potenziamento cognitivo. E la risposta deve partire dal rifiuto dell’idea che il termine potenziamento sia una brutta parola…” Così Henry Greely apre su Nature una riflessione sul possibile “uso responsabile” di farmaci da parte di persone sane al fine di potenziare le proprie capacità cognitive (Henry Greely, Barbara Sahakian, John Harris, Ronald C. Kessler, Michael Gazzaniga, Philip Campbell & Martha J. Farah. Towards responsible use of cognitive-enhancing drugs by the healthy, Nature, Dec. 2008).

Il dibattito è aperto e sarà sicuramente serrato fra i sostenitori delle diverse posizioni. L’argomento è di estrema complessità, se non spinoso, perché va a sollecitare i nodi nevralgici di diverse discipline e chiama in causa anche chi si occupa di politiche sociali e sanitarie. 

Il fatto è che molti farmaci utilizzati per il trattamento di patologie psichiatriche e neurologiche possono incrementare le performance cognitive dei soggetti sani, quelli cioè non bisognosi del farmaco a fine terapeutico. Se ne sono ben accorti gli studenti dei college americani, che da anni, in un trend crescente, “abusano” e trafficano illegalmente farmaci a base di metilfenidato per l’ADHD o farmaci per la narcolessia. Sono stimolanti e vengono assunti dagli studenti per poter reggere a periodi prolugati e intensi di studio, per superare esami con minore sforzo mentale ecc. Ma possono anche avere effetti collaterali, quando usati impropriamente. I numeri parlano chiaro: solo nell’ultimo anno – si legge nell’articolo di Greely – il 7% degli universitari a stelle e strisce hanno usato farmaci per finalità non terapeutiche, con picchi in alcuni campus del 25%.

Greely e colleghi, fra cui nomi illustri delle neuroscienze quali Michael Gazzaniga e Martha Farah, che su Nature hanno firmato a più mani l’articolo, sono convinti che “dobbiamo iniziare a prendere in considerazione nuovi metodi per rendere più efficiente il funzionamento del nostro cervello” e come primo passo propongono di “attivare un programma accelerato di ricerca per costruire una base conoscitiva concernente l’uso, i benefici e i rischi associati ai potenziatori cognitivi”. Anche perché, sottolineano gli autori, “se dell’argomento non se ne occuperanno i neuroscienziati, gli educatori e il legislatore, lo farà sicuramente il mercato clandestino”.

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